I sogni di Vera, Luca e Giovanni

di Frassi Lisa

Bellezza e creatività

Sogno e risveglio

Dal divano che la accoglie ormai da troppo tempo, Vera sogna di essere la prossima concorrente di quel format televisivo dove notorietà e realizzazione sembrano serviti su un piatto d’argento. Tutto il resto sembra avere lo stesso sapore insipido e non le interessa granché. Sempre meglio della noiosa routine in cui vede imprigionati mamma e papà, che non fanno che lamentarsi e che la sera rincasano come zombi arrabbiati.

Luca passa le ore a sussultare a ogni vibrazione del suo cellulare di ultima generazione e non sembra interessato alla sollecitazioni della mamma che si preoccupa del fatto che non abbia amici, che non frequenti una ragazza, «a diciassette anni dovrebbe essere normale», gli rinfaccia quotidianamente.

Sono solo difficoltà familiari o c’è di più?

Abbiamo lentamente perso la voglia di conquistarci traguardi, disorientati dalla facilità con cui ci si conquista un bene o un sogno.

Dagli abissi del prêt-à-porter

Certo è che, a causa della burocrazia, della presunta «sicurezza» o semplicemente di chi ci vuole spettatori passivi di un mondo che ipnotizza, ci sono tante difficoltà oggettive perché la creatività delle persone, e in particolare dei ragazzi, venga sollecitata e coltivata.

Nel nostro paese non si può suonare per la strada ad esempio, organizzare un concerto senza che esso sia schiacciato da permessi o tassato.

Nulla può essere organizzato sul suolo pubblico senza permessi, spesso difficili da ottenere: neppure vendere una torta o offrirla per beneficenza.

Nelle scuole, ai laboratori di fisica, di chimica, di creatività vengono preferiti di gran lunga i laboratori d’informatica e la tecnologia schiaccia la relazione tra persone, relegando il ruolo dell’insegnante a un computer che riempie gli ascoltatori di informazioni.

Sono tanti i giovani che lentamente si perdono negli abissi di un sistema che si preoccupa solo di averli come consumatori e che non hanno gli strumenti per capire cosa stia accadendo. Giovanni è depresso, ha smesso di andare a scuola, si accende una sigaretta via l’altra senza mai svuotare il posacenere, ha invertito il giorno con la notte, è la vergogna di famiglia.

Giovanni, Vera, Luca vengono da realtà diverse senza nulla che funga da polmone per la creatività, per le relazioni, per i sogni di un giovane che si affaccia alla vita e dentro si domanda se sia davvero tutto così triste e scontato.

Dentro un cielo grigio senza orizzonte

A poco sembrano serviti l’amore e l’impegno dei loro genitori, incastrati nei lavori che poco spazio lasciano alla bellezza della vita.

Giovanni non si vuole riconoscere negli sguardi grigi e spenti degli adulti, ha smesso di crescere, rifiutandosi di andare a scuola, tagliando i ponti con il resto dell’umanità se tanto poi si diventa così, infelici, nervosi, stanchi, soli.

Di chi è dunque questa grande responsabilità che logora l’animo di un giovane? Della famiglia, sosterrebbe qualcuno, che ha insegnato a mangiare, dormire, andare a scuola ma poco ha coltivato il sentimento, il calore affettivo, il sogno, il desiderio, cresciuti, citando Galimberti, a suon di «ordini, poco ascolto e scarsissima attenzione a quel che nella loro interiorità vanno elaborando».

Qualcuno in modo riduttivo punta il dito sulla tanto discussa genetica e di quanto spesso nelle nuove generazioni pesino tratti depressivi di qualche avo. Il sistema educativo e la scuola sono certamente chiamati in causa.

Uno scampolo di fuga

Rudolf Steiner era un acceso sostenitore dell’uso della creatività come responsabile della formazione della volontà nei bambini. Ancor prima della logica, della memoria, del rendimento, si deve accendere la scintilla della volontà nell’infante e, perché questo accada, sono di fondamentale importanza le arti, oggi considerate solo aspetti marginali del sapere e della formazione del ragazzo.

Certo è che, in tutto questo, c’è anche una grande responsabilità sociale; nell’era dell’isolamento o della privacy, a seconda di come vogliamo chiamare lo stesso fenomeno, le persone chiudono dubbi, confronti, sostegno, parole e amore tra i muri di casa, allontanando sempre più le une dalle altre.

Isolamento ed educazione alla passività sono chiuse nella propria ampolla famigliare, responsabili delle epidemie sociali che portano infelicità.

S. Natoli nel suo saggio di teoria degli affetti ribadisce che la felicità non s’insegna, si vive: ed è per questo che Luca passa le domeniche a guardare le vetrine del centro commerciale desiderando abiti nuovi e chattando con gli amici; nessuno gli ha mostrato alternative, suggerendogli che la felicità ha il sapore della creazione e della sua condivisione con gli altri.

Qualcuno ha postulato che ogni sistema chiuso senza un elemento di novità è destinato a incancrenirsi, e forse è proprio il nuovo e il diverso che dobbiamo far entrare nelle nostre case.

Galimberti denuncia la cultura dell’isolamento in cui «la sacralizzazione del privato ha ridotto di fatto la famiglia, che troppo spesso registra in sé l’effetto del collasso sociale (…). Se l’uomo è un animale sociale, sostituendo la società vera con quella televisiva o virtuale, perché esso non può impazzire?».

Lisa Frassi , psicologa, psicoterapeuta, scrittrice

Bibliografia:

U. Galimberti, I miti del nostro tempo, Feltrinelli, Milano 2009.
S. Natoli, La felicità. Saggio di teoria degli affetti, Feltrinelli, Milano 1996.