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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Donne e sviluppo: educazione, alimentazione e salute

di Milanese Sara

«Insegna a un uomo
e avrai un uomo istruito.
Insegna a una donna
e avrai istruito
un intero villaggio»

Questo vecchio proverbio africano è di una verità disarmante: nelle mani di madri, nonne e mogli sta la crescita di intere comunità, a partire dall’educazione dei figli. In molti paesi del sud del mondo le donne oggi sono per le nuove generazioni sia l’anello di congiunzione con la tradizione e la cultura locale, sia il legame con la modernità e lo sviluppo. Occupandosi della crescita dei figli trasmettono infatti i valori culturali e le norme sociali, ma seguendo e garantendo l’educazione scolastica mettono le basi per un loro futuro migliore, a beneficio di tutta la società. Le ragazze, specie nelle zone rurali, non hanno però le stesse opportunità di studiare dei ragazzi. In Asia meridionale e in Africa la presenza scolastica femminile è circa il 40% in meno di quella maschile; le ragazze sono necessarie a casa per aiutare nelle faccende domestiche e per badare a fratelli e cugini più piccoli. Eppure una donna istruita è una madre che contribuisce ad abbassare la mortalità infantile ed è in grado di gestire meglio il bilancio familiare.

Le donne nei conflitti

Più che i testi scolastici, sulla formazione delle nuove generazioni influisce l’esempio di mamme e sorelle, soprattutto in caso di conflitti. Nel Sudafrica del dopo apartheid e nel Rwanda post genocidio del 1994 le donne hanno avuto un ruolo chiave nel promuovere la fase del «perdono»: cambiamenti che richiedono un mutamento sociale profondissimo, e che sono ancora in corso. Non a caso è nato un movimento che propone di assegnare il Nobel per la Pace nel 2011 alle donne africane, che ha raccolto adesioni da ogni parte del mondo. Ma questo non è un fenomeno da relegare all’Africa: nel 1988, durante la prima intifada, a Gerusalemme un gruppo di donne ha iniziato a manifestare la propria opposizione alla violenza armata, una protesta silenziosa e pacifica che ha presto unito madri ebree e palestinesi. Si chiamano «donne in nero», dal colore che indossano quando protestano, simbolo del lutto e della perdita, e in più di 20 anni il loro metodo non violento di manifestare ha conquistato molte altre donne; il movimento è presente oggi in moltissimi paesi e ovunque ci si batte contro la guerra e il militarismo. E questo è solo uno dei tanti esempi in cui le donne sono il motore del cambiamento sociale e dello sviluppo umano.

Gesti e scelte come queste richiedono grande forza, perché rappresentano la rottura del ruolo tradizionale imposto da molte società di paesi in via di sviluppo: fino a pochi anni fa le donne erano escluse dalla vita politica e da incarichi pubblici; in diverse realtà africane, per esempio in Guinea Conakry, solo gli uomini potevano far parte del consiglio degli anziani del villaggio, ma le discussioni duravano sempre più di un giorno. Questo permetteva ai padri di tornare a casa e di confrontarsi con mogli e figlie, e di portare quindi in consiglio la decisione di tutta la famiglia. Oggi questa struttura tradizionale si è sfasciata, e lotte di indipendenza, guerre civili e povertà hanno limitato gli spazi e la libertà per la donna, mentre hanno rafforzato il ruolo maschile.

Eppure proprio quando in un paese è in corso un conflitto armato, sulle donne si regge il peso dell’intera economia. A determinare questa situazione contribuiscono anche la diffusione dell’AIDS e la ricerca di un lavoro migliore che porta i capifamiglia nelle città, causa di un’urbanizzazione selvaggia che lascia alle donne la gestione dell’agricoltura nelle campagne.

Lavoro femminile e alimentazione

Secondo la FAO (l’agenzia dell’Onu per l’agricoltura e l’alimentazione) nei paesi a basso reddito le donne producono tra il 60 e l’80% del cibo: seminano, concimano, raccolgono, vendono i prodotti nei mercati, oltre a occuparsi di mantenere la famiglia. Conoscono l’uso delle piante medicinali e sono le custodi della biodiversità. Quasi sempre legato all’economia informale, il lavoro femminile non è conteggiato nelle statistiche, ma considerando l’importanza che il lavoro in nero riveste nei paesi in via di sviluppo, ne risulta che le donne reggono buona parte dell’economia nazionale. In questi stessi paesi le donne possiedono però solo l’1% della terra, perché la legge non riconosce alle donne il diritto di ereditare case e proprietà; le vedove perdono tutto, spesso diventano «proprietà» dei parenti del marito. Le donne, assieme ai bambini, sono i soggetti più deboli ed esposti allo sfruttamento sessuale e lavorativo e alla violenza; ancora, del miliardo e mezzo di poveri nel mondo, il 70% sono di sesso femminile.

Non è un caso quindi che tra i Millennium Development Goals (gli 8 obiettivi che l’Onu si è imposta di raggiungere entro il 2015) due siano relativi alle donne: il terzo, promuovere la parità dei sessi, e il quinto, migliorare la salute materna. Espliciti riferimenti alle donne ci sono poi nel primo, cioè sradicare la povertà e la fame, e nel secondo, garantire l’educazione primaria a tutti i bambini, con particolare riguardo alle bambine.

Ma le donne non stanno aspettando che altri dall’alto pongano le basi per l’uguaglianza e la parità dei sessi; stanno rivendicando da sole i loro diritti: in tutto il mondo organizzano assemblee, fondano associazioni, diventano attiviste. Lentamente, si impegnano in politica, e riescono a farsi eleggere. Ellen Johnson Shirleaf, presidente della Liberia, Margaret Nnananyana Nasha del Botswana, Laura Chinchillia, capo di stato del Costa Rica, Pratibha Patil, presidente dell’India: sono solo alcuni degli esempi di donne alla guida di un paese. Nel mese di marzo ho incontrato Saran Daraba Kaba, attivista per i diritti delle donne in Guinea Conakry, candidata alle prossime elezioni di giugno nel suo paese. «Per cambiare davvero le cose dobbiamo arrivare dove le decisioni si prendono: dobbiamo prendere l’iniziativa, sfatare i luoghi comuni e impegnarci in politica», mi ha detto. «Sarà un processo ancora lungo, ma siamo decise a farlo».

Sara Milanese, giornalista di Nigrizia