MADRUGADA

Articolo di Elena Buccoliero

Quando qualcuno mi picchia, cosa devo fare?

«Cara Renata, giovedì ho trovato un bigliettino per terra che diceva che mi avrebbero ammazzato. Non so ancora chi sia stato, ma ho il dubbio su una mia compagna. Una volta l’ho sentita dire le parole del bigliettino mentre scriveva… Spero che qualcuno si faccia avanti».
Sono le parole di Alessandro, 10 anni, alla maestra Renata. Come tanti bambini e bambine prima di lui da quasi vent’anni a questa parte, sa di poter scrivere all’insegnante di religione i propri pensieri ed esperienze con bigliettini riservati, ricevendone in cambio un ascolto attento e, nell’arco di pochi giorni, una risposta. Il suo è un messaggio estremo ma non del tutto insolito su temi che per quell’età sono più che mai urgenti: la violenza, la giustizia, i torti e le ragioni.
Leggendo le decine di biglietti a questo dedicati si distinguono almeno due casi: gli scontri con bambini quasi sconosciuti, in cui l’aggressione è puro esercizio di potere, e le aggressioni subite da bambini che si conoscono bene perché compagni di classe o, proprio, amici.
«Cara Renata, ho un problema: ai giardini ci sono dei bambini che ci dicono parolacce e ci rubano tutto. Come faccio a mandarli via?», scrive Laura, 9 anni. E Matteo, 7 anni: «Cara Renata, oggi un bambino di prima mi ha dato una sberla con una pallina di carta stagnola e mi ha fatto un sacco di male!!!!». Ana: «Quando vado a pattinaggio una bambina mi fa cadere sempre». Fin qui, le richieste di aiuto riguardano le aggressioni incomprensibili.
Qualche volta chi scrive ha qualche idea sui motivi, dalla gelosia alla riparazione di un torto presunto. Beatrice, 8 anni: «C’è una bambina di quinta che mi vuole picchiare perché le ho detto una cosa e lei l’ha presa come un insulto. Spero che mi aiuterai!».
Carlotta, 7 anni, racconta una piccola rissa nata per una sorta di vendetta. «Ciao Renata, ti voglio raccontare una cosa che è successa ieri: un bambino ha preso per il collo Mirko e diceva che era stato lui a buttarlo giù e non ci lasciava stare e c’erano anche due mie compagne. Che cosa dobbiamo fare secondo te? A volte non ci sono i suoi genitori, è straniero…». Bastano questi pochi tratti per comprendere quanto lo sviluppo morale dei bambini dipenda anche da come trovano soluzione le loro tensioni.
Lorenzo, dal canto suo, si è esaltato pensando a una rivincita che poi, quando ci pensa per davvero, non lo convince più. «Vorrei ridare un pugno nella tempia a un ragazzo per vendicarmi perché lui me l’ha tirato, perciò adesso tocca a me. Sono allegro perché non vedo l’ora di ridarglielo ma non so quando lo farò. Forse neanche glielo darò». Chissà se quella che subentra è paura delle conseguenze o timore di sé stessi, di intestarsi un atto di violenza.
Il confronto con la prepotenza immotivata riguarda ugualmente maschi e femmine, singolarmente e in gruppo, preoccupati per sé o per i propri amici. Già alla loro età si affacciano domande sul ricorso alla giustizia con la G maiuscola. Emma, 8 anni, forse dando continuità a discorsi ascoltati in famiglia, scrive: «Un mio compagno del campo solare mi ha buttato un sasso in un occhio. Secondo te, io lì dovevo fare denuncia?».
Per alcuni alunni il messaggio punta a chiarire alcuni elementi di fondo. Ad esempio Giovanni, di quarta, chiede alla maestra Renata: «Secondo te, sono in grado di fare a botte con uno di quinta? Fammi sapere». Il ragazzo di quinta dev’essere proprio indigesto se Paolo, amico e compagno di classe di Giovanni, rincara la dose: «Secondo te, Giovanni è in grado di fare a botte con uno di quinta?».
Il confronto con la prevaricazione risulta più domestico, più trattabile quando lo scontro è con bambini che si conoscono bene. «Cara Renata, a me non piace che la Gloria mi rubi le robe e le penne» – scrive Paola. «Maestra Renata, come faccio con Ginevra? Dice cose che non dovrebbe dire, parolacce, e ha chiuso in bagno me e la Sofia!!!», le fa eco Elena, 11 anni.
I bambini cercano un consiglio per far smettere la violenza. Scrive Andrea, 7 anni: «Sai che a volte Lorenzo ci picchia e ci disturba? Non sappiamo come fare».
Certi messaggi sembrano fatti apposta per confidare le aggressioni subite e in un certo senso farne un vanto, godere della solidarietà che spetta a una vittima. Lara, 8 anni: «Ciao Renata, volevo scriverti, non so se lo sai, ma una bambina di 5C credo, mi ha sgridato, girato il braccio, dato un calcio e uno schiaffo e mi ha anche messo le unghie nella pelle!!». Lucia, 7 anni: «Cara Renata, lo sai che Carola mi picchia sempre? Puoi aiutarmi?»
Ogni tanto, ma è raro, gli scontri sono tra maschi e femmine, come quando Giada, 10 anni, scrive: «Cara Renata, giovedì pomeriggio Mario mi ha dato un pugno nell’occhio e mi ha fatto male».
La domanda che sta dietro a tutte le altre la esprime in modo molto diretto Martina, 7 anni: «Quando qualcuno mi picchia cosa devo fare?»
Alcuni biglietti sono pieni di sdegno. Leggiamone due. Il primo è di Veronica, 10 anni: «Oggi volevo dirti una cosa che mi fa molto arrabbiare! Anzi due: uno, Simona ieri mi ha preso la matita azzurra del mio colore preferito, l’ha presa senza il mio permesso dall’astuccio e me l’ha rotta, cioè spezzata a metà! Due, ha spinto per le scale mia sorella all’indietro! Grazie per leggere e commentare quello che scrivo per sfogarmi».
È prezioso, l’ascolto, Veronica lo ha scritto chiaramente. Sulla stessa scia c’è il biglietto di Giulia, 7 anni: «Cara Renata, ieri mi è morta la nonna e l’ho raccontato alla mia migliore amica che mi ha presa in giro e anche mi ha spinta per terra, cosa posso fare?».
Il dolore di Giulia sembra proprio di sentirlo. Sul concetto di “migliore amica” forse c’è qualcosa da perfezionare…
A ciascun biglietto, ormai da molti anni, la maestra Renata risponde con un messaggio personale, nell’arco di pochi giorni e sempre con la penna verde che, l’insegnante tiene a precisare, è il colore della speranza.
Non leggiamo le risposte della maestra ma non c’è dubbio che puntino al dialogo e al chiarimento piuttosto che all’aggressione.
Uno spunto a ritroso lo riceviamo da due bambine che scrivono a Renata per la seconda volta.
Giorgia ha provato a mettere in atto i consigli ricevuti e questo l’ha aiutata, anche se non ha risolto completamente la situazione con un bambino che, sembra di capire, ha delle difficoltà che vanno oltre il litigio episodico: «Ora va tutto bene. Farò il possibile per essere di nuovo sua amica, però quando si arrabbia diventa aggressivo e quando fa così mi mette un po’ di paura».
Diverso è il caso di Camilla, 10 anni, che ha voluto denunciare il comportamento sgarbato di un compagno e ora pensa di avere esagerato. Se inizialmente si percepiva come vittima, ora quasi si pente di avere chiesto aiuto e non perché non abbia veramente subìto, ma perché la risposta della scuola appare, a posteriori, sproporzionata.
«Cara Renata, grazie per avermi risposto» – scrive infatti Camilla.
«In questi giorni ho riflettuto e ho capito di aver sbagliato a dare retta a Vittorio mentre mi dava i calci, ma ogni volta che gli dicevo di smettere lui mi tirava penne e matite. Siccome è sempre stato un bravo bambino, non volevo farlo sgridare, ma evidentemente ho sbagliato di grosso. A ogni modo» – conclude la bambina – «voglio rimediare e spero con tutto il cuore di essermi fatta perdonare».

P.S. i nomi dei bambini e delle bambine autori di questi messaggi sono stati cambiati.

(con la collaborazione dell’insegnante Renata Cavallari).

Elena Buccoliero

Elena Buccoliero

Sociologa, giudice onorario del Tribunale minorile, direttore della Fondazione emiliano romagnola delle vittime di reato, componente la redazione di Madrugada