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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

L’orizzonte della grazia

di Di Sante Carmine

Queste pagine si collocano in una prospettiva che non è né ebraica né cristiana ma nell’interstizio tra l’una e l’altra. Interstizio difficile ma, proprio per questo, euristico e potenzialmente interessante. Sostando in questo interstizio, con un occhio rivolto alla tradizione ebraica e con l’altro alla tradizione cristiana, si cercherà di rispondere a questa domanda: qual è la concezione del tempo che emerge alla luce del giubileo ebraico e del giubileo cristiano?

La riflessione si articolerà in due momenti.

Il primo sarà dedicato a rintracciare l’idea centrale che fa da collegamento tra il giubileo ebraico e il giubileo cristiano e che, al di là delle diverse interpretazioni che essa ha avuto ed ha nelle sue tradizioni, permane comunque come elemento di continuità. Questa idea sarà individuata nella categoria della remissio (traduzione dal greco biblico aphesis, che rimanda all’originale ebraico deror) come categoria istitutrice della «grazia», intesa come «gratuità». Il giubileo istituisce il tempo come «gratuità»: come tempo il cui senso è nel «gratuito», nella duplice accezione recettiva e attiva: poiché all’esistente tutto è dato gratis, l’esistente tutto è chiamato a ridare gratis. Questo principio è stato così formulato da Gesù di Nazareth quando manda i suoi discepoli ad annunciare che il regno di Dio è vicino: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (dorean elabete, dorean dote). Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento» (Mt 10, 8-10).

Il secondo, di taglio più teorico, cercherà di pensare ermeneuticamente la categoria della gratuità, abbozzando una concezione del tempo giubilare come tempo dell’alterità: non il tempo dell’io, secondo la logica identitaria, bensì il tempo dell’altro, secondo la logica della rottura e della irreciprocità. Questo abbozzo di «teologia del tempo giubilare» sarà fatto attraverso la categoria dell’ospitalità, assunta sia recettivamente («l’essere in un mondo dove si è ospitati») che attivamente («l’essere in un mondo dove si è chiamati ad ospitare»).

Nella «concezione» del mondo condensata nel giubileo si può cercare una risposta efficace alle tre grandi sfide del nostro tempo.

  1. La gratuità come antidoto allo sfruttamento del pianeta: messa in crisi dell’uomo dominatore, il cui potere sulla natura ha raggiunto un livello tale da minacciare la sopravvivenza stessa del pianete, e instaurazione di una relazione con il mondo fatta di recettività e di rispetto.
  2. La giustizia come antidoto alla disuguaglianza: messa in crisi della divisione del mondo in ricchi e poveri, dove un cane del nord del mondo ha beni a disposizione diciassette volte di più di quelli di cui dispone un bambino del sud del mondo, e istituzione di un mondo fraterno e solidale.
  3. Il perdono come antidoto alla violenza: messa in discussione della logica della conquista e della guerra, che da sempre accompagna e compagina la storia umana, e ricostituzione del mondo sette volte buono dove l’uomo può tornare a vivere nella gratuità e nella responsabilità.

Carmine Di Sante

Duemila.

Il grande giubileo

Edizioni Lavoro / Editrice Esperienze

Roma 1999, pag. 66