MADRUGADA

Articolo di Giovanni Colombo

Il mondo in fiamme e la stagione dei doveri

«Questo Paese non si salverà,
la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera,
se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere».
Aldo Moro, 28 febbraio 1978

Le fiamme sono sempre più alte. Chi riuscirà a spegnerle? Se gli uomini continuano a farsi guerra, all’insegna del motto homo hominis lupus, quando mai ci sarà il rovesciamento auspicato dall’altro motto, che ci piace molto di più, homo homini frater? Cos’è che stiamo sbagliando in radice? Espongo subito la tesi di questo editoriale. La pace resta ancora inedita perché inedita resta la cultura che dovrebbe farle da letto. C’è da rimettere in discussione un pensiero ossessionato dall’io e dai suoi diritti. C’è da spaccare l’ego per avvertirvi all’interno la voce originaria che lega agli altri. C’è da operare una metanoia, un cambiamento di nous, di mentalità, iniziando una nuova «stagione dei doveri».
Intendiamoci bene. Nessuno vuol tornare indietro. La nostra epoca è stata giustamente definita l’età dei diritti. Dalla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1791, alla “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” del 1948, fino alle più recenti proclamazioni degli Stati e delle istituzioni internazionali, un numero sempre maggiore di uomini e donne ha potuto e può vivere sotto la protezione di diritti civili, politici e sociali. I diritti sono diventati a un tempo più universali, rivolti, in linea di principio, a tutti gli esseri umani, e più specifici, indirizzati a gruppi sempre meglio definiti: i diritti delle donne, dei bambini, delle minoranze, dei disabili. Tutti i progressi maturati nell’estensione e nell’ampliamento di diritti sono state conquiste difficili, spesso pagate a prezzo delle sofferenze di tante persone di cui oggi abbiamo dimenticato o, perfino, mai conosciuto il nome. Grazie ai diritti, gli esseri umani si sono emancipati dal dominio di altri uomini, dall’oppressione, dalla discriminazione, dall’esclusione, dalla povertà e da tante forme di violazione della dignità personale. Di aver vissuto questa età dobbiamo essere fieri, ma questa età ha avuto, in questa parte dell’Occidente, il suo compimento.
Continuare a insistere sui diritti-e-basta, o limitarsi ad aggiungere ai diritti civili la citazione dei diritti sociali, si rivela insufficiente, se non addirittura controproducente, perché contribuisce all’individualismo, allo sfilacciamento del tessuto connettivo delle nostre comunità e, più ancora, allo svuotamento morale delle persone.

Chi difenderà diritto e libertà?
Per capire il cambiamento di mentalità richiesto, può esser utile partire da un tema particolarmente sentito in tutte le città, quello della sicurezza.
Se in condizioni di normalità tutto procede bene, con la libertà di esprimersi e il diritto di vivere tranquilli che vanno a braccetto, cosa succede il giorno in cui questo equilibrio viene minacciato o apertamente attaccato da uomini prepotenti? Chi si metterà a difendere libertà e diritto? Se abbiamo la sventura di vivere in una città in mano alla criminalità ordinaria o peggio ancora alla mafia, possiamo sperare di vivere sicuri, di godere delle nostre proprietà, di dedicarci alle nostre occupazioni solo se ci sono forze di polizia, magistrati, amministratori locali e politici con un forte senso del dovere. Non bastano infatti l’interesse personale e la professionalità di questi cittadini. Svolgere bene il proprio compito nella lotta alla criminalità ordinaria e mafiosa comporta alti rischi, compreso, in molti casi, quello di perdere la vita. L’interesse suggerisce piuttosto di fare il meno possibile e di evitare i pericoli. Anche la prospettiva di avanzamenti di carriera e di pubblici onori non è motivazione sufficiente a operare con tutte le proprie forze per proteggere la libertà dei cittadini. I riconoscimenti sono incerti e non compensano le fatiche. Dove sarebbe allora l’interesse a impegnarsi? La libertà e la sicurezza che abbiamo è il regalo che ci viene dal senso del dovere di alcuni nostri concittadini. Il giorno in cui anch’essi cominceranno ad agire solo per interesse smetteremo di essere liberi e di sentirci sicuri.

Da dove nasce il dovere?
Questa riflessione sulla sicurezza va replicata in molti altri campi del vivere. Senza medici e personale sanitario con il senso del dovere, il diritto alla salute diventa una finzione. Senza maestri, insegnanti e professori con il senso del dovere, il diritto all’educazione e alla cultura si riduce al privilegio di pochi. Senza cittadini che sentano il dovere della cura verso gli anziani, il diritto di vivere gli ultimi anni della vita con serenità si trasforma nell’orribile realtà dell’abbandono. Se chi dirige le università non ha senso del dovere, il diritto di essere valutati in base ai propri meriti degenera nella pratica umiliante di implorare favori. Senza amministratori e senza cittadini che sentano sul serio il dovere di conservare e abbellire le città, il diritto di ammirare il nostro patrimonio storico e artistico e di vivere in un ambiente bello e salubre lascia il posto a un’esistenza degradata. In sintesi: senza la pratica dei doveri, la libertà viene presto sostituita dalla legge del più forte e ai deboli, quale che sia la ragione della loro debolezza, resta il diritto di rassegnarsi ad avere diritti soltanto sulla carta.
Il dovere è necessario per ottenere e conservare la libertà, ma vien da farsi una prima domanda fondamentale: da dove nasce il dovere? Di solito associamo il dovere a costrizione. Ci sarebbe un potere superiore che ci costringe a essere sottomessi e a obbedire ai suoi ordini. Ma il dovere, a differenza dell’obbligo, non può essere imposto né comandato dagli altri o dallo Stato, né può essere stimolato con la promessa di un premio o la minaccia di una sanzione.
È la nostra coscienza, il nostro cuore a mettersi in moto: quando avverte giusta una determinata azione, sente il dovere di compierla, e all’opposto, quando l’avverte ingiusta, sente il dovere di astenersi dal compierla. Soltanto la coscienza può comandarci il dovere e operare secondo coscienza è la più alta forma di libertà. Potremmo quindi dire che il dovere è la massima espressione della libertà, di un’affascinante libertà. Infatti, la persona che si assume i suoi doveri e li esercita a testa alta, che non si lascia né comprare con i favori né schiacciare con la forza, acquista una particolare luce agli occhi di molte persone. I soli che temono la sua presenza sono i servi e i despoti. I primi l’avversano perché vedono in lei l’esempio di un modo di vivere al quale essi non sanno o non vogliono elevarsi; i secondi la odiano perché la considerano, giustamente, un ostacolo alle loro strategie di potere. Ovviamente la persona che ha il senso del dovere non si cura dell’opinione dei servi e dei despoti. Le basta la stima delle persone oneste e soprattutto l’approvazione della propria coscienza. Sente di possedere, a prescindere dai titoli e delle pompe di questo mondo, una ricchezza interiore che le permette di stare bene con sé stessa. Considera la propria postura morale un bene inestimabile. «Sono fiera di essermi comportata così», rispose Sophie Scholl, la giovane della Rosa Bianca tedesca, all’ispettore della Gestapo Mohr che la interrogava durante il processo.

Come sta oggi la coscienza degli italiani?
Arriva a questo punto anche una seconda domanda fondamentale: come sta oggi la coscienza degli italiani? Non particolarmente bene.
Si avverte molta debolezza morale, che non migliora sventolando a ripetizione la bandiera dei diritti. È tale debolezza a renderci vulnerabili alle forme di fascismo in circolazione e ad accettare le logiche del riarmo e della guerra. La coscienza può indebolirsi ancora di più, fin quasi a scomparire? Certamente sì. Già nella storia abbiamo visto come la sua assenza ha provocato la banalità del male. Può essere risvegliata? Certamente sì. A patto di esser disposti a fare la fatica di un cammino interiore.
La vicenda dell’Esodo mantiene ancor oggi il suo significato archetipico. Gli Ebrei non furono trasportati in elicottero dall’Egitto alla Terra promessa. A ognuno di loro fu chiesto di mettersi in strada, di affrontare il deserto, di abbandonare la mentalità dello schiavo e di aderire ai comandi di Dio. Servirono 40 anni. Questa lezione di saggezza antica non ha perso nulla del suo valore.
Prova ne sia che i grandi leader, quelli che sono stati capi e allo stesso tempo Mahatma, grandi anime, hanno sempre chiesto di seguire la voce della coscienza che pone i doveri prima dei diritti.
Quando lo invitarono a dare il suo contributo alla preparazione della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”, Gandhi rispose che da sua madre, «illetterata ma molto saggia», aveva imparato che «tutti i diritti degni di essere meritati e conservati sono quelli dati dal dovere compiuto», e che sarebbe facile definire i diritti dell’uomo e della donna se si collegasse ogni diritto a un dovere corrispondente che bisogna compiere in precedenza. In questo modo, concluse Gandhi, si potrebbe dimostrare facilmente che «ogni altro diritto è solo un’usurpazione per cui non val la pena di lottare». Pochi anni dopo, Martin Luther King guidò il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti con l’appello al dovere, che la coscienza impone, di lottare per la libertà e la dignità di ogni essere umano. In tutti i suoi discorsi insisteva sul concetto che il principio morale è più forte della violenza, dell’inganno e del pregiudizio. I diritti non sarebbero mai arrivati dall’alto. Per conquistarli, ciascuno avrebbe dovuto alzarsi in piedi e assumersi le proprie responsabilità. E così avvenne.
Mi accorgo, in chiusura di articolo, di aver citato solo tre persone: Sophie Scholl, Gandhi e Martin Luther King. Sophie Scholl fu ghigliottinata il 22 febbraio 1943. Gandhi venne assassinato a Nuova Delhi il 30 gennaio 1948 con tre colpi di pistola. Martin Luther King venne colpito da un colpo di fucile di precisione alla testa il 4 aprile 1968. I doveri sono sempre a caro prezzo.

Giovanni Colombo

Giovanni Colombo

Lavora all’autorità di regolazione per energia reti e ambiente, già dirigente dell’Azione Cattolica ambrosiana, presidente nazionale della Rosa Bianca e consigliere comunale di Milano