MADRUGADA

Articolo di Chiara Cucchini

La vita ci respira

Sara Ongaro
La vita ci respira.
La spiritualità del quotidiano quando i tempi sono difficili

Gabrielli Editori, San Pietro in Cariano, 2024
pp. 172, Eur 17,00.

Questo testo sgorga dalla pratica della vita quotidiana pienamente vissuta, in atteggiamento di fiducia, di accoglimento e di comprensione.
Per definire ciò che è spiritualità si parte da qui: dall’accettazione della realtà della vita che è insieme di fatti, relazioni, eventi, esperienza, reticolo inestricabile di relazioni che ciascuno di noi ha intorno con lo scopo di offrire pagine che possono aiutare a sopravvivere e ad avviarsi alla ricerca del proprio senso, alimentare umanità, coltivare relazioni, rafforzare il livello radicale della trasformazione eterna e profonda della vita.
L’autrice spiega che queste riflessioni sono nate dall’oralità, da un incontro diretto e continuo con tante persone che attraversano la vita con atteggiamento di ricerca, di scoperta ma anche di difficoltà, di tristezza e di crisi. Il dialogo ha generato pensieri e intuizioni e la scrittura in seguito ha permesso che decantassero e si raffinassero. L’incontro è stato anche con diverse tradizioni religiose: il cristianesimo nelle sue forme più aperte, di base, rivoluzionarie, vicino agli ultimi; l’Islam del Corano nella sua immensa apertura alla pace e la trascendenza; le tradizioni indigene con la loro profonda comprensione della Madre Terra e della sua vibrazione che tutto racchiude e tutto connette. Poi l’incontro con la filosofia, soprattutto Etty Hillesum, con la politica frequentata fin da adolescente – e respirata da persone in carne e ossa: partigiani, esuli, preti operai, femministe, combattenti di tante cause considerate perse… – con lo studio e con la pratica della non violenza, con la pratica della tessitura, del tai chi e del qi kong.
«L’atteggiamento che sviluppiamo nel nostro stare nel quotidiano con la presenza è un atto politico. È uno stare immobili, rilassati, in equilibrio, con calma totale, radice salde.
Intorno il contesto è frenetico, veloce, senza tempo per vedere, pensare, respirare. Stare fermi è l’antitesi alle richieste sociali pressanti, performative e competitive: è stare con sé stessi, in pace. È abitare con pienezza il momento presente che è l’unico in cui davvero viviamo perché l’attimo passato non c’è più e l’attimo futuro non c’è ancora. ln tempi che sentiamo oscuri, lo è ancora di più: lì si concentra tutto quello che quotidianamente possiamo essere ed esprimere».
Più i tempi sono bui, più ciò che si compie di semplicemente umano, è coraggioso e grande. Dobbiamo innanzitutto stare nel mondo. Perché la realtà conduce sempre a noi ciò che è giusto in quel momento. Non siamo noi a determinarla, ma siamo noi a viverla.
Dovremmo provare ad accogliere tutto ciò che arriva senza giudizio, come una cosa preziosa per noi, fondamentale per la nostra vita così come avviene, anche se ci fa male, se ci dà fastidio se non la capiamo ancora. Questo atteggiamento ci porterà alla comprensione del luogo in cui stiamo, del nostro posto nel mondo e a comprendere che non siamo noi al centro della nostra vita.
Comincerà e si svilupperà, allora, la capacità di osservare e di lasciarci affascinare da ciò che ci si presenta.
È un cambio di prospettiva e di paradigma: ci hanno sempre insegnato ad avere forza di volontà, di pensiero e di azione, ci hanno educato a considerare l’importanza e la centralità dell’individuo, delle sue emozioni e dei suoi bisogni, invece va accolto il mistero di ciò che ancora non è conosciuto e tutte le nuove domande che ciò che è incognito porta con sé.
Quali sono le condizioni grazie alle quali accogliere e osservare la realtà?Sono l’essere presenti nel qui e ora. È restare aperti, disponibili, senza resistenza, liberi dai sensi di colpa, dal senso del dovere e del dover essere qualcuno, del dover difendere il proprio ruolo e la propria identità, dalla paura di sbagliare, di fallire, dalla paura di scegliere.
«Ed ecco che quando ci troviamo di fronte a ciò che non possiamo ancora pensare, immaginare, realizzare cioè anche quando siamo senza risorse, senza speranza e, siamo probabilmente molto vicini alle emergere qualcosa che possiamo chiamare soprannaturale, siamo già in presenza delle condizioni delle quali ciò che è oltre, inatteso, ingiustificato […] può davvero emergere».
Oltre il limite, che per noi è baratro oscuro, c’è vita. Dio irrompe nelle situazioni e ci mostra la sua relazione vitale, intima, generativa.
Ecco che l’impossibile entra nella realtà solo se la nostra volontà si fa da parte in un consapevole amoroso abbandono, e anche nella gravissima situazione ambientale, sociale, politica in cui sembravano prevalere l’ansia, il panico, la rabbia e la follia, c’è un’umanità matura in cui gli individui si prendono per mano e si abbandonano ad accogliere le soluzioni che arrivano. È nelle condizioni estreme che emerge la nostra natura di esseri umani fatti per il vivere relazionale. Questa è la mistica azione, «l’azione infinitamente creativa, di ciò che si fa senza il fare, senza il fare di un soggetto che pone le sue condizioni all’essere (la sua forma, il suo colore, il suo nome). (…) Un’attesa liberata sia da desideri e sogni positivi che da paure, fatta solo di silenzio, sospensione, amore; dentro la danza cosmica. (…) Possiamo descrivere questa azione come lo stare sulla soglia a contemplare cosa c’è oltre, senza sovrapporre noi stessi a quello spazio. Non dobbiamo aver fretta, lasciamo che ciò che è maturo si dispieghi, lasciamo spazio perché il grembo porti a compimento ciò che da solo emerge».
Anche di fronte alla malattia le riflessioni e l’intuizione di Sara Ongaro sono illuminanti: il destino ultimo della malattia non è schiacciare la persona ma liberarla, voler guarire significa non lasciare definire alla patologia ciò che siamo e che possiamo ma iniziare a vedere che la direzione che ha preso la nostra vita e il nostro corpo la scegliamo ogni giorno in mille atti, atteggiamenti e pensieri.
Andare oltre è ricominciare a vivere, entrare in contatto con la malattia per scoprire che è la soglia che apre la via a ciò che ciascuno è destinato a essere. La malattia è il trampolino da cui parte la nostra umanità nuova.
Allo stesso modo la separazione e la morte permettono la nostra trasformazione, il nostro restare aperti, sapendo che prenderemo una nuova forma.
L’ultima parte del testo, “Dell’aprire varchi”, è una prova di proiezione verso il nuovo modo di essere, senza ricette e senza risposte, in cui, finalmente, «il soggetto da centrale è dominante, da colui che cerca e che trova, diventa e si pensa come colui che dalla vita è trovato, scelto, sospinto, in una visione collettiva e unitaria dell’umanità. Connessione e reciprocità sono i modi con cui questa visione si realizza perché permette di sentire che siamo molto di più di quello che siamo e che possiamo vedere, percepire molto più di quello che abbiamo da davanti, che abbiamo mille mani e mille piedi per arrivare dove non arriveremo mai semplicemente arrivando davvero solo a chi è accanto a noi, proprio lì dove possiamo arrivare».
Nessuno ci può privare di questa capacità! È un gesto microscopico, certo, ma è reale e possibile e per questo diventa potentissimo. E se moltiplicato «per tutte le persone che a loro volta lo possono fare ha una progressione geometrica rivoluzionaria. Possiamo dedicare tutto il nostro tempo ad amplificare, estendere, fare suonare l’amore, la tenerezza per gli altri. Dare tutto l’amore possibile a chiunque abbiamo intorno, senza andare a cercare destinatari lontani è l’azione politica oggi più potente: riequilibra l’universo».
Ecco che davvero questo testo, in questi anni duri e difficili, è un faro nella notte e balsamo per il nostro spirito molte volte fiaccato. E ci dice – con le parole di Antonia Tronti – «che un mondo fondato su attenzione, amore, cura, interrelazione è possibile: potrebbe essere già qui.
Basterebbe percepirlo e lasciarlo essere».

Chiara Cucchini

Chiara Cucchini

Docente di materie letterarie, istituto professionale agrario Parolini, Bassano del Grappa, componente la Segreteria nazionale di Macondo.