MADRUGADA
Dentro o fuori? Una scuola a misura di bambino
Sono passati più di 45 anni da quando iniziai a fare il maestro, ma sembra che le cose non siano cambiate affatto; certo vi sono stati diversi maquillage che hanno illuso alcuni a ritenere che la scuola sia cambiata: uso dei computer, lavagne interattive, registri elettronici, e una mole immensa di scartoffie sempre più cervellotiche e ingombranti, che finiscono con l’assorbire il tempo e le facoltà degli “impiegati all’istruzione” che si trovano a lavorare nella scuola.
Ma la verità è che la scuola non è cambiata nel corso di questo mezzo secolo: lezione frontale, bambini seduti al banco, intervalli in cortili di ghiaia, ogni gruppo contingentato per classe, sorvegliato da maestre preoccupate per i pericoli insiti ovunque, verifiche per obiettivi intermedi, lavoretti per Natale, carnevale, festa delle mamme, dei papà, dei nonni, di pasqua…, tutt’al più una recita di fine anno o dei cori per centinaia di alunni che fanno karaoke… Certo, è un quadro desolante, ma quanto mai reale della situazione della scuola italiana del terzo millennio.
Costruire una scuola per Pierino
Non sono un esperto di pedagogia, di scienze della formazione primaria, mi sono diplomato alle magistrali nel 1976 e quindi non avrei nessun titolo per dare giudizi sulla situazione della scuola. Quello che posso testimoniare sono 44 anni di lavoro con i bambini, vissuti cercando di capire come fare per ottenere che Pierino, ogni mattina, si svegliasse con la voglia di venire a scuola e ci portasse proprio Pierino e non il suo Avatar, alter ego, “copia conforme” del vero Pierino, mandata in aula per ottemperare a un destino fiacco e poco comprensibile, lontano mille miglia dal Pierino reale.
Per ottenere questo risultato, ho presto capito che bisognava rompere uno schema, una gabbia ben strutturata e così radicata, da non essere nemmeno percepita come parte del “problema educativo”.
Le sbarre di questa gabbia sono di ordine spaziale, temporale e culturale.
Lo spazio cui mi riferisco è il luogo in cui a Pierino viene proposta l’esperienza dell’apprendimento e l’avventura delle prime relazioni: un edificio molto spesso brutto, sinistro, circondato da reti, con cancelli che si chiudono, all’interno del quale ci sono aule squadrate, chiuse a loro volta, arredate e ordinate secondo i gusti della maestra di turno (rarissimamente queste scelte di arredo sono allargate alle indicazioni degli alunni), della gerarchia delle discipline che verranno impartite; poi lunghi corridoi nei quali, a dispetto del nome, è severamente vietato correre, sempre per ragioni di sicurezza; bagni sempre troppo pochi, mense, palestre, aule di informatica, un cortile di ghiaia nel quale godere del quarto d’ora d’aria.
Il tempo, suddiviso tra le varie materie, deprime ogni spinta a cavalcare l’onda dell’interesse suscitato da un certo argomento, da una certa esperienza; è il tempo scandito dai quadrimestri che inducono a pensare lo sviluppo delle lezioni in funzione di verifiche, scrutini, valutazioni conseguenti… Il termine “culturale” indica alcuni aspetti radicatissimi nella coscienza professionale degli insegnanti e dei loro dirigenti. Primo: uniformità del metodo, isomorfismo sociologico, guai a discostarsi da quel che fanno gli altri! Secondo: la scuola si fa in aula, tutto ciò che è esterno, potrà essere anche divertente, ma non è scuola! Ogni piccola variazione alla norma: andare dall’aula alla palestra, recarsi in cortile per la ricreazione, prendere parte a manifestazioni come 4 novembre, concerto dell’orchestra di istituto, sono momenti drammaticamente pericolosi e vanno affrontati con la massima prudenza… Per far sì che Pierino venisse a scuola portando sé stesso e non un suo clone, per 44 anni ho cercato di liberare dal mio modo di far scuola questi ostacoli.
Mi rendo conto di essere stato un maestro molto atipico e “spregiudicato”, come mi hanno definito quasi tutti i miei dirigenti, ma la scuola che ho fatto è stata bellissima, il “fuori” cioè il paese con le sue case, le chiese, la sua storia, i nomi delle famiglie, dei luoghi, le colline e i boschi sono stati al centro del modo dell’insegnare/ apprendere che ho scelto come metodo; ricerche sul campo, progettazione di cambiamenti da effettuare nel territorio, ricerca di relazioni con le istituzioni per portare problemi o proposte per migliorare la qualità del luogo in cui la scuola è inserita.
Questo è stato il cuore del mio modo di fare scuola.
Un’avventura epica
Al centro del percorso proposto ai bambini, non è tanto l’etica, piuttosto l’epica di una avventura che dapprima guarda con amore il proprio paese, e poi decide di modificarlo in meglio, avendo ben chiaro un orizzonte da raggiungere, e se è difficile, meglio ancora! Ci si impegnerà di più! Ad esempio, sotto il Monte Grappa, nel quinquennio 2014/2019, i bambini della mia classe hanno studiato le colline modificate dai soldati della prima guerra mondiale, esplorando grotte e trincee, misurando, fotografando, rappresentando; hanno ricostruito le vicende dei 22 caduti attraverso il ricorso agli Archivi di Stato e comunali, hanno concepito l’ipotesi di un sentiero commemorativo per quei poveretti morti in guerra e lo hanno tracciato sui colli, hanno progettato la struttura dei cartelloni da realizzare, hanno ossessionato l’amministrazione comunale affinché si prendesse carico del progetto acquistando i materiali, ma la cartellonistica è stata realizzata a scuola, trasformando l’aula in una falegnameria; hanno curato la grafica nell’aula di informatica, hanno intessuto 3 anni di corrispondenza con una scuola della Lombardia sullo stesso tema, scovando la storia di un soldato di quel paese lontano, che trovò la morte qui, sul monte Grappa, un soldato dimenticato per 100 anni. E ha viaggiato, la mia classe: dozzine di uscite sulle colline, in bicicletta per 45 km. lungo la ciclabile del Brenta, per visitare il museo di Borgo Valsugana; è stata a Edolo in Val Camonica per tre giorni a incontrare i compagni corrispondenti; è stata a Bergamo a ricevere un premio per quella ricerca e un altro a Piazzola sul Brenta e, soprattutto, ha visto realizzato il suo progetto di modifica migliorativa del territorio.
Questo è solo un esempio di cosa si potrebbe fare per rendere gli alunni cittadini attivi e la scuola un elemento vivo nel cuore della società.
Federico Monaco
maestro presso la scuola elementare di Liedolo (TV), oggi in pensione.
