MADRUGADA

Articolo di Cecilia Alfier

Lesotho, un’enclave nell’Africa del Sud

L’interdipendenza con il Sudafrica
Il Lesotho, ex colonia britannica, è grande un decimo dell’Italia ed è interamente circondato dal Sudafrica, come il Vaticano e San Marino dentro l’Italia, ma senza alcun privilegio: Davide abbracciato da Golia, quasi fino al soffocamento, non solo in termini spaziali, ma anche economici. Basti pensare che l’intero tratto ferroviario di scambio merci è di proprietà del Sudafrica e tutte le crisi dello Stato più grande si ripercuotono, con maggiore forza, sul Lesotho. Ad esempio, Eskom – “l’Enel” sudafricana – è sommersa da problemi interni di corruzione e criminalità e questo si è tradotto in Sudafrica in continui blackout, per ben 320 giorni nel 2023. L’Eskom finanzia anche l’impresa che fornisce l’energia elettrica al Lesotho, impresa piccola, a sua volta in cattive acque. A causa di questa situazione, il Lesotho rischia di rimanere più volte al buio quest’anno. Lo riporta un articolo di Nigrizia dello scorso primo aprile. L’energia stessa è un problema: la situazione drammatica all’interno della società elettrica blocca il settore delle rinnovabili. Questo è uno dei motivi per cui il Lesotho importa metà del suo fabbisogno energetico dal Sudafrica; di contro – poiché il Sudafrica è in perenne crisi idrica – il Lesotho ha un impianto idroelettrico invidiabile, l’acqua è una delle sue ricchezze primarie e principali, quindi, in periodi di siccità, Davide vende a Golia le forniture d’acqua e di energia.

Danni e paradossi del colonialismo
Il rapporto col Sudafrica è importante per capire l’anima stessa del Lesotho, anche all’interno dello stesso nome dello Stato. Mentre Sesotho è il nome ufficiale della lingua parlata (oltre l’inglese), l’altra radice del nome è Basotho, ovvero l’etnia principale del Paese. Tuttavia, la maggioranza degli uomini basotho è immigrata in Sudafrica, dove viene impiegata perlopiù come forza lavoro stagionale in miniera. Quindi si verifica questo paradosso per cui la popolazione che dà il nome al Paese non corrisponde alla sua popolazione de facto, anche se fu la grande compattezza etnica del Lesotho, favorita dall’arroccamento sui monti a fargli mantenere l’indipendenza territoriale dal Sudafrica.
L’immigrazione lavorativa alimenta anche un gender pay gap. Per le donne, la possibilità di spostarsi e trovare un lavoro remunerato è molto ridotta (non c’è posto per le donne in miniera, per dirla semplice), di conseguenza le donne guadagnano in media 1,5 volte in meno degli uomini, pur essendo molto spesso più istruite.
Il fatto, invece, che sia così dipendente dal vicino per le risorse e il lavoro è in gran parte imputabile al malgoverno degli inglesi, che tennero il territorio dal 1884 al 1966, sotto il nome di Basutoland. Prima del periodo coloniale gli indigeni vivevano in un “granaio d’Africa”, sufficiente non solo al loro sostentamento, ma anche ad avere un buon mercato del grano per i vicini, ma l’arrivo degli occidentali ha distrutto questo equilibrio economico e, al momento dell’indipendenza, il 90% della popolazione (adesso 70%) era rurale e, di questa, solo il 5% aveva di che sostentarsi. Adesso, l’esportazione si è un po’ risollevata, perché il Lesotho è il principale esportatore africano di abbigliamento negli Stati Uniti. Le esportazioni più vicine sono rese più facili dall’appartenenza del Lesotho alla SACU (Unione doganale dell’Africa meridionale), l’unione doganale più vecchia del mondo, di cui fanno parte anche Sudafrica, Namibia e Botswana.
Gli effetti del colonialismo, l’attitudine degli occidentali, sono tutte cose risapute, ma – quando si abbattono su Paesi che non hanno le stesse possibilità di altri di risollevarsi – hanno una potenza maggiore.

La rivolta contro le elezioni 1998
La povertà si va lentamente riducendo, ma non è un percorso lineare: oltre alle battute d’arresto che hanno investito il mondo, la crisi del 2008 e la pandemia del 2020 (anno in cui, inoltre, il premier Thabane, presunto uxoricida, fu costretto a lasciare la sua carica e fuggire), uno dei momenti più difficili fu sicuramente la rivolta politica del 1998. In quell’anno il Basuto Congress Party cambiò nome in Lesotho Congress for Democracy Party (LCD) e vinse le elezioni, ma i risultati non vennero riconosciuti dalle opposizioni e dalle persone. La rivolta, inizialmente pacifica, sotto i palazzi del potere si esacerbò quando il Sudafrica intervenne con un gruppo armato. Alla fine degli scontri, metà di Maseru, la capitale, era rasa al suolo; ma l’opposizione aveva ottenuto una rappresentanza all’Assemblea Nazionale (camera bassa del Parlamento). Tuttavia, il potere è ancora in gran parte in mano a un unico partito, mentre l’esercito riveste ancora molta importanza, da una parte minacciando colpi di Stato e dall’altro appoggiando una monarchia alla quale l’etichetta di “parlamentare” prude.

Un popolo che conserva le tradizioni della montagna
Giorgio Bettinelli, nel libro Rhapsody in Black (dallo Yemen all’Angola in Vespa) pubblicato nel 2007, ci ricorda come il Lesotho si trovi interamente sulle montagne, l’unico Stato indipendente a essere interamente sopra i 1000 metri dal livello del mare. Una volta varcato il confine, il viaggiatore descrive un paesaggio fantasy, con colori più densi di quelli cui siamo abituati, dove gli abitanti preferiscono le coperte di lana sulle spalle e i copricapi di vimini, al posto dei cappotti. Eppure, come abbiamo visto, i problemi sono tutt’altro che fantastici.

Cecilia Alfier

Cecilia Alfier

Laureata in scienze storiche, aspirante giornalista, giocatrice di scacchi e di bocce paraolimpiche. Componente della redazione di Madrugada.