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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

La pedagogia della parola 3

di AA. VV.

Ricordando Giuseppe Stoppiglia

Sei solo andato avanti…
Ti abbiamo conosciuto alla festa della classe dei 20 anni a Enego… Ci ha stupito la tua predica piena di «garra», grinta che osava provocare e stimolare il nostro desiderio di vita profonda e abbiamo varcato la soglia della sacrestia con un certo timore e imbarazzo, ma dovevamo conoscerti perché avevi entusiasmato i nostri cuori.
Sono 40 anni che ci vogliamo bene e abbiamo condiviso, come tanti amici qui, i momenti importanti delle nostre vite: matrimonio, nascite e battesimi, viaggi in Brasile, l’esperienza di Macondo, la formazione, le feste, l’impegno politico. Ci hai insegnato ad ascoltare, a lottare, a essere coraggiosi, ad accettare umili le nostre sconfitte, a non cedere ipocritamente alla convenienza, al calcolo e al potere. Ci hai accompagnato a difendere le ragioni della giustizia, dei diritti dei più piccoli, dei diseredati, della libertà. Hai aperto varchi, attraversato ponti, trovato sentieri, allargato orizzonti, connesso mondi e culture.
Ti stringiamo forte, caro amico, per noi sei stato un maestro, padre e fratello. Ognuno di noi ha nel cuore esperienza di te: il tuo sguardo vicino, profondo, penetrante e vivace, capace di leggerci dentro, il tuo sguardo lontano, capace di profezia, il tuo abbraccio carico di energia e tenerezza.
Il popolo di Macondo è qui oggi per dirti che saremo servitori liberi e fedeli, fratelli tra noi. Il tuo sogno resta ancora il nostro, quello che non è stato ancora fatto faremo, detto diremo, accolto accoglieremo, pianteremo alberi, costruiremo altalene.
Abbiamo imparato la strada, abbiamo avuto un bravo maestro, servo di Dio e del prossimo e adesso tocca a noi continuare con coraggio e allegria! Sei sempre stato un viandante…
non oso pensare quanti cieli, cime innevate e cose belle stai già scoprendo in un destino di eternità! Vai, Bepi, uomo di fede, buon cammino. Mettiamola così: sei solo andato avanti…
come hai fatto in Brasile 33 anni fa quando non ti trovavamo più, e ci aspetti a qualche angolo di strada tra uomini laboriosi, bambini vocianti e donne felici!
Monica Lazzaretto Miola

Un teologo in eskimo
Spezzano della Sila, Cosenza, hotel Petite étoile, a metà anni ’70, una settimana residenziale per formatori della Cisl: siamo nell’era Carniti; Bruno Manghi e la sua équipe preparavano i quadri per il costruendo Centro Studi del Sud.
Mi tocca in sorte un animatorefacilitatore, con occhi quasi spiritati, barbetta, rigorosamente in eskimo che, all’atto della presentazione, dopo sfuggenti dettagli sulla sua provenienza veneta, racconta la sua esperienza come delegato di base di un’azienda metalmeccanica di Bologna.
Eravamo in febbraio e un’abbondante nevicata ci aveva completamente isolati per cui la residenzialità forzata contribuiva a creare un clima di festoso cameratismo e accendeva grandi discussioni sulle tematiche e i contenuti che ci venivano proposti.
Passano i giorni e mi incuriosisce lo stile di una conduzione delle dinamiche di gruppo, da parte di Beppe, delegato Fim Cisl di Bologna: quasi sempre silenzioso e quasi mai partecipe delle varie opzioni nei contenuti che tanto appassionano noi sindacalisti.
Siamo a giovedì pomeriggio. Si discute animatamente del rapporto uomo/donna, tema avanzato da alcune colleghe che rappresentavano le criticità riscontrate nella vita sindacale, per l’eccessivo maschilismo che, di fatto, vi allignava. A un certo punto, l’animatore silenzioso scende dal piedistallo e partecipa alla tenzone, come un comune mortale, con ragionamenti che sapevano di teologia, fino a far balenare l’idea che la stessa evoluzione della storia del cristianesimo non avesse fatto i conti con questo nodo, ancora attuale, nonostante le aperture conciliari. E si dilunga sul ruolo, le funzioni, i significati, le visioni della madre di Cristo, come icona, paradigma, visione di una Chiesa rinnovata radicalmente e che deve spingerci verso un cristianesimo adulto, a scoprire la centralità dei legami sociali e coltivare la tenerezza nei rapporti interpersonali.
A dire il vero qualche sconcerto me lo crea.
Finalmente siamo a venerdì sera e il mistero si scioglie.
Beppe ci saluta e si congeda. L’indomani doveva raggiungere Bologna, per celebrare messa: era viceparroco in una parrocchia bolognese. Sotto le vesti di un sessantottino si nascondeva un teologo in ricerca, un prete viandante, un testimone.
Con la sua vita, la coerenza della sua etica, mi ha aiutato a riconciliare fede e giustizia.
Mi ha insegnato l’arte di educare, senza invadere.
Ne è nata un’amicizia fraterna, coinvolgente, segnata da innumerevoli incontri, reciprocamente intriganti, anche oltre la formazione sindacale, fino al tempo del suo peregrinare spirituale dell’ultima fase, nella quale il prete viandante mi ha insegnato che era venuto il tempo di «piantare alberi e costruire altalene».
Domenico De Simone

Quello strano operaio alla Riva Calzoni
Giuseppe inizia la sua esperienza nel mondo del lavoro nel settembre 1975, alla Riva Calzoni di Bologna. Da perfetto e sconosciuto trentottenne, privo di barba e con capelli corti, gli unici a conoscere la sua identità erano il direttore generale dell’azienda e il sottoscritto.
Viene adibito, con mansioni di manovale specializzato, al montaggio di motori oleodinamici, accanto al maestro di montaggio Walter Naldi.
Subito l’ambiente si interroga chi potesse essere questo operaio che dimostrava poca dimestichezza con gli strumenti di lavoro ma, contemporaneamente, con una dialettica molto ricca di argomenti in difesa dei diritti dell’uomo e della donna.
Dopo due mesi entra nel Consiglio di Fabbrica e comincia il suo cammino nel sindacato, in qualità di formatore, non solo di quadri aziendali, ma anche di uomini e donne con l’occhio attento ai segni dei tempi. Così conoscerà Gianfranco Del Giovane, Anna Donati, Augusto Giorgioni, ma soprattutto Pippo Morelli e tanti altri quadri sindacali.
Vittorio Chieregato

Ero finanziere a Comacchio e mi era nato un bambino
Anni Sessanta. Allora ero finanziere e facevo servizio a Comacchio, mi era nato un bambino e non potevo sposarmi prima del raggiungimento dei 30 anni: in quegli anni la legge era così. E a Comacchio non trovavo un parroco che battezzasse il mio bambino, né la chiesa del Duomo, né quella dei Cappuccini. Per il semplice motivo che non ero sposato.
Quel giorno, dopo l’ennesimo rifiuto da parte del parroco del Duomo, ero arrabbiatissimo con la Chiesa e i suoi ministri, anche se sono stato sempre un cattolico credente. In piazza Folegatti incontrai don Giuseppe (il mio angelo). Gli raccontai la mia situazione, un po’ arrabbiato anche con lui. Don Giuseppe, con la sua calma, mi disse: «Non c’è nessun problema, vieni nella mia parrocchia e io battezzo tuo figlio». Io credevo che lui stesse ancora presso i salesiani, invece era già stato nominato parroco della Chiesa del Rosario a Comacchio. Così battezzai mio figlio e nel 1970 mi sposai nella stessa chiesa: fu proprio don Giuseppe a celebrare il mio matrimonio. Successivamente, nel 1973, battezzò l’altro mio figlio.
Indipendentemente dai fatti successivamente accaduti, io non ho mai dimenticato, né dimenticherò mai don Giuseppe e don Gaetano.
Giuseppe Baldella

Il lungo viaggio dentro il sindacato
Era stato Pippo Morelli a presentarmi Giuseppe Stoppiglia: un prete operaio che aveva intenzione di impegnarsi nel sindacato in Veneto. Non ho mai capito fino in fondo il perché di questa scelta. Penso che fosse dovuta alla volontà di tornare a misurarsi con le realtà nelle quali aveva in precedenza vissuto. Mi colpì subito la sua grande apertura umana e la sua straordinaria capacità di relazione. Disse che avrebbe voluto impegnarsi nella formazione sindacale che, tra l’altro, era un settore da potenziare. Venne subito accolto e con Toni Cortese, un grande animatore esperto di processi formativi, formò una coppia affiatata che si mise al lavoro nella formazione dei formatori, come premessa di una diffusione dell’attività formativa in tutto il sindacato. La loro strategia puntava, più che a una formazione tecnica, a una crescita umana e culturale come base sulla quale costruire una personalità del sindacalista capace di esercitare la leadership con intelligenza e responsabilità. I frutti arrivarono, tanto che nacque una comunità di formatori che sviluppò un’attività nelle varie Unioni territoriali e che, periodicamente, si riuniva per esaminare criticamente il procedere del lavoro. Giuseppe e Toni inserirono nel sindacato veneto uno spirito nuovo, che puntava all’innovazione e all’apertura dell’azione sindacale oltre i limiti della tradizionale contrattazione e tutela del lavoro, suscitando tanti apprezzamenti e anche qualche silenziosa presa di distanza per la libertà di giudizio che vigeva nella formazione, anche rispetto al sindacato.
In particolare, Giuseppe orientò il sindacato veneto verso un impegno di solidarietà operosa verso il sindacato brasiliano, che imparammo a conoscere attraverso una serie di viaggi e di incontri con diversi sindacalisti locali. Va precisato che i primi contatti non furono proprio idilliaci perché il sindacato italiano era considerato troppo riformista rispetto ai problemi del Brasile, dove sarebbe stata necessaria una linea più radicale se non rivoluzionaria. Durante un incontro con Frei Betto, alla domanda di Giuseppe se il rapporto tra il sindacato brasiliano e quello italiano fosse di importanza primaria o secondaria, Frei Betto rispose bruscamente: «Terzera».
Fu invece l’intelligenza politica di Lula che capì la rilevanza di tale incontro, che egli sperimentò inizialmente con i metalmeccanici e che poi diede luogo a una progressiva assunzione di una strategia riformista del sindacato brasiliano e alla costruzione della scuola sindacale di Belo Horizonte, sostenuta dal sindacato italiano. Per noi questo rapporto determinò un’apertura verso un mondo nuovo, caratterizzato da fortissime disuguaglianze e da forme di lotta tanto difficili quanto coraggiose, anche se le iniziali intenzioni di promuovere alcuni progetti concreti di cooperazione non sempre trovarono puntuale realizzazione.
Scoprimmo anche la realtà della comunità veneta negli stati del sud, dove incontrammo il dialetto dei nostri bisnonni parlato un secolo fa. Dal Veneto, il suo prorompente spirito d’iniziativa portò Giuseppe a sviluppare l’attività formativa in diverse realtà della Cisl di tutto il Paese, tanto che nel tempo assunse una dimensione e un ruolo di livello nazionale, conosciuto e stimato, al di là della dialettica tra le diverse posizioni sindacali.
Fin da allora si capiva che la sua attenzione si stava lentamente spostando verso Macondo, l’associazione che nel frattempo aveva costituito con alcuni amici del sindacato e non, e che per lui rappresentava una più completa realizzazione della sua vocazione di uomo e di prete aperto al mondo, attento e impegnato nella realtà degli ultimi, in tutte le diverse versioni che la società di oggi determina. Per me, l’aver incontrato Giuseppe e lavorato con lui è stato un arricchimento umano e cristiano, perché la sua testimonianza mi ha insegnato che, pur tra difficoltà e contraddizioni, è possibile ricercare e realizzare un senso esigente della vita.
Luigi Viviani

Storditi e affascinati
Come formatore della Filca Cisl (settore costruzioni) di Brescia lo invitai spesso ai nostri direttivi. I delegati sindacali dei cantieri e delle fabbriche rimanevano storditi e affascinati.
Un prete diretto, sincero, pieno di passione, di vita vissuta, di fatica, di grande cultura ma soprattutto di grande spiritualità.
Io l’ho seguito anche nell’Associazione Macondo e anche tutta la mia famiglia lo ha conosciuto, respirando il suo modo di concepire il messaggio del vangelo nella nostra vita politica, cioè di tutti i giorni e l’amore per una Chiesa «che non dà certezze ma speranze». È stato un grande costruttore di relazioni umane, un profeta, come don Mazzolari e don Milani. Una grande anima, come io lo chiamavo sempre.
Giancarlo Bui

Caro viandante
Lo rivedo in alcuni momenti bellissimi della storia di famiglia: le nozze di alcuni nipoti, il battesimo di Matteo e Sara, a tavola a Padova da mio cognato e mia sorella, a casa a Verona per una segreteria di Macondo.
E anche nei giorni del dolore… Gli occhi attenti, scrutatori, seri o sorridenti, le parole rasserenanti…
Grazie di tutto, caro viandante! Annalisa Rigoli

Molte lune e pochi capelli
T’incontrai tra tanti, mentre il vento
faceva volare i miei lunghi capelli…
Molte lune hanno illuminato il tuo pensante cammino…
Molti soli hanno germogliato robusti alberi…
Molte nuvole hanno accarezzato le tue delicate mani…
Nelle nostre chiacchiere abbiamo letto il futuro…
Del nostro scrivere abbiamo lasciato testamento…
Dei nostri abbracci rimarrà il profumo…
Ora, qui solo, e con pochi capelli,
ascolto la voce del vento che accarezza il mio tuo ricordo.
Mario Granatello