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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Etiopia

di Comitato di Redazione

La Repubblica federale democratica dell’Etiopia è una nazione di 1.104.300 kmq, situata nel Corno d’Africa. Oltre 90 milioni i suoi abitanti (nel 2050 salirà a 187 milioni) che ne fanno la seconda nazione africana più popolata dopo la Nigeria. Attualmente il paese non ha sbocco sul mare. La sua capitale e maggiore città è Addis Abeba.
In varie zone degli altopiani (regione degli Afar, nella valle del fiume Omo, bacino del lago Turkana) sono stati rinvenuti i più antichi reperti fossili di ominidi sicuramente umani, appartenenti alla specie Homo habilis.
Sul finire del sec. XIX e nel secolo scorso, la storia dell’Etiopia incrocia la storia italiana. Nel 1870 il porto di Assab fu comperato da una compagnia italiana, nel 1895 l’Italia invase senza successo l’Etiopia, impresa militare ripetuta – questa volta con esito favorevole – nel 1935 quando l’Italia ritornò a invadere il paese e nel 1936 gli italiani occuparono Addis Abeba: Etiopia, Eritrea e Somalia formarono l’Africa Orientale Italiana.
L’occupazione del paese durò fino al 1941 quando la guerriglia e le forze britanniche sconfissero gli italiani e rimisero sul trono l’imperatore Hailé Selassié.
Attualmente l’Etiopia è una repubblica federale parlamentare, divisa in nove regioni, ciascuna con un proprio parlamento e governo locale.
La sua religione più importante è la copto-ortodossa (44% della popolazione), molto forte la presenza musulmana (34%), quasi insignificante la presenza dei cattolici (meno dell’1% della popolazione).
La speranza di vita della popolazione alla nascita è di 56 anni, con una mortalità infantile di 106 bambini ogni 1.000 nati.
L’analfabetismo coinvolge il 57% della popolazione.
Il 29% vive sotto la soglia della povertà e l’indice di sviluppo umano colloca il paese al 173° posto su 187 paesi.
Il Pil pro capite annuo è di 446 dollari.
La principale coltura è il caffè, pianta originaria di queste terre e bene coloniale per eccellenza: da qui si diffuse nella penisola arabica attorno al XV secolo e successivamente, attraverso l’espansione coloniale europea, in India, Indonesia e Americhe. L’Etiopia è il quarto produttore mondiale di caffè e tra i principali esportatori. L’Etiopia esporta anche semi oleosi e fiori (settore, quest’ultimo, in cui vi sono forti investimenti di società europee e asiatiche), bestiame e carne.

L’economia migliora, la libertà di stampa arretra

Un documento pubblicato dalla Banca Mondiale ha evidenziato una significativa evoluzione dal punto di vista economico, alla quale fa da contraltare una netta involuzione nella libertà di stampa e di espressione. Dal 2000 a oggi la percentuale della popolazione che vive sotto la soglia di povertà è passata dal 44% al 29%, grazie al traino degli investimenti in agricoltura che, dal 2005 in avanti, avrebbero garantito una consistente riduzione annuale del tasso di povertà. Sono migliorati anche gli indici nutrizionali: ora le persone malnutrite sarebbero il 35%, contro il 75% del 1990. Tuttavia sono ancora 37 milioni le persone sotto la soglia di povertà; il rapporto sottolinea come gli strati sociali più svantaggiati sono ora più poveri che nel passato, soprattutto per l’aumento rilevante dei prezzi degli alimenti di base, che li rende per loro inaccessibili.

Si può dunque affermare che i contadini meno poveri in partenza hanno migliorato le proprie condizioni a discapito di quelli più poveri: una contraddizione rilevante nell’analisi complessiva del modello seguito in Etiopia per la crescita economica. Andrebbe perciò valutato quanto gli investimenti in agricoltura per l’esportazione contino nella crescita, ma anche nell’aumento della povertà degli strati sociali più svantaggiati.

Un rapporto di Human Rigths Watch del 2015 rileva invece come, dal 2010, la libertà di stampa è stata progressivamente e clamorosamente limitata. Il rapporto, basato su interviste a 70 giornalisti, molti dei quali in esilio, ha rilevato abusi ricorrenti, fino all’arresto di 19 di essi. Una sessantina sono stati invece spinti all’esilio. Nel solo 2014, sei giornali indipendenti hanno chiuso in seguito a una campagna dei mezzi di comunicazione ufficiali che li ha accusati di essere espressione di gruppi terroristici. Accusati di terrorismo anche i blogger di Zone 9, molto seguiti dai giovani.

I mezzi di comunicazione in Etiopia sono per la maggior parte governativi o filogovernativi, diffondono esclusivamente le posizioni del governo e celebrano i suoi risultati nello sviluppo. Sotto controllo anche la radio che raggiunge le zone rurali più isolate e gli strati sociali più svantaggiati; le radio private sono soggette ad autorizzazione da parte di funzionari governativi per trasmissioni politiche. Bloccati anche blog e social media.

Il pericolo delle grandi dighe

Le grandi dighe stanno tornando in auge anche in Etiopia, dopo l’abbandono degli anni novanta e duemila, sospinte dalla necessità di fonti energetiche alternative agli idrocarburi.

La più grande finanziatrice è la Cina, attraverso la Banca dell’Industria e del Commercio (il maggior istituto di credito nazionale) subentrata alla Banca Europea degli Investimenti. Nel 2017 dovrebbe trovare completamento anche il progetto della impresa italiana SaliniImpregilo, il Grand Ethiopian Renaissance Dam Project, tra Etiopia e Sudan, lungo il Nilo Azzurro. Iniziato nel dicembre 2010, al termine dei lavori sarà la diga più grande d’Africa: lunga 1800 metri, alta 175 metri e del volume complessivo di 10 milioni di metri cubi d’acqua.

Un nuovo boom degli investimenti che però rischia di annientare molte popolazioni indigene in Africa, Asia e nelle Americhe, popoli la cui vita sociale, culturale e spirituale è completamente legata ai territori in cui vivono e ai cicli naturali, i cui fragili equilibri sono compromessi dalla costruzione delle grandi dighe che modificano l’ecosistema. La prospettiva è la creazione di una moltitudine di nuovi «senza terra», costretti a dipendere completamente dagli aiuti umanitari. Qui era ospitata un’antica cultura di pastori: adesso le loro capanne nere sono vuote, in attesa di essere sommerse dal grande lago d’acqua a monte della diga. Survival International denuncia in particolare la violazione della Convenzione ILO 169 (International Labour Organization) che riconosce ai popoli indigeni e tribali un insieme di diritti fondamentali, essenziali alla loro sopravvivenza, tra cui i diritti sulle terre ancestrali e il diritto di decidere autonomamente del proprio futuro. Un testo che è attualmente l’unico strumento legislativo internazionale per la protezione dei diritti dei popoli indigeni.

Un futuro in Sudafrica?

Nel 2015, su 6.694 etiopi rimpatriati e passati per i centri di rimpatrio in Zambia, i minori sono stati 593. Alla metà del 2016 sono già 269. Quanti intraprendono il viaggio per il Sudafrica ogni anno? È difficile a dirsi, perché mancano dati sulle persone che si servono di canali illegali, ma sembra che il numero di minori che sceglie di migrare in questo modo sia in crescita. Si sa solo che le rotte migratorie africane serpeggiano attraverso tutto il continente e lì rimangono. Per gli etiopi, il Sudafrica è una destinazione ambita.

La guerra contro l’Eritrea

Al confine tra Etiopia ed Eritrea c’è il pericolo che si ripeta la carneficina della guerra che tra il 1998 e il 2000 ha opposto i due paesi del corno d’Africa. Il governo dittatoriale di Asmara accusa il regime autoritario di Addis Abeba di aver lanciato l’attacco sul fronte di Tsorona, lungo la frontiera contesa che scatenò la guerra 18 anni fa.

Ai due lati della frontiera contesa, i capi dei due fronti parlano la stessa lingua. L’altro paradosso è che i Paesi occidentali finanziano entrambi i regimi, che non brillano certo per rispetto dei diritti umani.