MADRUGADA
I bambini torneranno a giocare
Dal 31 luglio al 15 agosto1 a me e ad altri 11 ragazzi è stato chiesto di partecipare a un viaggio organizzato da Macondo, un’associazione di cui facciamo parte, nata con l’intento di promuovere l’incontro tra i popoli. Saremmo andati oltreoceano, in una città che appena ti viene nominata ti fa apparire mille immagini nella testa: le spiagge da film, la foresta amazzonica, gli animali esotici, la maglietta/top del Brasile che ti lascia scoperta la pancia, i mille colori e la vivacità della città.
Ti vengono in mente tante storie che ti hanno raccontato e anche qualche canzone, ma anche qualche consiglio e avvertimento di stare attento. Carico di aspettative e con qualche dubbio, accetti. E ti ritrovi a Rio de Janeiro.
Arrivati, siamo stati accolti da Mauro e Milse, che ci hanno ospitato presso la casa “Maria Stoppiglia”. Grazie a loro, abbiamo scoperto che la città ha diverse anime.
Una prima è la parte turistica della città, il “Brazil” scritto con la z, quello che ti esce su Google, TikTok e Instagram. C’è il Cristo di Rio sul Corcovado, da dove si vede un panorama unico: le favelas si fondono con le colline verdi come il cielo si fonde con l’oceano, mentre le montagne si alternano a spiagge e grattacieli. C’è il parco statale di Grajaú, dove le liane scendono da alberi secolari. C’è la Lapa, la zona di movida della città, con la sua calca di gente, le feste improvvisate in mezzo alla strada, le moto che ti sfrecciano a fianco e le caipirinha.
Ci sono le spiagge di Copacabana e Ipanema, con i grattacieli a pochi metri, le isole all’orizzonte e i surfisti che cavalcano le onde.
Poi c’è l’altra parte della città, quella del “Brasil” scritto con la s, quella della vita di tutti i giorni e che ti rimane un po’ più nel profondo.
Ci sono famiglie in difficoltà che non riescono a comprare i medicinali per i propri cari o i libri per mandare i figli a scuola. Ci sono persone che devono inventarsi un lavoro per tirare a campare.
Ci sono ragazzi che non studiano per lavorare e aiutare le famiglie. C’è chi a 12/13 anni è già nel narcotraffico, e chi ha già ucciso qualcuno. Ci sono bambini con gli sguardi da adulti che non appartengono loro. C’è chi fa i propri interessi a discapito di tutti gli altri. Ci sono spari un giorno sì e un giorno no. Ci sono fazioni che combattono per il controllo del territorio. Ci sono persone che vivono in condizioni estreme e nelle favelas, ma oltre a tutto questo c’è anche chi aiuta, come l’associazione Amar, gestita da Mauro, che organizza corsi per formare i ragazzi, raccoglie soldi per aiutare le famiglie in difficoltà, aiuta i bambini delle favelas dando loro un ambiente protetto in cui giocare e imparare, o Milse con il progetto MotivAção che insegnando teatro dà ai bambini strumenti per conoscersi, opportunità per crescere, cooperare, esprimere le proprie opinioni e magari appassionarsi e realizzare un proprio sogno. Poi c’è la Batteria da Mangueira di Thiago, che permette ai bambini della favela di imparare a suonare uno strumento, di far parte di un’orchestra e fare un concerto, ma soprattutto di crescere con una cosa bella come la musica.
Nonostante tutte le sue contraddizioni, Rio è una città vibrante. Una città piena di vita, che trasmette vita. Non appena arrivi, inizi a sentire un grido che si alza dalle strade, dai muri delle case, dai cartelli e dai bar che urla in coro: «vita, vita, vita…». Questa voce ti entra dentro e ti segue per tutto il viaggio. L’atmosfera che caratterizza questo Paese travolge ogni cosa, è un’energia vibrante che senti in ogni cosa, la vedi nel ritmo delle canzoni, nei balli, nei sorrisi, nei saluti quando ci si vede, negli abbracci e nella luce che vedi negli occhi delle persone. E poi, le persone. In Brasile abbiamo conosciuto tante persone di cuore: alla mano, premurose, dall’animo buono, espansive ed empatiche. Sembra che riescano quasi a leggerti dentro, pur conoscendoti a malapena.
Grazie a tutte le persone che hanno fatto parte di questo viaggio per averlo reso così speciale.
Spero di non aver dato al Brasile un addio, ma un arrivederci.
- Si riferisce al 2025 ↩︎
Matteo Franco
vive a Camposampiero, in provincia di Padova, ama la lettura, la musica, la buona compagnia e i “piccoli gesti”.
