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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

La pedagogia della parola 2

di AA. VV.

Ricordando Giuseppe Stoppiglia

Un altro luogo
Pove del Grappa, casa di Giuseppe, un pomeriggio di qualche anno fa.
Gli dico: «Giuseppe, sono stanco di star fermo nello stesso luogo (lavoravo da qualche anno in provincia di Treviso), vorrei prendere per mano Lorena, mia moglie e andare da qualche altra parte nel mondo». Lui mi guarda, sorride e mi chiede: «Piero, hai già scelto il luogo dove vuoi andare a morire?».
Lo guardo, sorpreso, sorrido anch’io e gli rispondo: «Non ci ho mai pensato».
Da allora, questo viatico cammina con me. Mai ho trovato qualcuno capace di sorridere con leggerezza davanti alla tappa più tragica e definitiva della nostra vita. Spero che Giuseppe ci abbia lasciati per il luogo che aveva scelto.
Pietro Tarusello

Di preti così non ce n’erano tanti
Sento di questo parroco di Comacchio: suona le campane quando c’è sciopero. A partire dal 1968 faccio l’assessore a Codigoro. È allora che ho occasione di incontrarlo. Nel 1975 lo vedo in stazione a Ferrara: «Dove vai, Giuseppe?». «Vado a fare l’operaio. Gaetano c’è andato prima di me». Poi lo perdo di vista. Lo rivedo nell’aprile del 2002 al convegno di Teologia della Pace di Ferrara. Ci riconosciamo, ci abbracciamo. Non ci perdiamo più. Nel 2004 interviene a una mia piccola iniziativa di Scuola della nonviolenza, ciclo dedicato a donne straordinarie. Giuseppe ci parla di Etty Hillesum. Leggo i suoi libri. Talvolta li presento. Lo vedo quando viene a Ferrara. Non sono mai andato a trovarlo. Una vergogna! Nel 2016 spetta a me, emozionato, tenere il discorso ufficiale per l’attribuzione della cittadinanza onoraria dal Comune di Comacchio, un onore per Comacchio naturalmente. Lo sento, vibrante, l’anno scorso per il giubileo del fraterno amico Gaetano.
Sento ancora il suo abbraccio.
Daniele Lugli

Sinonimo di carisma
Dalla nascita della festa di Macondo in poi… sicuramente, per quanto mi concerne, Giuseppe Stoppiglia è divenuto sinonimo di carisma non solo nel senso divino del termine ma anche per la sua influenza indiscutibile esercitata sugli altri a tutti i livelli, godendo di un prestigio indiscusso.
Gianni Alberton

Non voemo mia monaci qua.
La prima volta che incontrai Giuseppe, fu una sera, all’uscita di un ristorante. All’uscita sì, perché fu in quel momento che mi parlò a tu per tu, accarezzandomi il viso con la mano, dall’anello nero, che sapevo in qualche modo sudamericano, ma niente più.
Già faticava a reggersi in piedi, a quei tempi, e il suo barcollare e il parlare quasi sottovoce e il guardarmi dritto negli occhi me lo fece apparire, quasi quasi, come in preda alla pazzia.
Un brivido, come fra Socrate e Senofonte, non posso dire di no, mi venne quella sera, giù per la schiena.
Non molto dopo, con una pazienza o scelta dei tempi che mi stupì, mi verrebbe quasi da dire quasi per saggezza, m’invitò a casa sua. Ero tutt’altro che religioso o interessato ai preti, ma accettai. E il secondo incontro non fu meno del primo. Mi aprì la porta un signore mansueto, di una certa età, ma di quelli che gli anni li portano bene, gilet da pesca color tortora, e occhi anche lui a dir poco magnetici: era Gaetano, metà della forza carismatica e del pensiero di Giuseppe, ma dietro le quinte, come si dice, modestamente nascosta.
Avevo passato troppi anni a lavorare la ceramica in arte con un amico come lui, per non capire come fossero una cosa sola. Anche nei piccoli litigi coniugali alla Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, per mettere a proprio agio gli ospiti un po’ imbarazzati, strappando loro un sorriso, come lo ero anch’io.
Mi fece accomodare, preparando il caffè e scusandosi, perché Giuseppe stava finendo di scrivere. La notte, proprio prima di quel mattino, lo aveva lasciato la sorella Lidia, che viveva in Australia. Ricordo che mi disse, scendendo dalle scale: «Non voemo mia monaci qua»: ero vestito di nero e forse odoravo anche di solitudine; e poi, ancora: «Ma ti guidito la machina, con quea facia da pera cota là?».
Ma furono i suoi intensi abbracci, quello stringere forte come non avevano mai fatto nemmeno i miei genitori, se non quando ero piccolo, e quel dirmi alle volte, quasi con un alito di voce: «Non c’è Dio dove non c’è incontro» a lasciarmi ogni volta basito.
In silenzio, per dei minuti, come se ogni volta fosse stata la prima.
Mi parlò del Concilio di Trento, dell’errore di considerare la salvezza dell’anima come qualcosa di egoistico e individuale. Dell’amore di una madre come via da seguire, per tutti, uomini e donne, quale oltrepassamento del modello maschilista, fondato sulla competizione. E ancora, dei bambini di strada come profezia per la Chiesa.
No, non ero pronto per tutto questo, mi dicevo. E probabilmente non lo sarò mai.
L’ultima volta che lo incontrai, mi parlò a lungo, cullandomi con la sua voce, come sapeva fare solo lui.
Gaetano era uscito per commissioni, ed era di mattina. D’un tratto suona il telefono e, caso volle, che dall’altra parte della cornetta ci fosse proprio la donna che sarebbe potuta diventare sua moglie, se non si fosse fatto sacerdote. Nemmeno quando divenne vedova, mi diceva. Si amavano ancora. Forse più di prima.
Denis Imberti

Con il dito e tutto
A vent’anni si è stupidi davvero,
quante balle si ha in testa a quell’età.
[Francesco Guccini]
Forse non li avevo ancora, vent’anni, quando Ines portò Giuseppe al campo parrocchiale.
Arrivava un prete, su a Rocca Pietore, feudo francescano di Padova. La relativa familiarità con i frati, la mia con esperienze varie, tautologiche, di Azione Cattolica, facevano sì che l’incontro con un prete non potesse riservare sorprese. La catalogazione sopra tutto: se è prete allora sai di cosa si parla. Sai come parla.
La prima cosa che fece, a tavola, lo scrivo con le sue parole – fu quella di mandarmi affanculo. Con il dito e tutto.
Non ricordo quale verità ostentassi. Ma non è lì il punto: non era una gran verità, visto che l’ho scordata. Il punto fu, e decisamente è ancora, ciò che conservo di Beppe, indossando ogni giorno l’anello nero brasiliano: non esistono concetti, né categorie.
Esistono solo persone, anzi: questa persona che ti è di fronte, ora e qui.
Molte cose si possono dire del suo cristianesimo: Beppe ha permesso che conservassi un briciolo di fede, quella per cui il Dio di Gesù Cristo è il più formidabile antidoto alle idolatrie.
Giovanni Realdi

Quando mi tolse l’etichetta
Centro Studi Cisl di Firenze: durante un corso di formazione il direttore del centro, Pippo Morelli, mi convocò per conoscermi meglio. Con lui c’era Beppe. Vollero capire cosa c’era nel mio animo più che nella mia testa.
Beppe concluse dicendo: «Dobbiamo dire a Carniti che in Cisl c’è bisogno di uomini che pensano con la loro testa e non di yes man». Fui folgorato: significava togliermi l’etichetta di contestatore e riconoscermi come portatore sano di proposte.
Carlo Daghino

Sentivo parlare questo grande prete vestito di colori.
Ero piccina e sentivo parlare questo grande prete vestito di colori. Parlava forte, come se la spinta con cui buttava fuori le parole dalla bocca le rendesse più incisive, più impressionanti. E lo sono state, si sono impresse nella mia mente come sassi scagliati su un morbido tronco. Hanno stretto il laccio dei miei ideali attorno a un albero che va dalla terra al cielo, dritto e senza mezze misure. Mi ha mostrato come il coraggio ti fa grande, anche se per il mondo diventi piccolo, mi ha mostrato come sia possibile alzarsi per gli ultimi, agire per la giustizia, accogliere l’altro, anche se è molto costoso. Giuseppe mi ha concesso la libertà di vivere una fede umana, di celebrare la relazione, la creazione tramite l’uomo, tramite la donna. Giuseppe mi ha mostrato Dio nel fratello conosciuto e nello sconosciuto, nell’imperfezione del nostro essere umani.
Alice Bussolaro

Pazzie per i poveri nelle terre del Brasile
Mi manca la tua parola, il tuo sguardo indagatore, le nostre pazzie per i poveri nelle terre del Brasile; mi manca il tuo passo da viandante, da prete di strada, il tuo coraggio, il tuo amore,
Gianni Castellan

Il fuoco e la tenerezza
Il fuoco, la passione civile, l’ardore, la forza e allo stesso tempo la misericordia e la tenerezza.
Giuseppe: uno che ti mette davanti a te stesso anche quando credi di star facendo chissà cosa, lui ti mostra che si può fare di più e meglio per la giustizia e per la vita.
«Che la terra gli sia leggera!» si dice in Burkina Faso.
Maria Teresa Cobelli

Acque, terre
Nei tuoi occhi c’è il sentore del vento cristallino che scende di gennaio dal Canale di Brenta, e delle acque calde e vive nelle Valli di Comacchio, d’estate.
Strano il destino che ti ha portato da una valle, che si chiama «canale», a delle «valli» che sono lagune, orlate di canali.
Tanto hai imparato da queste terre, da queste acque.
Dai contrabbandieri della tua valle hai appreso a dubitare dell’autorità, a infrangere i confini, a trafugare le idee, a trasgredire le imposizioni.
A Comacchio hai capito come un progetto imposto dall’alto, la così lodata bonifica, abbia prosciugato lo spirito profondo di un popolo, gli abbia tolto l’acqua stessa in cui nuotava.
Le tue acque volevano libertà, la esigevano con la forza delle brentane, quando occorreva, ma erano capaci di sostare, ed esitare, e respirare a fondo di un tempo lungo, per assaporare appieno la vita, prima di arrivare a perdersi nel grande mare.
Delle tue acque, delle terre che hai percorso conservo una mappa, riposta tra le carte più preziose negli archivi della mia memoria.
Andrea Pase

Ciao, Barba!
L’empatia fu immediata. Gli accarezzai la barba. La mia tenerezza.
Sentì che trattavo di emozioni. Mi chiamò a parlarne e a celebrare in un evento sul Lago d’Iseo. Sentii che era molto competente nei temi del lavoro. Lo chiamai a parlare ai corsi del Centro Studi del Ceis a Belluno. Scoprii che era appassionato dell’uomopersona-libera al lavoro, ben prima che interessato alle tecniche e regole del lavoro.
Trascinava col cuore gli ascoltatori.
Li convinceva. Li chiamava all’appartenenza a quell’unico scopo che valga la pena per vivere: libertà, parità e dignità di tutti verso tutti, da garantire con la giustizia, fondata sull’amore.
Caro Bepi, se il mondo è Macondo e «Macondo è amore» – nel fuoco dello Spirito di Amore che unisce il Padre al Figlio e ora ti abbraccia e tu contempli – implora con la tua forte voce, che quell’Amore bruci il denaro individualista e il suo potere che seccano il cuore. Abbiamo ancora bisogno di te e della tua preghiera.
don Gigetto De Bortoli

Un amore “arrabbiato”
Conobbi Giuseppe tanti anni fa, in occasione di una conferenza che tenne nella mia azienda e rimasi colpito dalla sua esposizione dirompente e al contempo lucida e carica di un amore «arrabbiato» nei confronti di chi preferiva l’omologazione e l’apparire piuttosto che la condivisione e l’attenzione verso gli ultimi. Chiuse l’incontro con una frase potente che difficilmente scorderò: «La vita è più forte della morte».
Diego Merigo

Come parlava delle donne
Era una sera un po’ nebbiosa del novembre 2004.
Al Centro Langer di Ferrara si tenevano incontri sulle «donne speciali» del ‘900. Quella sera incontrai per la prima volta Giuseppe Stoppiglia ed Etty Hillesum.
Mai avevo ascoltato un prete parlare in quel modo appassionato, leggero e semplice, delle donne.
Giuseppe mi ha accompagnato in momenti difficili della mia vita, donandomi speranza e affetto sincero.
Ciò che è presente in me, e lo sarà per sempre, è il suo sorriso, la sua tenerezza.
Anna Bellini

In Brasile con Pippo Morelli ed Enrico Giusti
Nel 1981 feci il mio primo viaggio in Brasile e ci conoscemmo in quell’occasione; lui stava viaggiando con Pippo Morelli. Ho poi passato in Brasile 4 anni con mio marito, in un Progetto di Cooperazione del MLAL, insieme a un altro grande di quegli anni, che non c’è più, Enrico Giusti.
Di Beppe, ritrovato poi in tante occasioni, anche a Porto Alegre per il Forum Social Mundial nel 2003, conservo un ricordo carico di affetto e riconoscenza. Uomo di apertura e visione immensa, scrittore di grande delicatezza e capace di arrivare al cuore. Un Maestro.
Maria Anita Cutini

La sua messa era una festa colorata
La prima volta che ho incontrato Giuseppe è stato alla festa di Macondo una quindicina di anni fa. Ricordo la messa celebrata come festa colorata, la sensazione di essere parte di una comunità cristiana, cantante e danzante, insieme all’immagine di un Dio amorevole e sorridente. E poi il corpo di Cristo come nutrimento vivo e saziante. Da allora tutte le altre messe mi appaiono un po’ tristi e spente, troppo stereotipate e formali e faccio fatica a parteciparvi.
Grazie Beppe per avermi fatto toccare il viso sorridente di Dio!
Raffaella Bertolo

Rolling Stone
Ciao Giuseppe, se penso a te, penso a una pietra che rotola e, rotolando, spinge altre pietre che erano ferme a rotolare anche loro verso un punto certo: l’utopia.
Tanti anni fa, alla Prima Festa della Collina, organizzata da Padre Bruno Quercetti all’Eremo di Ronzano a Bologna, abbiamo incontrato un prete con un grande barbone e uno sguardo dolce. Lo abbiamo ascoltato, poi nel pomeriggio lo abbiamo cercato perché ci incuriosiva la sua personalità. Con lui abbiamo parlato di una nostra idea di costituire un’associazione per aiutare le popolazioni indigene del Chiapas.
Senza di te, e senza Gaetano, noi probabilmente non avremmo creato l’Associazione Destinazione Chiapas, della quale tu e Gaetano siete soci onorari e le donne e i bambini indigeni del Chiapas non avrebbero visto tanti progetti realizzati.
Sei stato il volano che ancora adesso ci fa andare avanti.
Valter e Teresa Cavina

Ogni albero porta un segno di Beppe
Ho conosciuto Beppe a 18 anni. Ero inquieta e ribelle, intemperante davanti alle ingiustizie. Lessi madrugada, rivista (allora) sconosciuta e trovai piena corrispondenza di visione del mondo nelle parole di un articolo di Beppe.
Gli scrissi una lunga lettera piena di domande e sottolineature, e lui venne a incontrarmi a Modena. Venne a incontrare me, che non ero nessuno.
Da quel momento è sempre stato presente in ogni passaggio significativo della mia vita. È stato per me un padre spirituale, nel senso quasi hegeliano del termine, perché ha guidato il mio spirito a prendere sempre maggiore autocoscienza. Soprattutto negli anni della sua malattia, tanto lui era più fragile, tanto il nostro legame diventava indissolubile. Io sapevo che lui c’era e ci bastava una parola, una risata, oppure uno sguardo per capirci.
Nella casa in montagna, dove abbiamo passato insieme le ultime estati, c’è ancora il suo odore.
Ogni albero porta un segno di Beppe, perché lo aveva potato (o lo voleva potare), oppure perché lo appassionava, o perché alla sua ombra aveva avuto una conversazione con i numerosi amici che venivano a trovarci. La sua presenza era un polo di attrazione per tutti e la casa prendeva vita, spirito, aria e luce.
Alessia Ansaloni

Dio non è mai nel posto in cui lo metti tu
Conobbi Giuseppe durante una sua conferenza nella bassa modenese circa 17 anni fa.
Le sue parole, la sua empatia, il suo entusiasmo e il suo sguardo mi scossero, mi stimolarono.
Ero da poco sposato e dopo aver letto qualche suo articolo avvertii il bisogno di inviargli una lettera, nella quale descrissi il mio sentire.
Giuseppe mi rispose. Mi scrisse che «dalle mie parole si evincevano ansia e timore» e che non dovevo pretendere di comprendere nell’immediato le sue parole. Aggiunse «se sarai coerente capirai», e terminò dicendomi: «Dio non è mai nel posto in cui lo metti tu, è sempre un po’ più in là».
Effettivamente, subito, non compresi a fondo tale risposta. Ansia, timore? Ma come? Non capivo.
Dopo circa tre anni da quello scambio epistolare mi separai: mia figlia aveva cinque anni, mio figlio uno. Il dolore mi aiutò a capire il messaggio e la visione che Giuseppe mi aveva offerto, una visione che tutt’oggi mi accompagna e mi ispira.
Nicola Baroni

Un incontro, di quelli che ti rovesciano
Gli occhi chiari, penetranti, assolutamente presenti a quell’istante, la barba bianca che copriva il viso, la voce morbida: questo mi colpì di te in quella stanza posta alla fine del corridoio nei locali della sede CISL nazionale. Eri seduto su una sedia dietro una scrivania, ma non era quello il tuo posto, si vedeva. Tu amavi stare in piedi, fuori dai palazzi, dalle poltrone, dalle strutture… eri lì per sapere chi fossi. Un colloquio? No, un incontro, di quelli che ti rovesciano, ti portano altrove. Non ricordo nulla delle parole scambiate; ricordo invece la tua postura, il tuo sguardo autorevole, il tuo ascolto pulito, mai selettivo, affettivo.
Ci congedammo con il calore di una vecchia amicizia. E mi ritrovai a entrare in un capitolo nuovo della mia esistenza che mi portava da sud-ovest verso nord-est, passando da Roma, spartiacque di terre unite ma distanti. «L’incontro accade, precede ogni logica della prevedibilità».
Questa tua frase è diventata la cifra della mia esistenza, aria pura nelle corse della programmazione quotidiana. Presenza di te viscerale, intatta, aderente. Giuseppe.
Paola Stradi

Quel piccolo ristorante di Sarajevo
Erano dall’altra parte del ristorante: di fronte a dove sedevo io, ma non a portata di voce. Quel piccolo ristorante di Sarajevo era interamente occupato dai sindacalisti delle costruzioni della Cisl, che erano lì per inaugurare un’ala della scuola di Srebrenica che avevano contribuito a ricostruire. Venne qualcuno a dirmi che don Giuseppe e don Gaetano mi volevano conoscere. Mi avvicinai a quel tavolo e da lì, quella sera, non mi mossi più. Nel corso della mia vita sindacale avevo sentito parlare tanto di Giuseppe Stoppiglia, ma mai mi era capitata l’occasione di conoscerlo. Si parlò tanto quella sera: di me voleva sapere tutto e con quegli occhi azzurri color cielo indagava anche la mia anima. Qualche anno dopo, lasciato il sindacato, mi suggerì di occuparmi di cooperazione internazionale: «Devi fare l’Iscos» (istituto della Cisl per la cooperazione allo sviluppo). E ancora oggi sono in Iscos.
Nei primi giorni di novembre sono tornato a Sarajevo e ho voluto rivedere quel ristorante.
Antonio Cerqua

Spiazzati dal vento dell’amore, necessario e felice.
Ho sul comodino l’ultima lettera di Giuseppe Stoppiglia ai soci di Macondo del luglio scorso. Un brano di quella lettera è diventato la mia meditazione serale: «Il senso della vita si trova unicamente nell’amore.
Chi ama ha qualcuno per cui vivere, lottare e sperare. Ha un motivo sufficiente per affrontare e offrire sacrifici, uno scopo che dà gioia al cuore, per il solo fatto di esserci. L’amore è la gioia della vita, un’esistenza senza amore è triste e vuota. Non si può vivere senza sapere per chi, altrimenti la vita non è vita. Se non c’è amore, lo devi cercare, perché lo puoi trovare. L’amore non è solo felicità, ma è forza, energia; ci consente di sperare e ci insegna a resistere. Sembra facile, ma è sconvolgente. Siamo spiazzati dal vento dell’amore, necessario e felice. Questo non è un pensiero, ma è sapienza di cuore».
È toccante sapere che una persona gravemente ammalata possa dare tanto agli altri. È un meraviglioso compimento.
Carla Bottoni

Sono rimasta colorata
L’ho incontrato una volta sola, il 29 maggio del 2004, a Spin di Romano d’Ezzelino. Rammento il suo sguardo luminoso, la sua voce potente e dolcissima, il suo abbraccio accogliente che mi «riconosceva». Giuseppe andava oltre i dogmi, l’incontro con lui non era un rito vuoto, ma un Amore trasparente. Incontrarlo, ascoltarlo, ha trasformato il grigio della mia vita in una vita colorata.
Il colore lasciato dal suo abbraccio è rimasto intatto. Anche nei momenti più bui, sono rimasta colorata.
Mentre lui se ne andava, io combattevo contro il mio cancro. L’ho vinto grazie alle cure di ottimi medici, ricchi di umanità, ma anche perché sono rimasta colorata. Del colore caldo del suo abbraccio.
Carla Francese