MADRUGADA

Articolo di Francesco Monini

Al posto della politica

L’astensione snobbata
Le ultime tornate elettorali hanno confermato la crescita dell’astensionismo. Nelle Marche ha votato la metà (50,01%) degli aventi diritto, quasi 10 punti in meno rispetto alle regionali del 2020, mentre in Calabria l’affluenza si è fermata al 43,1%. In Toscana è stata di poco superiore.
Non è una novità. Allargando il campo dalle regioni all’Europa, i dati dell’affluenza al voto sono del medesimo segno. Alle ultime Europee del 2024 ha votato solo il 48,31%, il risultato più basso, lontano anni luce dalle prime elezioni europee del 1979, quando aveva votato l’85,66%. Da allora, quando gli italiani speravano ancora nell’unità europea, l’affluenza al voto ha continuato a ridursi.
C’è da preoccuparsi? Sembra proprio di no, se si ascoltano i commenti politici del dopo voto delle ultime regionali. A un radioascoltatore che chiedeva le ragioni dell’astensione, un commentatore ha risposto testualmente: «I partiti devono smetterla di autoflagellarsi su chi non va più a votare, devono considerare l’astensionismo un dato di fatto e concentrarsi sugli elettori ancora attivi».
Ed è proprio quello che fanno i partiti, a destra come a sinistra. Sull’astensionismo non si discute più. Costerebbe troppa fatica. Arrivasse anche all’80%, basta un popolo affezionato del 20% per essere eletti e governare.

La partecipazione invisibile
L’onda lunga dell’astensionismo è il sintomo di una malattia profonda, la crisi ineluttabile della democrazia rappresentativa su cui si basa il castello istituzionale della nostra Costituzione. L’ISTAT, in un recente focus, passa in rassegna alcuni dei principali indicatori ed evidenzia il livello delle diverse forme di partecipazione politica nel nostro Paese nel 2024, individuando i segmenti di popolazione in cui indifferenza e distacco dalla politica sono particolarmente diffusi. Non parliamo, quindi, solo del calo costante e progressivo dell’affluenza al voto ma più in generale della crescente distanza tra cittadini e politica.
Anche tra il 2003 e il 2024 si è osservato un calo generalizzato della “partecipazione invisibile”: informarsi e discutere di politica.
Degli oltre 15 milioni di cittadini di 14 anni e più che non si informano mai di politica, poco meno dei due terzi (63,0%) sono motivati dal disinteresse, più di un quinto (22,8%) dalla sfiducia nella politica.

Tu non mi rappresenti
L’astensionismo non è, quindi, fuga dalla politica – il disimpegno, il “ritorno a casa” di cui si discuteva nell’ultima decade del Millennio – ma il segnale più evidente di un allontanamento radicale della società dalle stanze della politica. È, prima di tutto, crisi della rappresentanza, l’incapacità del cittadino di individuare nel politico colui che porta avanti i suoi interessi, i suoi bisogni, i suoi valori. C’è senza dubbio una decadenza della classe politica, a destra come a sinistra, capace solo di sfornare facce televisive una contro l’altra armate. Facce televisive che non comunicano nessun messaggio a cui aderire e a cui affidare il proprio voto. Ma se anche i partiti riuscissero a rinnovare la classe politica, se cambiassero i propri esponenti con uomini e donne più credibili e coraggiosi – fino a ora non hanno voluto o non sono riusciti a farlo – la crisi della democrazia rappresentativa non sarebbe risolta. Una politica che parla solo di politica è un guscio vuoto. L’unico modo per ridare forza alla politica, per invertire il disinteresse e trasformarlo in adesione, è quello di riempirla di programmi lungimiranti di trasformazione, in linea con i bisogni e le aspettative che animano la società italiana.

Dov’è finita la partecipazione
Ma l’astensionismo, e più in generale la crisi della politica, vogliono dire crisi della partecipazione? La grande mobilitazione a favore del popolo palestinese, culminata con lo sciopero generale del 3 ottobre e con la manifestazione di Piazza San Giovanni del 4 ottobre, dimostrano il contrario. Per mesi, milioni di italiani, in tutte le città d’Italia, hanno organizzato presidi, cortei, scioperi della fame di solidarietà proPal. Alcuni di loro si sono imbarcati nella Global Sumud Flotilla per portare aiuti a una popolazione stremata e affamata, tentando di forzare il blocco navale di Israele.
Al di là dell’esito della missione umanitaria, nel silenzio del nostro governo, l’esercito di Israele ha fermato i pacifisti che pur navigavano in acque libere internazionali. Occorre riflettere sulla vastità del movimento pro palestinese. A me pare dimostri con chiarezza che l’interesse, l’impegno, la partecipazione in Italia non sono morti. Ma per partecipare non basta la scelta di questo o quel simbolo di partito, occorre una causa giusta o almeno un obiettivo condiviso da raggiungere.

Un’altra democrazia
La nostra Costituzione prevede anche l’esercizio della democrazia diretta. Forse occorrerebbe allargare questo diritto, contando sui movimenti e sulle proposte che nascono nel profondo della società e spuntano in ogni parte d’Italia e tra le pagine del web. Questa partecipazione oggi si infrange su regole referendarie molto rigide, che non trovano nessuno sbocco. Mentre il Parlamento viene sempre più bypassato dall’esecutivo, mentre partiti e politica appaiono sempre più distanti, le voci dei cittadini stanno cercando nuove strade per farsi sentire. Ascoltarli può essere la prima cura per la malattia della democrazia.

Improvvisamente una mezza pace
Su tutti i media è arrivata come una bomba la notizia della pace a Gaza. L’accordo è stato siglato tra il presidente americano Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, già accusato di crimini di guerra e di genocidio. L’accordo, in teoria accettato anche da Hamas, appare vago e lacunoso, non prevedendo la costituzione di uno Stato palestinese e non specificando i tempi del ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia. Anche il futuro di Hamas rimane in forse.
Probabilmente non siamo di fronte alla fine della guerra e dell’invasione della Striscia di Gaza, ma solo a una tregua. La guerra potrebbe riprendere in ogni momento. Ma se questa è solo una mezza pace, è comunque il momento di gioire. Gli ostaggi, vivi o morti, tornano a casa. E centinaia di detenuti palestinesi anche (anche se le loro case sono state distrutte) e un popolo affranto potrà avere finalmente pane e cure.

Francesco Monini

Francesco Monini

Direttore responsabile di Madrugada e del quotidiano online Periscopio