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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Riconoscere il suolo

di Paquot Thierry

Urbanizzazione diffusa e nuovi diritti ambientali

In un secolo, la popolazione mondiale è passata da 1,5 a 8 miliardi di terrestri. Tutti sono urbani: che risiedano in agglomerati di milioni di abitanti o in paesini di poche case, sono stati e sono coinvolti in un’urbanizzazione dei costumi 1 . Sostenuta dalle reti sociali, dalla tv, dalla scuola, dal turismo di massa, dalle migrazioni, essa riguarda al contempo le pratiche alimentari, sessuali, della moda, così come i comportamenti affettivi e le rappresentazioni del mondo. Una tale urbanizzazione dei costumi genera, qui e là, resistenze, rigetti, ibridazioni, creolizzazioni che ritardano l’omogeneizzazione dei modi di vivere e la colonizzazione delle mentalità, senza peraltro contrastarne il destino, ovverosia la diffusione del dominio consumista.

Produttivismo nelle campagne

Il produttivismo (espressione che preferisco a quella di “rivoluzione industriale”) impostosi dalla fine del XVIII secolo nei primi paesi dotati di macchine a vapore, comincia col meccanizzare il lavoro agricolo e poi a introdurvi la chimica, il che provoca presto l’esodo rurale e la monocoltura intensiva. Nel XIX e nel XX secolo, la colonizzazione intrapresa dalle potenze occidentali esporta questa concezione della produzione di reddito (spesso accompagnata dalla schiavitù) a scapito di un’agricoltura alimentare capace di nutrire dignitosamente i contadini e una parte degli abitanti dei villaggi. Come il produttivismo nell’industria, anche il produttivismo in agricoltura pratica il culto del “progresso scientifico” a servizio dell’aumento di produzione, senza curarsi degli effetti sulle culture locali, sulla salute degli abitanti e sul loro benessere. Con la generalizzazione della meccanizzazione – sono stati recentemente sperimentati trattori senza conducente, interamente teleguidati da programmi via satellite – i terreni sono sempre più “accorpati”, cioè riuniti a costo di riempire fossati, estirpare boschetti, sopprimere siepi arboree, livellare rilievi, deviare corsi d’acqua, saccheggiare tutto un insieme di ecosistemi e a costo di disarticolare in profondità diverse “catene alimentari”, da cui la scomparsa di numerose specie animali e vegetali e un’omogeneizzazione del paesaggio. In un tale processo di estrazione di humus e di rendita dal suolo, è la terra stessa a trovarsi ferita, impoverita, snaturata. Non bastasse un’agricoltura aggressiva (e regressiva!), il suolo viene reso artificiale e spesso impermeabilizzato da una sconsiderata urbanizzazione, corredata da tutto un’armamentario spaziofago (stadi, parcheggi, centri commerciali, strade e autostrade…). Questa agricoltura produttivista (funzionante per lo più con energie fossili non rinnovabili, dunque petrolio) e questa urbanizzazione distruttrice di villaggi, borghi e città, che fabbrica delle noncampagne e delle non-città, contribuiscono in pieno all’aumento delle emissioni di gas serra, i quali a loro volta causano sconvolgimenti climatici che perturbano i cicli “naturali” e organici di ricostituzione del suolo. Insomma, il suolo è attaccato da tutti i lati.

Produttivismo nelle città

I terreni agricoli regrediscono proporzionalmente all’estendersi del fronte urbano. Tra il 1960 e il 2007, ad esempio, la Francia ha ceduto 5,1 milioni di ettari di terre arabili – cioè 110.000 ettari all’anno – all’urbanizzazione diretta (terreni edificati) o indiretta (infrastrutture, cantieri, cimiteri, lotti liberi, cave, discariche, aree verdi e giardini che le artificializzano o le impermeabilizzano). La moda tenace della casa individuale isolata è stata accompagnata dall’aumento della superficie dell’abitazione (15 mq in più, in media, tra il 1984 e il 2006), della superficie del giardino (dai 500 mq in media nel 1974, ai 720 mq all’inizio del secolo) e della domanda di trasporto (da cui nuove strade, ferrovie, parcheggi…). Una tale artificializzazione del suolo riguarda tutta l’Unione Europea, tranne «il Belgio e la Spagna, le cui superfici agricole sono cresciute nel recente periodo (1993-2003), mentre le perdite più imponenti espresse in percentuale della superficie agricola utilizzata sono riscontrabili nei paesi di più recente ingresso (Paesi baltici, Polonia, Slovenia, Bulgaria)» 2 . L’abbandono di terre agricole a favore di boschi, riserve di caccia ed estensioni non coltivate sembra meno impattante dell’artificializzazione derivante dalla dispersione urbana. Una rivitalizzazione dei borghi esistenti e delle abitazioni non occupate, una produzione agricola domestica (orti, frutteti…) o energetica potrebbero fermare la “periferizzazione del territorio” denunciata già nel 1972 da Bernard Charbonneau 3 . In città, gli “spazi di mezzo” (indispensabili a far respirare un quartiere e i suoi abitanti), i giardini, le aree circostanti gli stadi o altri impianti sportivi, gli incolti ferroviari, vengono ormai cementificati senza ritegno. Oppure si demolisce una casa di uno o due piani per costruirvi un immobile la cui ombra fagocita le basse case vicine… Il terreno urbano è fondamentalmente speculativo, fa fruttare parecchio, da cui la gentrificazione dei centri storici e lo sparpagliamento delle abitazioni nei territori. Occorre quindi sottrarlo alle abituali regole del mercato capitalista. Potrebbe essere municipalizzato (è l’idea di Murray Bookchin), o diventare una proprietà cooperativa, come ipotizzava Ebenezer Howard per la città-giardino. Gli abitanti sarebbero proprietari delle abitazioni ma non del terreno. Quanto ai campi, ai boschi e ai parchi, non dovrebbero essere edificati. Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione, in grado di fronteggiare quell’intoccabile diritto di proprietà che secondo Rousseau e, prima di lui, Tommaso Moro, è all’origine delle ineguaglianze e dell’inurbanità.

Riconciliare città e campagne

L’urbanizzazione planetaria si concretizza in diverse modalità (bidonville, megalopoli, gated communities, città globali, piccole e medie città…) e ciascuna stabilisce i propri specifici legami con la natura e con la campagna che urbanizza. Si parla allora di urban sprawl in America, di rurbanisation e di étalement urbain in Francia, di città diffusa e di urbanizzazione dispersa in Italia, di Zwischenstadt in Germania, di hyperville in Svizzera e devono esistere altri appellativi in altre lingue per designare la peculiarità dell’occupazione urbana di un territorio. In effetti, la maggior parte della popolazione urbana non si trova stipata nelle sole megalopoli, ma ripartita in territori urbanizzati più o meno densi. È lì che si dispiegano le non-città e le non-campagne, cioè dei raggruppamenti che hanno perduto le qualità proprie di ciò che fa “città” e “campagna”. Lo spirito di una città corrisponde alla felice combinazione di urbanità, diversità e alterità, mentre lo spirito della campagna all’accordo tra attività agricole, preservazione della natura e ritmi delle stagioni. Inutile dire che il produttivismo condanna entrambe, tanto più che le campagne si svuotano dei loro contadini e diventano dormitori… È giunto il momento di riconciliare “città” e “campagne” incoraggiando la loro rinascita ed esaltando le loro complementarietà in seno a bioregioni da costituire, con delimitazioni territoriali flessibili e adattabili, secondo le caratteristiche dei luoghi, delle cose, delle persone che vi si trovano, e di ciò che vi è di vivo…

Beni comuni e riconoscimento giuridico

Negli ultimi anni, in modo ancora marginale, alcune associazioni e talvolta anche alcuni Stati – come l’Ecuador e la Nuova Zelanda – hanno attribuito lo status di persona giuridica a un fiume o a una foresta, permettendo così che se ne possa difendere la causa in tribunale. Questa land ethic raccomandata da Aldo Leopold punta a dotare fauna e flora della capacità di contrastare l’operato di alcuni umani nei loro riguardi e quindi di proteggerli da qualsiasi alterazione. Non si tratta di emettere una dichiarazione di principio, del tipo “sono beni comuni”, ma di modificare i sistemi giuridici in vigore nella maggior parte degli Stati affinché il suolo non sia né snaturato né distrutto. Le condizioni della sua coltivazione, o della sua destinazione a un uso oppure a un altro, non dipende più dalla buona volontà del suo possessore, ma è di competenza dell’insieme della società degli umani e dei viventi. Il suolo ha dunque un diritto che non può essere violato da un qualsiasi agricoltore, trasportatore, costruttore o politico. Stiamo parlando di una posizione recente e ancora poco diffusa. Ma è arrivato il momento di renderla popolare. (traduzione dal francese di D. Lago)
1Analizzo questa espressione e i suoi effetti nel libro Mesure et démesure des villes, Parigi 2020. 2Accaparement mondial des terres agricoles en 2016. Ampleur et impact, Ong Grain, Barcellona 2016. 3Bernard Charbonneau, Vers la banlieue totale, Parigi 2018 (prefazione di Thierry Paquot, postfazione di Daniel Céruzuelle).

Thierry Paquot

filosofo dell’urbano e docente universitario