MADRUGADA
Diventare parte di quello che si vede
Quando si parte per un viaggio si prepara con cura il bagaglio da portare con sé. Siamo partiti con grandi valigie che però non ci hanno zavorrato; riposte a Casa, quella tutta colorata di Rio, siamo partiti leggeri, ogni giorno, a esplorare e ad esplorarci.
In effetti, i viaggi sono stati due, paralleli: uno a Rio de Janeiro per conoscere il Brasile, le genti, le terre, le storie, i paesaggi, gli odori. Il secondo viaggio è stato dentro noi stessi. Nessun viaggio ci lascia come prima, a maggior ragione questo.
Nella valigia ognuno mette quello che gli serve, ma anche qualcosa di personale: oltre ai pantaloni e le magliette colorate, le creme o le medicine, il cellulare, ognuno ci mette le proprie ansie e paure, le aspettative, il desiderio di conoscere, la voglia di conquistare, di piacere, di stare insieme e divertirsi. Ognuno di noi viaggia per ragioni che solo lui conosce. Poi il viaggio è azione, è relazione, è senso. La vita non si vive guardandola ma facendola propria, agendola, e così anche il viaggio. L’azione di salire a piedi una favela è diversa dall’azione di salire al Cristo Redentor, sono entrambe salite ma che portano a scenari esterni e interiori completamente diversi.
«Quando guardo qualcosa, è certo che per un istante divento parte di quello che vedo» (Ella Maillard, Il senso del viaggio). Certo, per un attimo non divento Cristo, ma divento leggerezza e maestosità, divento natura, fatica e bellezza, chi sotto il Redentor non si è fatto una foto con le braccia aperte a simboleggiare l’abbraccio? Quando salgo verso una favela, il mio sguardo è avido, il mio cuore è sospeso, i miei piedi stanno attenti al terreno e un po’ d’amarezza mi assale, le domande tornano e magari le non risposte mi inquietano: «Perché? Come fanno a vivere così?».
Io non sono un viaggiatore seriale, impavido, ho sempre preferito le sicurezze e comodità di casa mia, ma ci sono viaggi e viaggi, il mare, la montagna, le capitali europee, e questo tipo di viaggio che non so definire ma che sento nel profondo, perché mi fa entrare in relazione con la terra che calpesto. Alcuni viaggi vanno dentro il cuore, forse non sono tanti nella vita, forse sì se sono fortunato, ma alcuni cammini vanno dentro, ci conducono a ciò che conta di più. Il viaggio è una piccola rottura, ti stacca dalla tua solita, meravigliosa vita, che per un po’ interrompi, ne prendi le distanze, esci dai rumori dei supermercati, del traffico, della vita normale e, se sei fortunato, trovi un po’ di silenzio e riesci ad ascoltare la tua voce perché c’è meno rumore intorno.
E così ti ritrovi a stare in modo diverso con i tuoi cari, con il tuo gruppo, con chi ti ospita. Per un po’ sei diffidente, le abitudini sono diverse, qualcuno ti irrita, qualcuno ti è simpatico, non trovi quello che sei abituato a trovare, ma poi è bello vedere che, quando parla il cuore, il linguaggio è lo stesso nei diversi Paesi. Una delle ragioni principali del viaggio è proprio lo sviluppo del senso di solidarietà con i tuoi compagni di viaggio, con le persone che incontri. Capita così di avere un momento di grande intimità con chi lavi i piatti, difficile pensare che quell’intimità si crei lavando le pentole di casa, ma è una sensazione di vicinanza e allegria che poi ti fa rileggere le attività quotidiane anche a casa. Ma la vicinanza e la solidarietà le senti anche per chi vive in una favela o con i ragazzi di un centro educativo, che magari si sono industriati, nelle ultime settimane, per accoglierti con un canto o con un disegno dell’Italia. Allora capita che canti lavando i piatti e canti «Bella ciao» con i ragazzi del dopo scuola, o con quelli scapestrati del carcere minorile.
Ogni situazione, ogni posto, ogni persona ti ricorda che siamo differenti, ma che la differenza è realtà, è intelligenza. Fossimo tutti uguali, non ci sarebbe il viaggiare, ma non ci sarebbe neppure pensiero. L’uniformità accieca la vista e il pensiero. La natura è differenza, il colore della pelle il più vario, la lingua è differente, ma così tutte le cose, dalle più semplici, l’acqua, alle più complesse, le nostre umanità, i nostri modi di vivere. Allora viaggiare è un training per accettare e convivere con la diversità, per crescere, per diventare più ricchi.
Nel viaggio hai possibilità di incontrare, persone, cose, popoli, città, nature… e ci sono degli incontri speciali che ti fanno risuonare qualcosa all’interno. Incontrare gli Indios che vivono a pochi passi dal Maracanã è stato uno di questi incontri. C’è un grande striscione che ti accoglie all’interno del villaggio: «Eles combinaram de nos matar, nos combinamos de não morrer», «Loro si organizzarono per ucciderci, noi ci organizziamo per non morire». Il senso è terrificante, ma incontrandoli si percepisce la tenacia di chi sta lottando da secoli per sopravvivere. Per un attimo allora sei tenace, resistente e impari qualcosa di più sulla libertà, sulla tenacia, sulla lotta per non morire. Lo sperimenti, lo senti in una casa diroccata che loro chiamano “università” dove ci incontrano e raccontano la loro storia.
Pochi viaggi non hanno un ritorno, e così la domanda che ci facciamo è: «Cosa rimarrà di tutto questo?». È una domanda impropria perché quello che poteva entrare in noi è già entrato, sono semi che possono germogliare oggi, domani o fra anni. L’acqua del fiume che scorre non è mai uguale, «non possiamo bagnarci due volte nello stesso fiume», ci insegnavano a scuola, sappiamo che non siamo più gli stessi di qualche giorno prima e che ogni esperienza vissuta ci ha cambiato, tutti speriamo in meglio. Cambieremo ancora, con altri incontri e altri viaggi, sperando che la salute regga!
Natalino Filippin
psicologo, vive a Bassano del Grappa (Vi), anima un gruppo giovani di Macondo.
