MADRUGADA
Competenza, rappresentanza e proprietà
Uno spunto interessante
A causa di una di quelle fortuite coincidenze che talvolta ci portano a scoprire cose che altrimenti non avremmo facilmente intercettato, mi sono imbattuto qualche tempo fa in un libro del 2013, dal titolo già di per sé stimolante: Competenza e rappresentanza (Roma, Donzelli).
È un testo immaginato da autorevoli urbanisti e pianificatori; ed è anche un po’ singolare, perché nasce da un’occasione specifica di discussione e dunque è formato da una sorta di breve dissertazione introduttiva, una lezione magistrale intitolata Competenza e maggioranza nel processo di decisione, poi aperta al commento di altre voci.
La dissertazione – di Alessandro Pizzorno, che è stato uno degli studiosi sociali più autorevoli del panorama italiano, e non solo (è mancato nel 2019) – è davvero molto interessante. È complesso sintetizzarne i contenuti, ma il punto di partenza è già sufficiente a stimolare l’assunzione di un certo angolo visuale.
Per Pizzorno, infatti, in un regime di democrazia rappresentativa sono tre le vie che conducono i cittadini al potere politico: una è fondata sul principio di proprietà (il possesso di risorse economiche), e invero vale per qualsiasi sistema organizzato in cui vige la garanzia della proprietà privata; una sul principio di competenza (l’apprendimento di conoscenze specifiche); e un’altra sul principio di maggioranza (la capacità di mobilitare il consenso).
Il punto è che queste vie coesistono e che i loro rapporti reciproci e oscillazioni, talvolta coerenti e sinergici, talvolta dialettici o addirittura contraddittori, definiscono lo stato materiale di una democrazia.
Pizzorno sviluppa soprattutto gli andamenti della relazione tra competenza e rappresentanza, e tende a mettere in luce un aspetto, ossia la circostanza che la rappresentanza ruota sempre attorno all’idea di eguaglianza e che la competenza, invece, è criterio che tende a differenziare e a razionalizzare. Sicché il “contrasto” tra i due criteri è in qualche senso strutturale, inevitabile. E più la rappresentanza si radica e si legittima come metodo di scelta dei governanti, più essa si trasforma in un sistema in cui è la competenza a “decidere”. Un po’ perché l’idea di eguaglianza che vi è sottesa non è del tutto, o davvero, realizzabile, avendo così bisogno di mediazioni ed equilibri sofisticati, se non di vere e proprie illusioni meccaniche; un po’ perché la competenza crea essa stessa gangli di potere che, in definitiva, ambiscono a sfuggire al circuito della rappresentanza.
Profili concreti e attualissimi
Che questo non sia un ragionamento esclusivamente astratto è presto detto.
Pensiamo alle asperità con cui si svolge il famoso principio della separazione dei poteri, che pure è alla base della tradizione costituzionale occidentale. Qual è il limite oltre il quale quel principio, da necessario ed essenziale strumento di garanzia nei confronti delle eccessive concentrazioni di prerogative di “governo”, si trasforma in una formula idonea a mascherare concorrenze tra gruppi distinti o criptiche negazioni, spesso elitistiche, dell’eguaglianza che il percorso dello Stato rappresentativo dovrebbe realizzare? Se guardiamo agli esempi che Pizzorno fa dei cortocircuiti così accennati vi troviamo anche lo scontro tra politica e giustizia, che altro non è, in effetti, che una delle tante sedi in cui si misura il difficile coordinamento tra sfera della rappresentanza e sfera della competenza: in ipotesi, di una competenza essenziale e importantissima; tanto più – lo nota anche Pizzorno – nel quadro dello Stato costituzionale, dove le vie della rappresentanza hanno dei limiti che devono essere rispettati e degli obiettivi che parimenti confinano il campo d’azione dei rappresentanti in un panorama, sia pur ampio, di opzioni di governo.
A tutto ciò bisogna aggiungere che la questione è ancor più articolata, perché, al di là di rappresentanza e competenza, è il criterio di proprietà, oggi, a esplodere in modo vieppiù significativo.
E ad amplificare, dunque, dinamiche già di per sé delicatissime.
In un contesto economico segnato da tempo dalla globalizzazione, la proprietà, che segue le vien impalpabili della finanza, non è qualcosa di “soggiogabile” in ecosistemi chiusi, regolati dalla primazia del binomio rappresentanza-competenza. In fondo è una scoperta che non deve stupire, risale ai tempi delle meditazioni di Benjamin Constant (nel suo Conquista e usurpazione, Torino, Einaudi, 1983).
Però c’è di più: questo tipo di rilancio del criterio di proprietà ha conseguenze enormi sulla specificazione del modo con cui rappresentanza e competenza si configurano; perché la seconda – in una società a forte trazione scientifica e tecnologica – è letteralmente conquistata dai canali tecnocratici di legittimazione, mentre la prima – in un quadro di grandi transizioni scandite dalle asimmetrie dei flussi informativi e del dominio sulle materie prime che risultano indispensabili al mantenimento di quegli stessi flussi – è magneticamente attratta dai vantaggi che l’accentramento della ricerca e della produzione possono assicurare a chi intenda esercitare il potere. Basta fare mente locale alla “tavolozza” assai variopinta e inquietante in cui si muovono, ora, i “capi” dei Paesi più potenti del mondo e i fondatori/leader delle Big Tech per avere visualizzazione plastica di queste tendenze.
Pertanto i sensibili rapporti tra rappresentanza e competenza non solo continuano a intensificare le loro usuali oscillazioni dialettiche; essi moltiplicano anche le occasioni di ridefinizione di ciò che sono rappresentanza e competenza: visto che esistono rappresentanza e competenza non programmaticamente influenzabili dalla proprietà, perché concepite per “regolarla”; ma esistono, purtroppo, anche rappresentanza e competenza che sono attratte, se non assorbite, da legittimazioni in tutto e per tutto proprietarie. E questo non è uno slittamento insignificante, perché pone in dubbio scopo ed esistenza dello Stato democratico: non tanto, o non solo, dell’ideale egualitario di cui si nutre la rappresentanza (ideale, come sostiene Pizzorno, assai utopistico); bensì dell’acquisizione più generale per la quale il governo della cosa pubblica non può che agire in funzione del cambiamento migliorativo e progressivo di quanto si pone, volta per volta, come dato di realtà.
Tra crisi/transizioni e… nuovi cantieri?
Negli ultimi tempi – anche sulla scorta dell’enfasi quasi spettacolistica con cui anche i media più classici tendono a seguire le tristi traiettorie di guerre, crisi ambientali ed economiche, bracci di ferro internazionali tra blocchi egemonici di potere – la tentazione è quella di guardare allo scenario confuso dei nuovi rapporti tra rappresentanza, competenza e proprietà con l’occhio, a suo modo suadente, della geopolitica. Che è senz’altro prospettiva da non sottovalutare (come suggerisce, ad esempio, P. Passaglia, Geopolitica e diritto, Milano, FrancoAngeli, 2025), e che, tuttavia, sembra implicitamente invitare l’osservatore – che nel nostro caso è il cittadino, o meglio, sono le persone – a una considerazione della storia quale destino, dovuto all’applicazione pre-potente di macro-categorie (come sono quelle riferibili ai “popoli”, alle “culture”, alle “religioni”, etc.).
Il rischio di incentivare posizioni quasi fideistiche, se non apertamente pseudo-teologiche, è alto. Detto altrimenti: è alto il rischio di “espropriare” dall’azione e dalla proiezione sociale di ciascuno qualsiasi ricaduta sul miglioramento delle condizioni collettive di vita. Ciò perché, per l’appunto, i destini collettivi sarebbero mossi da forze e fattori di più grande, lunga e inarrestabile portata.
Non c’è dubbio che si potrebbe reagire con il rafforzamento dei canali più tipici e consolidati della rappresentanza e della competenza che a essa si raccorda. Non è, questo, un progetto da abbandonare. Specie se si ricordi che è progetto da perseguire nell’arena comune delle democrazie più evolute.
Il fatto è che, con ogni probabilità, un simile progetto è sempre più avvinto da retoriche, tanto diffuse quanto astratte e poco performative.
Occorre, quindi, pensare a nuovi cantieri; anzi, occorre, in verità, aprire gli occhi su quei cantieri, esistenti da un bel po’, che si propongono di ripartire da una specie di nuovo umanesimo di base e sperimentano un’idea di appartenenza collettiva strettamente basata su esperienze piccole e prossime di bene comune. Non per voler credere che solo così si possano fronteggiare sommovimenti di scala più estesa; bensì per provare a dimostrare che per il tramite di quelle esperienze è il criterio della rappresentanza a rinnovarsi su fondamenta più verosimili e concrete.
Nell’ambito giuridico costituiscono laboratori fecondi quelli, notissimi ormai, della cittadinanza attiva e dell’amministrazione condivisa. Più in generale, sono da studiare con attenzione anche le sollecitazioni formalmente opposte (ad esempio, letterarie e antropologiche: F. Marcoaldi, Cani sciolti, Torino, Einaudi, 2024; Id., La disperanza, Torino, Einaudi, 2026) di chi auspica una sorta di contrazione; un atteggiamento di svuotamento/riflessione volto ad agevolare una differente pratica di stare nelle cose e nelle relazioni.
Entrambe le posizioni, che potrebbero apparire disgreganti dei più elementari dispositivi istituzionali (di rappresentanza e competenza), paiono corrispondere più da vicino, paradossalmente, all’esigenza di riattivare un dibattito più facile e afferrabile sulle condizioni materiali della nostra esistenza come persone.
E, dunque, per questa strada, sulla reale accessibilità a progetti più solidi di rilancio della democrazia e delle sue infrastrutture.
Fulvio Cortese
Professore ordinario di Diritto amministrativo presso l’Università di Trento.
