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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Mali

di Santacà Antonella

Parliamo in questo numero di Mali.
Ex colonia francese, il Mali è indipendente dal 1960. 13.500.000 il numero dei suoi abitanti, oltre 1.240.000 kmq la superficie.
La mortalità infantile è di 217 bambini ogni 1000 nati, una speranza di vita di 52 anni, 73,8% della popolazione analfabeta e un Pil pro capite di 1.200 dollari annui. La religione prevalente è quella musulmana (80%), i cattolici sono una piccolissima minoranza (1,6%).

Dopo la mia esperienza di viaggio in Mali, nel dicembre del 2008, sceglierei di parlare dei Dogon, popoli affascinanti, speciali per la loro cultura millenaria e saggezza.

I Dogon occupano i territori della riva destra del fiume Niger, lungo la falesia di Bandiagara, la catena dei monti di Hombori e il piano di Gondo. Si sono mantenuti indipendenti fino alla colonizzazione francese e questo grazie a un territorio fra i più aspri e difficili della Terra. Essi conoscono i moti del sole, della luna e la vita delle stelle (conoscono la stella Sirio B che è visibile solo ogni 60 anni) e sono depositari di un antichissimo e saggio modo di intendere la vita. La loro cultura si tramanda ancora oggi attraverso i griot, i cantastorie, che girano di villaggio in villaggio cantando e narrando vecchie storie, leggende e poesie.

Ambiente e popolazione

La falesia di Bandiagara è un dirupo che si estende per circa 200 km e raggiunge dai 300 ai 600 mt di altezza in un caos di rocce, tra i più stupefacenti paesaggi d’Africa. Il clima sub-tropicale arido del Mali presenta due grandi stagioni, una stagione secca e una piovosa.

L’altopiano della falesia è particolarmente arido nella stagione secca, quando vi soffia l’harmattan, il vento dal deserto del Sahel e l’aria calda raggiunge anche i 45-50 gradi. Nella stagione delle piogge sono frequenti gli allagamenti, per cui vengono chiuse le strade. La parte rocciosa strapiombante della falesia è spettacolare, bellissima: abbonda di nicchie, grotte e caverne; essa domina una serie di villaggi abbarbicati sulle rocce, ricchi di granai, di santuari e di orti terrazzati. Dall’alto si domina la piana sabbiosa che si estende fino al Burkina Faso. Questa pianura non ha corsi d’ acqua e la popolazione ivi residente è molto attenta alle povere risorse di cui dispone. Agli allevatori nomadi Peul viene concesso di praticare la transumanza con le loro mandrie, rendendo così fertile il terreno dei Dogon, in un rapporto di reciproco scambio. A parte qualche tensione tra i Bambara (l’etnia predominante del Mali) con i Tuaregh del deserto, le popolazioni cercano una costante pacifica convivenza. L’economia del Mali è prevalentemente agricola e i raccolti dipendono dalle piene stagionali del fiume Niger; si coltivano miglio, riso, sorgo, mais, arachidi, cotone, canna da zucchero. Si praticano la pesca e l’allevamento del bestiame. Lingua ufficiale è il francese, parlato da una parte limitata della popolazione; più diffuso il bambara, seguito dal peul, dal songhay e tamasheq.

Secondo l’ISU (Indice Sviluppo Umano) il Mali occupa il 175° posto della classifica mondiale ed è tra gli ultimi; il grado di analfabetismo purtroppo è ancora molto elevato. I Dogon possiedono comunque una mirabile ricchezza culturale che si tramanda oralmente; oggi che rischia di perdersi, merita di essere salvaguardata come patrimonio dell’umanità.

Nel villaggio dogon

Per tradizione il villaggio dogon deve sorgere vicino a un corso d’ acqua o una sorgente (l’acqua gioca un ruolo fondamentale nella vita materiale e spirituale dei Dogon ed è considerata seme divino) e deve avere la forma di un uomo disteso, supino. La Casa della Parola o «Togu Na» deve essere costruita in testa al villaggio. Sulle porte di legno dei granai e delle case di fango, dai tipici tetti di paglia a ombrello, vengono scolpite figure tratte dalla cosmogonia dogon, antiche storie e leggende, tramandate dai loro antenati, i Tellem: rappresentano il creatore Amma e gli otto Nommo suoi messaggeri, a cui rivolgere preghiere e sacrifici, in quanto incarnazioni della forza vitale del Dio, presenti in tutti i corsi d’acqua. La Casa della Parola è l’edificio più importante nella vita della comunità dogon. È il luogo di ritrovo degli anziani e di riunione degli uomini; ogni villaggio ne possiede uno. Si tratta di una costruzione a pianta quadrata, formata da pilastri in pietra o legno scolpito, che sostengono una travatura su cui poggia la copertura, formata da otto spessi strati di miglio (che portano frescura). Il tetto di questa costruzione è così basso che si può stare solo seduti. Dato che la posizione del corpo influisce sull’equilibrio delle facoltà e sulla tranquillità dello spirito, il «Togu na» favorisce la parola equilibrata poiché chi parla curvo e seduto non può avere scatti d’ira, né imporsi sugli altri. Accanto a ciascun «togu na» viene posta a protezione del luogo una scultura-feticcio.

«Posa i tuoi piedi sulle orme dei tuoi antenati», dice un proverbio dogon e gli anziani ancora oggi sorvegliano a che le antiche tradizioni siano rispettate.

Società e cultura dei Dogon

Il Mali è una repubblica parlamentare con regime semipresidenziale; la capitale è Bamako.

La società dogon è classificata come acefala in quanto non ha mai dato luogo, neppure in passato, a strutture politiche centralizzate, dipendenti da un’autorità unica. La base della struttura sociale dogon è la Casa Madre o lignaggio, e, nell’ambito dei vari villaggi, il potere è determinato dal membro più anziano, chiamato hogon, appartenente alla generazione o casa madre più antica.

L’hogon, detto testimone di Amma, è il rappresentante in terra dell’Essere supremo creatore. È la figura religiosa più sacra del villaggio: la popolazione del Mali è per 80% musulmana, 18% animista, 2% cristiana.

Sono caratteristiche del Mali le architetture di fango. Le moschee più belle sono quelle completamente di fango nei villaggi lungo il Niger; la moschea di Djenn è addirittura protetta dall’Unesco.

Presso i Dogon il tessitore riveste un ruolo particolare e viene considerato come colui che aiuta il manifestarsi del lavoro divino nella creazione ed è legato al simbolismo della parola creatrice, che si dispiega nel tempo e nello spazio.

Anche il fabbro, poiché lavora il metallo con il fuoco e riesce a trasformare con la sua intelligenza le forme, che stanno a fondamento della creazione del mondo, è un essere molto rispettato e onorato, a cui designare il compito di creare statuette cultuali votive. La fucina è così importante che risiede in testa al villaggio, presso il «Togu Na». Naturale continuatore dell’opera creatrice di Dio, alla forgia deve lavorare di giorno, in quanto egli adopera il fuoco che è parte del sole. Nelle danze si imita con il tamburo il battito dell’incudine, musica divina; il suono è una preghiera, il battito è il cuore del dio.

Il griot deve assumere quest’arte per tradizione, tramandata dalla sua famiglia. Il griot, custode della parola, è come il granaio della storia; storia e leggenda si considerano come una grande memoria. Ed è parola di fronte, parola di lato, parola di retro, parola trasparente.