MADRUGADA
Procedere per ipotesi o correre per slogan?
Frase fatta capo è
Una statistica suggerita dall’IA dice che meno del 42 per cento delle persone completa la visione di un video sui social che stia tra i 30 e i 60 secondi; 8 invece sono i secondi entro i quali un video deve aver trasmesso il suo valore a un utente medio, se intende portare quest’ultimo a seguirlo sino alla fine. Cose da Generazioni Z, si dirà. Eppure, la durata media di un servizio politico su di un TG nazionale (roba da Boomer) sta tra i 60 e i 120 secondi – qualcosa di più, ma sempre una misura lontanissima da ciò a cui un giovane o un adulto potevano assistere fino agli anni Ottanta. È evidente che la personalità politica di turno debba concentrare l’efficacia del messaggio in poche, fulminanti battute, in formule riconoscibili, oppure strutturare un discorso più lungo in modo tale che chi si occupi di informazione possa agilmente suddividerlo in affermazioni decisive. Cioè sostanzialmente in slogan. Ve li immaginate i social media manager odierni fare i conti con un discorso “medio” di Aldo Moro?
Tempi contro spazio
Per l’uomo del Novecento, ha sostenuto Alessandro Baricco, il “valore” di una cosa (un libro, un’idea, un’opera d’arte) risiedeva nella sua profondità: bisognava scavare, fare fatica e andare “al cuore” delle cose per trovarne il senso. Baricco ritiene che i “nuovi barbari” (l’uomo digitale) abbiano sostituito questa navigazione verticale con una navigazione orizzontale.
Il senso non è più nel “sotto”, ma nella capacità di scivolare velocemente sulla superficie, collegando punti diversi. Aggiungo che questa operazione enigmistica di unire i puntini viene affidata allo spettatore, che ammaestra e insieme viene ammaestrato dall’algoritmo.
Si muoverà di affermazione in affermazione, di reel in reel, cercando conferme a qualcosa che forse solo intuisce, ma è convinto di sapere.
Il tempo appare dunque decisivo nel liquido informativo nel quale galleggiano i nostri cervelli. Il mercato cioè deve agire sulla contrazione dei tempi per formattare i nostri bisogni – ancora non è in grado di farlo sugli spazi, perché significherebbe mettere in discussione uno dei suoi dogmi, quello del diritto alla proprietà. E infatti lo spazio è ancora questione politica: confinamento pandemico, persistenza prepotente delle frontiere, invasione di acque/terre pretese come proprie, sgombero di centri sociali (ma solo quelli brutti e cattivi), affitti stellari per le persone fuorisede, retorica del “modello Caivano”, famiglie nei boschi. Ma anche manifestazioni di piazza e di mare, difesa del diritto a preservare lo spazio corporeo individuale da ogni molestia, opposizione a considerare la scuola il primo luogo fisico da sacrificare nelle emergenze.
Cercasi addetto con esperienza
In una fugace gita fiorentina, m’è parso notevole l’impegno con cui visitatrici e visitatori d’ogni età catturassero con il telefono le immagini delle opere d’arte agli Uffizi. Qualcuno si chiedeva al mio fianco se mai si sarebbe messo a riguardare quegli scatti. Non diversamente singolare, pochi giorni prima, all’Orsay, l’entusiasmo di alcuni studenti di fronte ai quadri impressionisti (o giù di lì), al grido di «c’è anche sul nostro libro» – e la parallela amara delusione di non trovare altre tele “famose”, prestate in giro per il mondo.
E non sono già uno spettacolo a sé la miriade di schermi illuminati che fanno da contrappunto alla star sul palco, in campo, sul tappeto rosso? Se determinante è la velocità, posta la contrazione dei tempi, ne viene che essenziale è occupare più spazio, anche di memoria: il gesto di catturare digitalmente l’esperienza. Anzi, l’esperienza stessa è la registrazione dell’esperienza vissuta: sto vivendo una bella emozione – il fatto stesso di volerne conservare memoria l’accompagna, ma non come sintomo della bellezza, ma come sua causa. Marquez scriveva: «La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla». Il linguaggio della narrazione è oggi quello dell’immagine conservata: le parole possono essere ridotte al minimo, perché solo io nel cuore so come collegare i puntini.
La misura del sé e quella del se
L’esperienza che va ricordata, anche se accade in un contesto collettivo, costruisce lo spazio dell’identità personale, al quale dare la precedenza. Qualcun altro sta costruendo le condizioni affinché io goda di quel determinato momento, come l’ingegnere di Instagram che struttura la possibilità di pubblicare un “carousel” di dieci o venti immagini. Carosello, come la giostra con i cavallini o il programma TV degli anni sessanta: qualcosa che gira e rimane sul posto. L’efficacia della guida quindi si dimostra appieno nell’astuzia di predisporre eventi, occasioni consumabili. E tutto il lavoro che c’è dietro? Il mercato ci costringe con un discorso di seduzione, trasportandoci di momento in momento e il suo impegno è quello di anticipare e governare i nostri bisogni e il linguaggio con cui essi possano emergere. Vale anche per il piano politico, se è vero che a destra si inseguono o creano le emergenze (dopo la pandemia, tornano al centro le migrazioni e le guerre) e a sinistra, quando non ci si fermi all’indignazione, si tentenna nel lavoro lunghissimo del “programma comune”.
La narrazione che con più evidenza cerchi di proiettarci su tempi lunghi – gli effetti della crisi climatica – sembra aver perso la sua potenza e l’alternativa alle fonti fossili arriverà per necessità contingente.
Se… allora: assumersi una responsabilità sociale o politica a qualsiasi livello significa immaginare un futuro realistico, analizzare i fenomeni in corso, cogliere nessi causali, intuirne le cause e predisporre gli strumenti, o inventarli. Ma anche prender su di sé il peso delle conseguenze delle scelte fatte. Tutto questo è lavoro faticoso, non fatto di esperienze eccitanti. Anche in quegli ambiti in cui il contesto è dominato dalle procedure (la burocrazia in primis, ma anche i protocolli sanitari) rimane sempre aperto uno spazio in cui sia necessaria una decisione, un passaggio critico in cui qualcuno deve prendere una strada e non l’altra. E tuttavia questa operazione di scelta, in cui è concentrato il “senso di responsabilità”, non può accadere senza aver dedicato tempo al passato e al futuro.
Se chi possa farlo si trova imprigionato dalle dinamiche del “sé” (la perenne costruzione della propria identità), non godrà dello spazio mentale per pensare al “se”. La guida (se volete, il leader) si riconosce per il suo sguardo controfattuale.
Dare il passo prevede di non guardarsi le scarpe
Due ambiti che appaiono immobili: la Chiesa e la scuola. Perché ancora resistono? Certo, zoppicando tra le critiche, eppure conservano ancora la possibilità di fornire un senso (il sé non è mai solo). In entrambi, l’efficacia del momento (quello da ricordare – sia esso una liturgia sentita o una lezione davvero partecipata) accade solo perché inserita in un progetto a lungo termine, costituito certo da procedure ripetute, ma anche da creatività e intuizioni che vanno colte, tradotte in prassi, sviluppate, condivise. Si tratta cioè di istituzioni (e mai come altre, questa parola sembra voler vincere i secoli), che manipolano il tempo in modo diverso dal mercato: rito e apprendimento non ammettono fretta, né semplicemente istanti da fotografare (per quanto possano ospitarne).
Chiesa, scuola, ma anche la vita di un’associazione (come Macondo) o di un partito, non funzionano in quanto trascinate dalla “bella esperienza” di chi in esse abbia un ruolo di responsabilità. Anzi, la fase lunga della predisposizione, dello studio e della focalizzazione delle sfide non è affatto una “bella esperienza” – lo diviene se mai a posteriori e allora sarà colta come un’“esperienza bella”. Qui sta la fatica della guida, amplificata qualora ella o egli intenda muoversi a partire da principi democratici. Qui forse sta anche una delle cause della crisi della leadership che mi pare in atto: non mancano persone capaci, ma il coraggio di tralasciare per un po’ sé stesse, sé stessi.
Giovanni Realdi
Insegnante di storia e filosofia, liceo scientifico statale “G. Galilei”, Selvazzano Dentro (PD), componente la redazione di madrugada
