MADRUGADA

Articolo di Davide Lago

Sulla comodità nelle sue diverse accezioni

Circa tre anni fa, camminando sul sentiero dei grandi alberi sopra Recoaro Terme, mi sono imbattuto in alcuni alberi capitozzati impropriamente, come capita di vedere sempre più spesso giù in pianura da una decina d’anni ormai. Le forme innaturali causate da queste mutilazioni, slegate tanto alla varietà arborea quanto alla stagione in cui vengono praticate, generano una stridente percezione, oltre a danni certi alle piante. Non mi era mai capitato di osservare mutilazioni a quelle altitudini. Gli alberi ricadevano probabilmente nella proprietà di chi aveva in gestione le poche case sparse lassù, alle quali si poteva arrivare attraverso una strada e quindi “comodamente” con veicoli a motore. Questo comodamente non indica tanto il tipo di viaggio di chi sale, quanto piuttosto la comodità con cui si può caricare in auto una motosega e una tanica di benzina. Se si dovesse salire a piedi, alcuni arnesi verrebbero lasciati senz’altro a valle, soprattutto considerata l’inutilità di alcune ardue mutilazioni (se un albero è malato lo si taglia e basta). Questa premessa serve a ricordare un paradosso. Affinché i paesi di domani possano esistere, l’uomo deve potervi arrivare. Ma il modo in cui ci arriva può cambiare radicalmente faccia a quei luoghi.

Relazionarsi con il limite
Probabilmente non sono altro che un piccolo conservatore, poco aperto alle azioni nuove che la tecnica consente. In fondo, chissà, anche i miei antenati avrebbero agito così se ne avessero avuto l’opportunità. Resta il fatto che il limite, la non possibilità, la non disponibilità di un-arnese-per-ogni-scopo ha forgiato degli antenati che dovevano fare affidamento soprattutto sul proprio corpo: apparato muscolo-scheletrico, equilibrio, prestanza, resistenza. Dovendo dosare tutto questo concentrandolo nei primi decenni di vita, spontaneamente non ritenevano sensato tagliare un ramo a sette metri d’altezza: un rischio inutile. Se secco, quel ramo sarebbe caduto da solo al primo inverno. Se in salute, non avrebbe avuto alcun senso tagliarlo indebolendo la pianta. In caso di reale necessità, invece, la pianta si sarebbe potuta “comodamente” tagliare alla base, ricavandone legname da ardere o da opera. Lo abbiamo imparato tutti a scuola. Le piante vivono grazie alla fotosintesi clorofilliana, che avviene anche grazie alle foglie, quindi alle chiome. Mutilare una pianta sana equivale a tagliare parti delle radici. Non ci possiamo stupire se viene poi attaccata dai funghi e nell’arco di qualche anno deperisce, diventando pericolosa. I nostri antenati lo avevano imparato: ci sono poche varietà che non temono capitozzature, come i tanti tipi di salice, o i platani, come ancora vediamo nelle siepi lungo i nostri campi. Nei restanti casi, occorre evitare o per lo meno fare molta attenzione al diametro dei rami che si vogliono tagliare, alla stagione in cui lo vogliamo fare, alla pulizia degli arnesi da taglio…

Conservazione e innovazione
Queste considerazioni introducono due elementi importanti se si considerano i borghi da ripopolare. Da un lato, occorre essere consapevoli che la bellezza di certi luoghi è legata al limite con cui si sono dovuti confrontare gli antenati che li hanno costruiti. Limiti ambientali, legati alla reperibilità in loco di materiali da costruzione, alla maggiore o minore lontananza da centri popolosi, alla disponibilità di risorse idriche e forestali, al saper fare degli abitanti. Siamo consapevoli che ripopolare oggi quei borghi equivale inevitabilmente a tradirli. Non è immaginabile che chi compra una porzione di rustico non voglia cambiare gli infissi cedendo magari al “comodo” pvc, o installare una “comoda” lampada a led sull’uscio, o montare dei pannelli fotovoltaici, o ricavare “comodamente” un posto auto sul vecchio orto. Quello che è sotto gli occhi di noi tutti, che si viva in un borgo ameno o in un quartiere di qualche paese di campagna sviluppatosi negli ultimi cinquant’anni, è che chi arriva raramente si adegua al luogo, ma porta inevitabilmente con sé tutto un apparato di immaginari, aspettative, modi di fare, suppellettili creati altrove e per un altrove, che inevitabilmente modificheranno il luogo eletto a nuova residenza. E pace per gli abitanti di quel luogo, che si troveranno a subire o si adegueranno “comodamente”. Oggi che vivo nella casa di campagna dei miei, mi confronto spesso con persone che mi definiscono fortunato. Ma a loro devo necessariamente rispondere che nel fine settimana amerei piuttosto vivere in città, dove almeno se alle sei e mezza della domenica mattina qualcuno accende “comodamente” un soffiatore anziché usare scopa o rastrello arrivano i vigili. Ormai sei sveglio lo stesso, ma almeno ti bevi il caffè in pace.

Paradossi
In fin dei conti, se si vuole immaginare che un determinato borgo riprenda a vivere, occorrerà accettare di vederlo sparire per come lo conoscevamo. Paradossalmente, per poterlo conservare sarebbe quasi meglio se restasse disabitato. Si innesta proprio qui il punto nevralgico della questione, difficilmente accettabile. Per continuare la vita di alcuni borghi bisognerebbe ripopolarli con persone disposte a togliere anziché aggiungere. O per lo meno ad adattarsi, ad accettare di venire forgiati dal luogo. La storia di chi si trasferisce in borghi remoti dopo aver a lungo riflettuto e aver deciso di abbandonare la vita di prima è emblematica. Libri dedicati e video su internet lo testimoniano. C’è un elemento di ritrovata sobrietà che si innesca quando il trasferimento in un borgo non avviene per il fine settimana ma stabilmente, dopo aver venduto la casa di prima. Insediarsi del tutto in un luogo “scomodo” porta ad accettare alcuni limiti, non foss’altro che per giustificare la ritrovata lentezza agli occhi increduli degli amici o per spiegare razionalmente la mancanza di “comodità” a chi venga in visita. La verità “scomoda” è che per vivere in pace serve poco. Ma occorre disinnescare piano piano tutta una serie di mine antiuomo fatte di aspettative interne (rappresentazioni di sé e paure ancestrali) ed esterne (vere o presunte) che possono esplodere in qualsiasi momento, che si viva in un borgo, in una città, in un paesone di periferia, in un monastero, in una comune o in un eremo.

Vivere il creato, da creatura tra le altre
Vivere in pace è però anche altro. È accettare di dialogare con forze non umane, relativizzando il nostro gonfiato antropocentrismo. In questo, vivere in un borgo può aiutare. Può aiutare ad esempio a ritrovare il ritmo sonno-veglia pensato per noi dalla nostra latitudine e dalle stagioni. Può aiutare a sentire il rumore dell’erba al passare del vento, o a temere la forza di una tempesta al riparo in una vecchia casa di pietra. Può aiutare a entrare in confidenza con animali non addomesticati e non addomesticabili, accettando di fare i conti con la parte di noi meno prevedibile (il lupo di Francesco). Può aiutare a vedere la natura che muore e rinasce, nella quale noi non siamo spettatori ma parte del ciclo di morte e rinascita. Può rinvigorire un approccio non violento – come ci ricorderebbe Daniele Lugli. Secondo l’anziano formatore francocanadese Gaston Pineau, noi umani impariamo da noi stessi, dagli altri e dal creato. Minerali, animali, vegetali sono altri viventi con cui entrare in relazione, fino ad arrivare a fenomeni come il sole, la luna, le stelle, che possono atterrire o stupire, ma che regolano inevitabilmente le nostre vite. C’è chi chiama tutto questo cosmo, chi creato, chi dio, chi “mille altre maniere” come diceva un comico personaggio ideato da Corrado Guzzanti. Quello che conta è che non siamo noi. Che il nostro corpo ha un limite, così come lo hanno le nostre idee di controllo del pianeta, degli eventi, della storia. Tutto questo è poco “comodo”. Chissà, forse vivere i paesi di domani potrebbe incentivare un’esperienza “disarmata e disarmante”, per concludere con un’ulteriore conosciuta citazione.

Davide Lago

Davide Lago

Docente di pedagogia generale, formatore in percorsi autobiografici