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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Attenti alle utopie, perché esse avvengono

di Stoppiglia Giuseppe

Senti! È l’odore della neve

«Lei è all’orizzonte. Mi avvicino di due
passi, lei si allontana di due passi.
Cammino per dieci passi e l’orizzonte
si sposta di dieci passi più in là.
Per quanto io cammini, non la
raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia?
Serve proprio a questo: a camminare…».
Eduardo Galeano
«Egli non viene né per onorare
il suo nome,
né per salvare la sua dignità.
Viene per chi sta dietro la porta chiusa».
Primo Mazzolari

Camminare, camminare, camminare: è l’unica cosa che so fare. Pove del Grappa (paese dove vivo) avrà molti difetti, ma ci si cammina benissimo. La mattina presto, la sera, durante la notte, d’estate, in primavera, in autunno, d’inverno (come adesso) è bello percorrere, da soli, vie e strade, risalire i sentieri, che si inerpicano in mezzo ai boschi.

Non corro, cammino. Non utilizzo bastoni, il passo è sostenuto dalla sua sola energia ed è determinato dall’umore del momento.

Quando cammino in città, invece, mi muovo velocemente. Il passo è furioso, come se fossi in fuga da qualcosa.

Non riesco a passeggiare.

Ho l’andatura di chi ha fretta di arrivare al lavoro, a un appuntamento, agli impegni quotidiani. A volte, però, mi capita di camminare adagio, beato e smemorato, come se fossi anch’io un turista. I turisti, infatti, non hanno niente da fare, camminano lenti, a gruppi di quattro o cinque, fino a ostruire il passaggio altrui. Si guardano intorno, si soffermano sui particolari, sorridono alle cose e si abbandonano ai loro pensieri. Ogni tanto si fermano e scattano una foto. Anzi, a ben guardare, camminano pochissimo e scattano foto o fanno riprese, tante. Vogliono incamerare il paesaggio prima che qualcuno glielo soffi via.

Camminatori

Il tempio, per chi ama camminare in Valsugana, è la «Calà del Sasso». Un sentiero lungo e faticoso, di 4444 gradini, che dal Comune di Valstagna, sale fino a Sasso, sull’Altopiano di Asiago. Si snoda proprio sul ciglio del ripido intaglio nel canyon della Val Franzela, dentro un paesaggio maestoso e selvaggio. È lì che si può scoprire una tipologia ben precisa di escursionisti, maratoneti e camminatori. C’è il pensionato spompato, che procede con cautela. C’è l’obeso volenteroso che suda, si sfiata, stravolto dalla fatica e dal pensiero che non gli servirà quasi a niente: non dimagrirà. C’è la signora zelante (di solito di mezza età), in tuta aderente. Ci sono i maratoneti, con lo spirito incontenibile di gareggiare, i camminatori solitari (un po’curiosi e un po’ scontrosi) e infine i possessori di cani, i quali camminano per far correre il cane, ma a volte si vede benissimo che il cane non ha nessuna voglia di farlo.

Non so se queste figure, reali o simboliche, del camminare, esistano davvero o siano solo nella mia immaginazione. Figure colte con un colpo d’occhio e subito archiviate, come cose interessanti. Attimi sottratti al tempo che scorre precipitoso, mentre respiro l’aria frizzante d’alta quota e riposo la mente.

Nelle strettoie del sarko-berlusconismo

Quando si vive in situazioni difficili o, peggio, estreme, credere alle utopie può sembrare un attentato all’intelligenza. Le strettoie del presente rendono angusti gli orizzonti.

Durante la schiavitù in Egitto, gli ebrei non speravano più, si limitavano a gridare. Dimentichi delle promesse del loro Dio, che neppure pregavano più, lanciavano forti lamenti, che giunsero a turbare il Signore (Es 2,23-24).

La situazione attuale in Italia è grave, ma non ancora catastrofica, serpeggia tuttavia la paura che lo possa diventare. Tramontate le ideologie, l’assenza di leadership capaci di alimentare l’immaginario collettivo ha generato un vuoto insidioso, che ha portato l’Italia sulle prime file della crisi economica, politica e culturale, dovuta, quest’ultima, anche alla storica, gigantesca, regressione civile, imposta dal berlusconismo per quasi diciotto anni.

Anni in cui la politica nazionale è stata ridotta a pubblicità, a dimissione di responsabilità individuale, di azzeramento dell’educazione civile, di perdita completa della memoria civica, di riabilitazione strisciante del fascismo storico. La convivenza sociale e i suoi equilibri sono stati messi in discussione da scelte populiste e improvvisate, prive di rigore intellettuale e lontane da una visione progettuale di fronte ai cambiamenti avvenuti. Paradigma eccellente di questa defenestrazione della politica è il «sarko-berlusconismo», una miscela originale ed esplosiva, messa in atto con l’abolizione dei confini tra sfera pubblica e privata, l’esaltazione del marketing, del mercatismo, dell’iperrealtà televisiva, del culto alla performance sportiva e l’intreccio ossessivo tra comunicazione e management (direzione aziendale dello stato, ndr), quale tecnica di governo.

La smisurata potenza mediatica, regalata a Berlusconi da un’insipiente classe politica della prima Repubblica, ha contaminato la maggior parte dei suoi avversari, fino a renderli incapaci di costruire una cultura politica, una probità civica, soprattutto li ha privati di quel coraggio necessario per contrastarla.

Indignarsi non basta

Da qualche parte (stampa e televisione soprattutto) si sta, in questi mesi, maneggiando la paura del peggio con troppa superficialità. Ogni racconto dello sfacelo, pur legittimo, diventa un mattone di quel muro d’angoscia contro cui vanno a sbattere le menti più disperate.

Anni di ottimismo becero e falsamente gaudioso hanno prodotto, per reazione, un realismo cupo e senza sbocchi.

Ora necessitano, accanto a professori e a ragionieri, maestri veri, ma soprattutto artisti e poeti. I notiziari sono diventati bollettini di guerra: tasse, licenziamenti, recessione. Finalmente viene fatta una radiografia della realtà, ma le radiografie, da sole, non hanno mai guarito nessuno. Ci vogliono le ricette. Le ricette migliori restano, però, le storie di chi è riuscito a guarire.

Indignarsi è sempre meglio che deprimersi, meglio ancora sarebbe evolversi, andare avanti.

Riscoprire la responsabilità

Se una maestra sgrida un ragazzino, il giorno dopo i genitori protestano. Se bocci qualcuno, quello ricorre al Tar. La delegittimazione di chi ricopre un qualsiasi incarico è continua. Il concetto di responsabilità personale è uno dei beni più preziosi che abbiamo perduto, visto che c’è sempre qualcuno che discolpa o giustifica.

In Italia, il dovere resta una sorta di rassegnazione endemica. Lo stesso Longanesi scriveva che «è meglio assumere un sottosegretario che una responsabilità».

Scopriamo ovunque un rifiuto deciso al potere e al dover avanzare, l’assenza scandalosa di una cultura della responsabilità collettiva. C’è paura di uscire fuori dai percorsi collaudati, paura di essere rifiutati, paura di perdere amici e reddito. Paura di non essere invitati, di non vendere, di non prendere più sovvenzioni statali.

Non si percepisce un refolo di freschezza neppure nell’ambito delle manifestazioni artistiche e musicali (ripetitive e scadute), tanto grande oramai è il ristagno. A questo punto la tentazione all’avvilimento è forte! Il principe di questo mondo, se è invincibile, ci convince ad adorarlo, a rassegnarsi, dunque, a tacere, se non addirittura ad ammirarlo. L’ingiustizia vestita da giustizia si fa onorare. Chi non vede o chi si fa servo, cede. Chi invece vede è tentato dalla disperazione, la più devastante delle tentazioni.

Si tratta di guardare, allora, il verso positivo del processo in corso, perché esistono e ci sono delle controtendenze positive. Il nostro Dio «non è un Dio dei morti, ma dei viventi» (Mt 22,32). Se non lo cerchiamo nella vita, potrebbe non farsi trovare nella morte e dirci che lo abbiamo cercato nel tempo sbagliato.

Riscoprire il gesto generoso, nobile della politica

Chi cerca la giustizia, anche se non ha una speranza al di là del mondo attuale, dedica la propria vita per ordinare al meglio questo mondo e magari umanizzarlo e la «politica», nel suo significato più completo, diventa, in questo, lo scopo sommo della vita, il più generoso, il più altruista, il più costruttivo, il più nobile.

Poiché questo mondo non può essere «sistemato», né potrà mai raggiungere la sua realizzazione e la sua giustizia, essendo ontologicamente incompleto e incompiuto, e dato che la politica attira anche i peggiori corsari, la delusione potrebbe diventare totale oppure potrebbe far nascere il desiderio di «altro», cioè dell’«imprevisto».

Credere nell’utopia significa, perciò, essere i custodi di una civiltà accogliente. Ognuno si ritrova così, con le proprie capacità, ad allungare la corda della solidarietà alle persone smarrite, alle anime infrante, ai viandanti senza bussola.

Non fare il male, fare l’elenco degli amici

Da dove cominciare? Quale può essere il punto di partenza? «Amerai il Signore Dio tuo»? Non si comincia dalla cosa più grande. A essa ci si arriva attraverso il gradino precedente: «Amerai il prossimo tuo come te stesso»? Neppure questo è l’inizio del cammino.

Il cammino inizia invece dal non nuocere, dai comandamenti negativi, che aprono e invitano al precetto positivo dell’amore.

Tutto comincia dal non fare il male. Poi si scopre che, piuttosto di farlo ad altri, è meglio portarlo con forza su di sé. Solo facendo in questo modo, ci si accorge che, nel non fare il male, si trova la ragione di credere nel bene, nell’amore per tutti, in Dio stesso.

Ermanno Olmi in una recente intervista concludeva: «So che, io, credente senza dogmi, prossimo a morire, non raccomanderei a Dio la mia anima, né chiederei perdono dei miei peccati, ma farei l’elenco dei miei amici. Li solleciterei: vogliatemi bene».

Attenti alle utopie, perché esse avvengono. Ci fanno sentire l’odore della neve, ci avvertono dell’aria rarefatta che annuncia la nevicata. Ci aiutano a superare ciò che si presenta come un ostacolo insuperabile per chi ha fede, mentre sospingono chi non ce l’ha a mettere in discussione il non averla. Quando si è inabissati nella disperazione, il gesto più naturale per sopravvivere, non è forse quello di guardarci direttamente nel volto tra persone?