MADRUGADA

Articolo di Chiara Cucchini

Giustizia e pace si baceranno?

Niente succede a caso
Mi è venuto in mano, dopo molti anni, Per la pace perpetua di Immanuel Kant, quinta edizione, gennaio 1997, lire 11.000.
Niente succede a caso, penso. Niente è più inderogabile e rilevante del tema della pace, dato che l’orrore della guerra e della violenza nei vari scenari del mondo non dà segno di risolversi e di cessare. Ed era certamente un tema urgente e indifferibile già nella seconda metà del Settecento, ai tempi in cui il filosofo di Königsberg scriveva questo imprescindibile saggio. In realtà lo era da almeno due secoli prima, cioè da quando, con la diffusione delle armi da fuoco di grande e di piccolo calibro, la guerra cominciava a diventare sempre più letale per i soldati e coinvolgeva sempre più spesso anche la popolazione civile indifesa.
Infatti, per decine di secoli prima dell’epoca moderna gli eserciti avevano combattuto con armi in fondo sempre uguali: spade, lance, archi e frecce che differivano per la foggia e per i materiali utilizzati, ma nei secoli non erano cambiate di molto le loro prestazioni, almeno fino alla fine del Medioevo. Poi, dall’inizio del Cinquecento, l’uomo aveva cominciato a dedicare studio e risorse enormi in termini di tempo, beni e denaro per imprimere un miglioramento inarrestabile alla tecnologia delle armi di cui poteva disporre. Ed ecco che a causa della efficacia crescente degli armamenti il numero dei morti fra i soldati, e in seguito anche fra gli abitanti delle campagne e delle città teatro delle battaglie, cominciò ad aumentare a dismisura. Così la guerra, già considerata deprecabile ultima ratio, assunse definitivamente i connotati di una sciagura terribile e orrenda.

Nessun straniero è nemico
Da allora diversi intellettuali hanno cercato di animare un dibattito capace di educare a un nuovo pensiero che considerasse la pace come un valore e come una condizione sociale e politica da raggiungere attraverso il rispetto e la giustizia. Proporre riflessioni e azioni possibili era ed è l’unico modo che gli uomini hanno per «proclamare l’impossibilità della guerra. Anche se non vi fosse alternativa» – come sosteneva Umberto Eco nel saggio Pensare la guerra del 1991.
Scorrendo la linea del tempo il primo è stato certamente Erasmo da Rotterdam che con il suo Lamento della pace (1517) fa parlare la pace in persona che, disperata per essere stata cacciata dai regni, dalle città e persino dalle chiese, accusa i monarchi e i potenti di promuovere i conflitti solo per mire espansionistiche ed economiche, e condanna aspramente gli uomini di Chiesa che giustificano le stragi e che benedicono le armi e nulla è più anticristiano della guerra. Gli uomini dovrebbero invece riconoscersi come fratelli e risolvere le dispute attraverso il dialogo e la diplomazia.
Altra opera rilevantissima è il Candide (1759) con cui Voltaire mostra con sarcasmo l’assurdità e l’orrore dei conflitti che non sono altro che macelleria eroica che lascia villaggi bruciati, uomini fatti a pezzi, donne sventrate e bambini massacrati e dove, al termine dei combattimenti, si ringrazia il Signore facendo cantare il Te Deum.
Poi c’è proprio Per la pace perpetua (1795) di Kant, opera pienamente illuminista fondata sul diritto e sulla ragione in cui si sostiene la necessità che ogni Stato abbia una Costituzione repubblicana, che gli Stati si debbano unire in una federazione per risolvere le controversie esclusivamente attraverso la diplomazia e che sia assicurato il diritto cosmopolitico che garantisce che nessuno straniero sia considerato nemico.
E non si può tralasciare neanche Guerra e pace (1869), il romanzo in cui Tolstoj mostra la sofferenza e la distruzione causate dalle campagne militari di Napoleone.
È pur vero che, all’inizio del Novecento, nel dibattito culturale sorto fra il 1914 e il 1915 rispetto all’entrata dell’Italia in un conflitto che, fino a quel momento, era una contesa fra l’Austria-Ungheria e la Serbia e che vedeva già schierate Germania, Russia, Francia e Gran Bretagna, autori italiani come Soffici, Ricci, D’Annunzio erano stati interventisti e che già nel 1909, nel Manifesto del Futurismo, Marinetti inneggiava alla guerra definita «sola igiene del mondo».
La guerra fu fuoco, sangue, violenza e paura di tale entità che quello sgomento originò inizialmente il silenzio. Proprio in quegli anni, a proposito della Prima guerra mondiale, Karl Kraus ebbe a scrivere: «Chi ha qualcosa da dire faccia un passo avanti.
E taccia».
La necessaria rielaborazione richiese un tempo di ponderazione.
Se osserviamo le date di pubblicazione dei testi diventati classici, furono necessari anni di metabolizzazione dell’evento prima di poter avere qualcosa di meditato da dire. Ad esempio, Niente di nuovo sul fronte occidentale è del 1928, Un anno sull’Altipiano del 1938 e Il Giornale di guerra e di prigionia in cui Gadda descrisse con crudo realismo le difficoltà della vita al fronte e dei prigionieri, criticando l’incompetenza dei comandi e il degrado morale della guerra, fu pubblicato solo nel 1955. Nel frattempo, c’era stata anche la Seconda guerra mondiale, altro periodo buio scatenato dall’espansionismo nazifascista che coinvolse l’Europa, l’Asia e il Pacifico e contrapposto le potenze dell’Asse agli Alleati, conflitto che si concluse con la sconfitta dell’Asse, ma il suo epilogo, l’uso della bomba atomica da parte degli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki, aprì l’era della Guerra Fredda, ridisegnando gli equilibri mondiali e lasciando ferite profonde nell’umanità.

Perché c’è ancora e sempre guerra?
Ora, in questo nostro periodo così cupo, è necessario chiedersi quanto nei secoli passati la voce, le riflessioni e le proposte degli intellettuali abbiano contribuito a educare e formare la personalità dei governanti e degli uomini rispetto alla necessità e al valore della pace. E dobbiamo chiederci quanto possa esserlo anche oggi. La domanda non è peregrina né retorica ma concreta: perché, nonostante tutti sappiano cos’è stato e cos’è l’orrore della violenza nel mondo c’è ancora e sempre guerra? Il quadro è desolante e disperato e ci mostra lo stato dell’attuale situazione in Ucraina e in Palestina, oltre che in Sudan, Etiopia, Yemen, Afghanistan, Siria, Myanmar, Repubblica Democratica del Congo….
Togliamo pure l’emotività, la polemica e il facile schierarsi a parole contro la prepotenza e la guerra, e riflettiamo sulla sostanza della questione della pace: quello che sta accadendo non è solo un gioco geopolitico ed economico che ci vede impotenti spettatori disarmati. Avvertiamo che la nostra mancanza di reazione è data dalla tragica normalità alla quale siamo quasi completamente assuefatti perché ci riteniamo fuori dai giochi e senza risorse. Sembra che la nuova legge sia diventata nuovamente quella delle armi mentre le parole, che in tempo di pace apparivano così forti, improvvisamente sembrano perdere peso e svuotarsi di significato.
Nel passato la voce e le opere degli intellettuali avevano permesso di leggere, dentro ai numeri dei bollettini di guerra e dei manuali di storia, la vita di uomini e donne con i loro volti, i loro vissuti, le loro fragilità: erano persone che avevano corpo, parole, anima. Avevano anche fucili e bombe con cui uccidevano o con cui morivano. Avevano lacrime, rabbia, sangue. Non avevano ragione o torto, volevano solo restare vivi. A partire da questo assunto avevamo gridato e ottenuto il nostro NO alla guerra.
Ma adesso? Che speranza possiamo coltivare? Che azioni possiamo intraprendere? Quali parole possiamo ascoltare? Cosa resta da fare quando nel mondo fuori solo le armi sembrano avere voce?

Chiara Cucchini

Chiara Cucchini

Docente di materie letterarie, istituto professionale agrario Parolini, Bassano del Grappa, componente la Segreteria nazionale di Macondo.