MADRUGADA

Articolo di Francesco Monini

Sotto la canicola

Scrivo in estate, o almeno ci provo, con due ventilatori accesi. È vero, nei mesi estivi il caldo è del tutto normale, ma tutti ci siamo accorti che anche l’estate 2025 segnerà un nuovo record. Sento alla televisione che in Italia sono 21 le città con il bollino rosso: le temperature supereranno i 35 gradi, arrivando anche ai 40. Alcune regioni sono arrivate a vietare i lavori all’aperto nelle ore centrali della giornata. Il caldo “africano” non riguarda solo la penisola ma tutta l’Europa, compreso il nord Europa, gli Stati Uniti e altre parti del pianeta.
Come può chiamarsi questa se non emergenza? Eppure, in questi ultimi due anni l’emergenza climatica e il contrasto al riscaldamento globale sono usciti dall’agenda politica di Stati e governanti. Il fallimento dell’Accordo di Parigi (2015) per la riduzione del gas serra e dei combustibili fossili è ormai conclamato. Alcuni Stati, in primis gli USA, si sono già ritirati dal trattato, mentre il pur timido green deal europeo viene sempre più criticato, Italia compresa.
Mentre infuria la canicola, ci sono cose ben più importanti: il riarmo e i dazi commerciali.
Solo il nuovo papa, inascoltato come il suo predecessore, si fa carico di una situazione drammatica e irreversibile, con le sue ultime parole: «Il pianeta è in rovina». Una denuncia che assomiglia a un’invettiva.

La follia del 5%
L’Italia del governo Meloni e tutti gli altri capi di Stato UE (a parte la Spagna) si sono solennemente impegnati a portare la spesa in difesa e armamenti al 5% del PIL entro il 2030. Per l’Italia, che parte dall’1,6%, significa una cifra astronomica, attorno ai 100 miliardi di euro.
La motivazione è il progressivo ritiro degli USA dal fronte europeo e la necessità dell’Europa di difendersi da sola.
Ma difendersi da chi e da che cosa? Dalla Russia ovviamente, l’antico e nuovo nemico è sempre la Russia. Una Russia però che non è solamente lontana ma che non sembra avere in serbo nessun piano diabolico per conquistare l’Europa. La grande Russia ha altri problemi, interni ed esterni, da risolvere: la Nato soprattutto, arrivata negli ultimi anni ai suoi confini. Il riarmo pare quindi un progetto per rispondere ad altri obiettivi: geopolitici e soprattutto economici.

Soldi e armi
L’investimento astronomico per la difesa (solo la Germania ha oggi soldi freschi da spendere) non vorrà dire una difesa europea, per il semplice fatto che l’Europa dei popoli non esiste. Non c’è un’Europa politica, né un’Europa fiscale, né un’Europa del welfare. Ogni Stato dovrà raschiare il fondo del barile del suo bilancio per trovare quei miliardi da destinare al riarmo. Per l’Italia vorrà dire pescare dalla spesa sociale, in particolare dalla scuola pubblica e dalla sanità, già in grande affanno, sottorganico, dentro l’orizzonte di una definitiva privatizzazione secondo il modello americano.
Ma naturalmente dalla lucida follia del 5% qualcuno ci guadagnerà.
E anche molto. Perché, anche se Giorgia Meloni va ripetendo che con quei soldi si faranno anche ponti, ospedali, e perfino asili… i naturali beneficiari delle grandi commesse in armamenti saranno le industrie d’armi, quelle di casa nostra (Leonardo e le altre minori già in lotta tra loro) e le grandi aziende d’oltreoceano, come spera Donald Trump per ripianare il deficit commerciale.

Povera Italia
Il rapporto Caritas 2024 sulla povertà in Italia è un documento completo e pieno di tristi sorprese (ne consiglio la lettura integrale al seguente link: www.caritas.it/rapporto-poverta-2024-presentazione-a-roma-e-online-martedi-12-novembre). Leggere tutti i dati e le tabelle lascia un senso di stupore e di sconcerto. È come scoprire un’altra Italia, esclusa da tutto, completamente diversa, senza nessun legame con l’Italia ufficiale, con quella della cronaca politica quotidiana, ma anche quella dell’informazione mainstream: L’isola dei famosi, delitto di Garlasco eccetera.
Non sarebbe questo un fenomeno nuovo: da sempre il Paese reale, i suoi problemi, le sue sofferenze, vengono occultati o snobbati dal Paese ufficiale, sommersi dalla chiacchiera televisiva e dei social media.
E mentre mezza Italia arranca, e milioni di cittadini (anche se lavoratori) sperimentano una povertà senza futuro, l’Italia ufficiale ha tutte altre priorità da inseguire.
Oggi però la spaccatura tra le due Italie si è allargata a dismisura.
L’Italia assomiglia sempre più a una mela spaccata in due e se hai la sfortuna di stare in quella sbagliata, non hai nessuna possibilità di saltare nella mezza mela buona. Sei povero e domattina sarai ancora più povero. Puoi solo coltivare la speranza in una crepa di salvezza, un miracolo.

Gaza per sempre
Cosa si può dire di Gaza ogni giorno che passa? Forse solo questo: contare con il pallottoliere i morti dell’ultimo bombardamento israeliano: su un ospedale, su un rifugio, tra gli affamati in fila per ricevere il pane, tra i bambini morti per denutrizione. Il conto finale dice 60.000 palestinesi morti, ma forse è una stima per difetto.
L’invasione atroce non sembra aver fine. L’autocrate corrotto Benjamin Netanyahu ha deciso di andare fino in fondo, di sterminare un popolo, di liberare l’area della Palestina per i nuovi insediamenti dei propri coloni. Trump gli fa i complimenti. L’Europa tace. Intanto l’orrore continua.
Si chiami olocausto o genocidio, l’Italia e tutto l’Occidente avranno per sempre sulla coscienza i morti di Gaza. Anche fra 10 anni, anche fra 50 anni, questa vergogna non potrà essere dimenticata.

Lucida follia di un autocrate
A sei mesi dalla sua elezione prevale ancora una vulgata che vede Donald Trump come imprevedibile, indeciso, contraddittorio.
Un pazzo scatenato o quasi, da cui ci si può aspettare tutto e il contrario di tutto. Se mettiamo in fila una serie di sue decisioni e dichiarazioni, questo giudizio può apparire fondato. Ecco un breve, anche se incompleto elenco: – la promessa di dazi astronomici a tutti i paesi del mondo; – lo stop ai finanziamenti statali alle università americane con studenti stranieri; – la trattativa (riuscita?) sui dazi con la Cina, il nemico numero uno; – l’invio della Guardia Nazionale e dei marines a Los Angeles per sedare le manifestazioni pro immigrati; – l’annuncio di un accordo imminente con l’Iran sul nucleare; – i complimenti a Netanyahu per il suo attacco preventivo all’Iran; – l’attacco americano con superbombe a 3 siti atomici iraniani; – l’infinito tira e molla sui dazi con un’inerme Unione Europea.
Tutte azioni preoccupanti e solo apparentemente contraddittorie. A cui si può aggiungere un’ultimissima nota a colori, che per una volta non a che fare con la guerra e la violenza ma solo con il portafoglio: Donald Trump ha lanciato sul mercato il suo profumo, che andrà sicuramente a ruba tra i suoi sostenitori.

Dove va la democrazia americana
A ben guardare però, dietro le tante e a volte apparentemente contraddittorie decisioni del presidente americano, emergono alcune evidenti linee di fondo. Con Trump (e probabilmente dopo Trump) l’America si avvia a essere diversa da quella che abbiamo conosciuto negli ultimi quattro o cinque decenni. Si stratta di cambiamenti, o comunque linee di tendenza, presenti in altre democrazie occidentali, Italia compresa.
Sul fronte della politica interna e degli assetti istituzionali, Trump sta lavorando sistematicamente per affermare una logica per cui esiste solo l’autorità del presidente.
Il Congresso degli Stati Uniti è marginalizzato (non viene interpellato neanche sugli atti di guerra, come nel caso degli attacchi alle centrali nucleari iraniane). Il potere giudiziario viene attaccato e considerato un intralcio di cui non tenere conto.
Infine, anche le forze armate vengono sottoposte al comando personale del presidente.
Davanti a una tale strategia, non sembra esagerato parlare di attacco ai principi costituzionali e di deriva autoritaria. Un brutto segno anche per l’Italia, dove per fortuna non abbiamo il ciclone Trump, ma già da vari anni assistiamo a un esecutivo che marginalizza e bypassa il parlamento (e l’Italia dovrebbe essere una democrazia parlamentare) e mal sopporta l’indipendenza del potere giudiziario.
Un vecchio detto insegna che le novità che succedono in America, dopo un po’ arrivano anche in Italia. Speriamo che questa volta non funzioni.

Francesco Monini

Francesco Monini

Direttore responsabile di Madrugada e del quotidiano online Periscopio