MADRUGADA

Articolo di Bruno Vigilio Turra

Il futuro umano sarà mistico o non sarà

«Cerco un centro di gravità permanente
che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente
over and over again».
[Franco Battiato]

«Al di là del bene e del male
c’è un grande campo: incontriamoci là».
[Rumi]

Conosci te stesso era la massima riportata sulla facciata del tempio di Apollo a Delfi: un invito che ha accompagnato lo sviluppo di tutta la filosofia classica, quando essere filosofi significava, innanzitutto, condurre una vita da uomini, una vita orientata alla saggezza.
Questa filosofia intesa come un modo di vivere, questo esercizio filosofico basato sul distacco da ogni attaccamento particolare, è passata anche nel primo cristianesimo ed è proseguita fino al medioevo arrivando – in ambito cristiano – a un vertice assoluto con la cosiddetta mistica renana.
Alcuni autori suggeriscono che proprio i padri del primo cristianesimo aggiungendo al primo conosci te stesso un formidabile e conoscerai te stesso e Dio, posero le basi di tutta la mistica occidentale, mistica ancora razionale cioè intesa come il vertice più alto della conoscenza.
Il verbo conoscere va qui inteso in senso del tutto particolare: non come un sapere esprimibile nella descrizione di un’entità specifica ma come un genuino essere cioè un’esperienza particolare di sé che – nell’antropologia cristiana – coinvolge corpo anima e spirito. Conoscere dunque, come esperienza diretta e non mediata dell’Uno, del Tutto, o, se si preferisce, di quel Dio che rimane inconoscibile per la mente calcolante ma che pure è presente in ogni cosa senza in questa risolversi.
È un’esperienza che alcuni mistici hanno descritto come un nascere a sé stessi, una rigenerazione, vissuta al momento come beatitudine, estasi sconvolgente. Tutto questo esprime splendidamente Margherita Porete: in quel capolavoro assoluto che è Lo specchio delle anime semplici, ella afferma che «non v’è da guardare a un mondo vero al di fuori di noi e di questo mondo, perché questa luce che è, noi la siamo. Lo siamo sempre, non in un momento particolare, quello “mistico”, estatico, che divide, oppone un mondo vero a uno falso, l’Uno al molteplice, ma sempre. L’Uno è nell’anima».
Proprio la frase «conosci te stesso e conoscerai te stesso e Dio» assiema alla frase eckartiana «prego Dio che mi liberi da dio» sintetizzano mirabilmente l’idea di una mistica per così dire razionale, assolutamente libera, fondata sul distacco da ogni attaccamento, la cui purezza non è toccata da immagini e rappresentazioni mentali.
Mistica come esperienza universale? Stupisce forse trovare queste verità universali in occidente e in particolare nell’occidente medioevale e cristiano che la cultura dominante vuole epoca oscura e vile. Al contrario, non stupisce affatto associare la mistica così intesa all’oriente e, in particolare, a quella residua riserva di senso che, agli occhi di non pochi occidentali, è ancora l’India.
Fatto è che l’esperienza mistica sembra ritrovarsi in tutta le culture e in tutti i tempi; essa sembra ricordare l’esistenza di uno strato comune rintracciabile al fondo di ogni religione e tradizione spirituale; la si trova senz’altro nell’Islam dei sufi, nella tradizione vedica indiana, nel buddismo, nello zen giapponese, solo per citare i casi più noti.
Mistici e mistiche di ogni tempo e di ogni cultura, di ogni religione, sembrano dunque, al di là delle complicazioni linguistiche e culturali, fare riferimento a qualcosa di comune, a un vissuto, a un “essere” che è al contempo un’esperienza trascendente e profondamente calata nel profondo dell’interiorità personale. Quest’esperienza si palesa attraverso il distacco, la sospensione del chiacchiericcio interiore, il disarmo delle pretese dell’ego appropriativo, lo svuotamento necessario per lasciare spazio al manifestarsi del divino dentro di noi.

Apogeo ed emarginazione della mistica
La trasformazione della filosofia da vivere filosofico ed esercizio di morte a branca specialistica del pensiero, l’irrompere dell’illuminismo e l’affermarsi della modernità con il suo forte accento sulla soggettività personale e sull’agire calcolante che poco alla volta sussume a sé l’intera idea di razionalità, sono fenomeni che accompagnano e causano una trasformazione profonda anche della mistica occidentale o, almeno, nel modo con cui gli eventi e le esperienze a essa associati vengono raccontati.
La nozione di mistica perde la sua dimensione razionale per assumere una veste sentimentale, legata più a emozioni e sentimenti. Questa mistica del sentimento, che trova ampio spazio nelle rappresentazioni barocche delle estasi visionarie di mistici e mistiche, informa fino a oggi quel che laici e profani ma anche credenti pensano sia l’esperienza mistica. Un’esperienza appunto, ormai disgiunta dalla riflessione filosofica razionale.
Essa rimanda quasi sempre al manifestarsi di qualcosa “lì fuori”, al mostrarsi di un’entità, spesso associato a sentimenti e passioni fortissimi che sconvolgono il mistico o più frequentemente la mistica; emozioni che oscillano tra l’estasi paradisiaca e la disperazione propria della «notte oscura dell’anima» descritta dal grande mistico e poeta San Giovanni della Croce.
Ciò che accomuna molte di esse è la passività, quasi l’impotenza di fronte all’irrompere traboccante del divino nel corpo di chi ne fa esperienza diretta.
Si assiste da allora a un proliferare di apparizioni e manifestazioni, locuzioni interiori, messaggi, che, per così dire, si frappongono tra il mistico e più spesso la mistica e l’Uno-dio inconoscibile concettualmente, caro alla mistica greca e medioevale. Questi eventi pongono spesso il o la mistica (o meglio: veggente) nel difficile ruolo di intermediario tra questi esseri (come Maria la Madonna per restare in ambito cristiano), che spesso lasciano messaggi e segreti da diffondere, e il popolo.
Non stupisce allora che l’esperienza mistica, poco alla volta, sia diventata sinonimo di visionarismo, emotivismo più o meno isterico e, per ultimo, nel periodo industriale del secolo scorso, rubricata come inganno da certa critica laica-materialista oppure come manifestazione patologica dalla scienza ufficiale.
Se, dunque, nell’idea originale greca e nel pensiero dei padri cristiani medioevali, l’appercezione mistica era il vertice di una razionalità capace di superare d’un balzo la logica discorsiva e calcolante, per vivere la pienezza dell’assoluto (Uno), nella nozione attualmente più diffusa la mistica si presenta spessamente come un vissuto, un’esperienza particolare, una “relazione” con altre entità più maneggiabili dalla mente e riconoscibili culturalmente che, rispetto all’Uno ineffabile, assumono per forza di cose il ruolo di intermediari se non proprio di idoli.
Non stupisce neppure che oggi questi eventi siano classificati da alcuni studiosi come manifestazioni di esseri o entità alieni altamente evoluti e molto potenti.

Lo spirito perduto e il mercato della spiritualità
La mistica ha una storia, un lessico, i suoi santi e i suoi libri sacri, come dimostrano gli studi di Marco Vannini che a questo tema ha dedicato una vita e numerose pubblicazioni. Tracce profonde di influenze mistiche si trovano nella cultura, nei grandi sistemi filosofici, nella letteratura e persino nella scienza.
Malgrado questo, mistica è un termine che oggi suona equivoco, un termine ombrello sotto il quale si raccolgono cose molto diverse e differenti significati. Al fondo però permangono quel vissuto, quell’esperienza, quel sentire che coincidono con l’esperienza diretta e non mediata del divino, con l’esperienza travolgente e inconcepibile logicamente di essere l’Uno; più laicamente, con il vivere la pienezza del «sentimento oceanico» evocato da Romain Roland, o nell’incontro con l’altamente significativo descritto in modo assolutamente razionale da Luigi Lombardi Vallauri nel suo corso di mistica laica.
Tutto questo non può essere disgiunto da una riscoperta dell’unità corpo-anima-spirito, da un impegno personale, da un vivere filosofico che sappia valorizzare la pura esperienza (mistica) del momento inquadrandola in un contesto significante.
Se questo non avviene, se manca consapevolezza, tutto rischia di risolversi nella ricerca ossessiva dell’esperienza o nella mera ricerca dello stato eccezionale.
La mistica intesa come stato, come evento, ridotta a mera esperienza sensibile e dunque disgiunta da una visione filosofica (meglio: dall’impegno di una vita autenticamente filosofica), la mistica volgarizzata e derubricata a caso curioso, rischia oggi di essere inglobata in un mercato del sacro che propone una fantasmagoria di prodotti che dovrebbero garantire la conoscenza, il benessere, la felicità, la pace interiore, l’estasi: insomma, almeno un assaggio di alcuni di quegli stati di coscienza che sono descritti da mistici e mistiche di ogni tempo.
Corsi, stage, film di grande successo, libri, viaggi e cammini, esperienze in luoghi particolari, sostanze enteogene, rituali sciamanici o esoterici, rappresentano l’offerta globale di un florido mercato che deve creare i bisogni di cui si nutre.
Lo avevano ben compreso, e in anticipo, gli sperimentatori psichedelici degli anni ’60 come Timothy Leary che tentavano di unire l’antica saggezza (del Libro tibetano dei morti) con l’uso sacramentale di LSD per entrare in stati di coscienza superiore, per accedere al divino. All’epoca molte persone erano sinceramente convinte che l’esplorazione di stati di coscienza non ordinari (che alcuni definivano mistici) attraverso mezzi chimici potesse innescare una trasformazione radicale e positiva sia dell’individuo che della società.

La valorizzazione della mistica come via di salvezza?
Nella storia umana è possibile tracciare una storia della mistica e seguirne le trasformazioni e i rivoli che hanno fermentato nel passato tante comunità e molti ambiti della società; anche oggi, lasciando stare il florido mercato della spiritualità e i suoi numerosi inganni, la mistica intesa come filosofia, come pratica di vita e come esercizio del morire, intesa anche come esperienza personale vissuta all’interno di un contesto propizio, rappresenta una speranza, l’unica forse, per il futuro. Il precetto «conosci te stesso e conoscerai te stesso e Dio», lungi dall’essere un relitto del passato superato dalla razionalità tecnica-utilitarista che – a torto – ha sussunto a sé l’intero campo della razionalità, si profila come una via responsabile per un futuro genuinamente umano. E questo per una serie di buoni motivi.
Innanzitutto, il procedere della scienza teorica ha aperto scenari che non si oppongono affatto in modo frontale (come era per la scienza positivista classica) a una visione mistica del mondo; si badi bene però: non spiega o giustifica o dimostra (come vorrebbe una certa vulgata dal sapore new age) la correttezza del “sentire mistico” ma lascia intendere che quel che riportano i mistici di ogni tempo, cultura e religione, non sia affatto così folle e irragionevole come poteva apparire a un razionalista, materialista, positivista di stretta osservanza.
Curiosamente, dunque, molti ragionamenti dei mistici risuonano, per così dire, con gli assunti della fin troppo citata fisica quantistica, e non di rado gli scienziati stessi si muovono in un contesto concettuale dal sapore quasi mistico (si pensi al fisico Bohm o al filosofo e logico Wittgenstein).
L’avanzare e il diffondersi della tecnologia, resa possibile dal progresso scientifico, sta creando velocemente sia un ambiente di vita completamente artificiale che sta subordinando a sé la natura, sia un differente modello di essere umano ibridato tecnologicamente e tecnicamente interconnesso. Sotto questo profilo bisogna riconoscere l’uomo che si è autodefinito nella modernità come soggetto deputato a fare, pensare e decidere, escludendo ogni altra dimensione di ordine trascendente, dunque l’uomo in quanto puro prodotto dell’evoluzione naturale, è diventato obsoleto, come sosteneva Gunter Anders con lucidità profetica oltre 60 anni fa.
Già si affaccia, infatti, una divisione sociale tra individui tecnologicamente potenziati e individui puramente biologici che non possono o non vogliono accedere a certe tecnologie.
Ne consegue una drammatica richiesta di senso che già si avverte fortemente nelle società più avanzate: proprio a tale richiesta può rispondere la mistica nella misura che il singolo individuo decida di percorrere questa strada seriamente e in piena libertà.
Le tecnologie digitali applicate ai corpi e agli oggetti, coniugandosi con l’onnipresenza dei mercati e del denaro, rendono possibile, tramite gli algoritmi di Intelligenza artificiale applicati a Big Data, il trionfo definitivo della misurabilità e del calcolo impersonale di ogni cosa ridotta a quantità economica. È, appunto, il trionfo del numero e della quantità sulla qualità.
In un mondo caratterizzato dall’iper-consumo e dalla totale mercificazione di tutto (spiritualità compresa, identità personale compresa) dove l’uomo ridotto a mero agente economico rivolge l’attenzione esclusivamente all’esterno, la mistica con il suo «conosci te stesso e conoscerai te stesso e Dio» propone un ribaltamento radicale che parte esattamente dalla spoliazione, dal distacco: distacco dai valori del “grande animale” platonico (il sociale), dalla pesanteur e dalla dominio della forza descritti in modo esemplare da Simone Weil; distacco dall’attaccamento ai beni materiali ma, soprattutto, dalle immagini, dai concetti, dalle parole che sono state conficcate nella mente di ognuno da un potere invadente ed estremamente pervasivo.
Sul pianeta si assiste oggi a un grave squilibrio demografico, in un contesto di sovrappopolazione generale, che causa enormi tensioni a livello globale. In tutto l’occidente si nota una drammatica riduzione della fertilità e della natalità cui corrisponde un fortissimo livello di invecchiamento. La popolazione anziana, un tempo fonte di saggezza, è oggi un problema, spesso vissuta come uno scarto da rottamare quanto prima.
Al contrario, come scrive Raimon Panikkar, in un mondo dove il fare e l’avere sono a detrimento dell’essere, la mistica diventa più necessaria che possibile: essa implica infatti il distacco, ovvero il platonico «esercitarsi a morire», una rinuncia al fare e all’avere, una saggezza che forse è più facile raggiungere al crepuscolo della vita, quando vengono riposte ambizioni di successo e di realizzazione materiale.
L’universalità dell’esperienza mistica che si è manifestata in tutte le grandi religioni, culture ed epoche storiche lascia aperta la possibilità che al fondo di ogni religione e di ogni tradizione spirituale consolidata vi possa essere qualcosa di comune profondamente legato alla natura umana (di ogni essere umano). In tempi nei quali le religioni e le diversità culturali sono diventate (o meglio: sono tornate a essere) occasione di scontri feroci, questa consapevolezza può fondare una vera tolleranza basata sul riconoscimento dell’autenticità delle espressioni religiose e spirituali in quanto tutte rivolte, in ultima istanza, alla connessione mistica con l’Uno/Tutto ineffabile.

Verso una vita più contemplativa
Spingiamo lo sguardo avanti di pochi anni. Se le tendenze di sviluppo continuano con questo ritmo, ci troveremo a vivere in una realtà sostanzialmente artificiale, in una “megamacchina” di cui gli umani sono parte e componente in misura molto maggiore rispetto a quanto già accade oggi. L’ibridazione e l’hackeraggio dei corpi e la connessione di questi alla rete come già succede con le cose (IoT), la moneta digitale, la connessione permanente, pur aprendo grandi possibilità, rendono, per le masse, il prossimo futuro assai simile alle descrizioni delle grandi distopie del secolo scorso.
La religione tradizionale rinviava a un aldilà il raggiungimento della felicità; l’attuale secolarismo progressista ha trasposto in un futuro temporale gli ideali della mentalità religiosa tradizionale; le grandi tradizioni spirituali invitano invece a entrare in sé stessi per liberarsi dal desiderio.
In questa nuova società che va costituendosi, ci sarà ancora spazio per le religioni e per le tradizioni spirituali, oppure la scienza sarà semplicemente la nuova religione, imposta dall’alto e in grado di garantire l’accesso per “via tecnica” a dimensioni che quelle ritenevano “divine”? Se il lavoro sarà ridimensionato fino a perdere la sua capacità di dar senso al vivere venendo sostituito dalle macchine potrà essere il mero consumo in grado di dare significato alla vita? Che forma potrà prendere la vita attiva finalizzata a uno scopo? Se questo orizzonte è almeno verosimile, si apre uno spiraglio che porta alla necessaria valorizzazione della vita contemplativa, luogo dello spirito dove tutti i mistici e le mistiche di ogni tempo hanno asserito trovarsi la vera felicità, la beatitudine. Un luogo dello spirito che si trova al di sotto della melma turbolenta dell’inconscio, nel fondo senza fondo dell’anima dove, come sembra suggerire Meister Eckhart, anima dell’uomo nobile e Dio coincidono.
Una vita filosofica, impostata alla saggezza profonda che i mistici hanno saputo cogliere, sembra oggi assolutamente indispensabile per affrontare tempi di grande cambiamento, nei quali la natura stessa dell’uomo è messa in radicale discussione.
Terminiamo così, guardando al futuro prossimo, armati di una raccomandazione antica che può essere deposta alla base di ogni tradizione spirituale: «Conosci te stesso e conoscerai te stesso e Dio»; compiuto questo passo fondamentale, segui l’indicazione evangelica e «ama il prossimo tuo come te stesso».

Bruno Vigilio Turra

Bruno Vigilio Turra

Formatore e ricercatore sociale, componente la redazione di Madrugada