MADRUGADA

Articolo di Mattia Gandini

Sfidare la tecnica con una nuova scuola

I ragazzi d’oggi sono sempre più ansiosi e angosciati. Studiano poco, impauriti dalle interrogazioni, faticano a esprimersi, a confrontarsi e si chiudono sempre più nei social. Da un’indagine tra i miei studenti delle superiori (dalla prima alla quinta) risulta che in prima e seconda le tre maggiori preoccupazioni sono l’ansia per un brutto voto, non avere amici a scuola, essere giudicati dagli amici. Nei più grandi diminuisce la paura di non essere accettati dai compagni, ma cresce l’ansia di inadeguatezza una volta usciti dalla scuola. Ai miei tempi tutto ciò non esisteva, le interrogazioni facevano salire l’adrenalina ma non c’era una tale paura e incapacità di gestire certi stati d’animo. Come mai?

L’uso precoce dei dispositivi elettronici compromette lo sviluppo cognitivo
Lo sviluppo del cervello è graduale. Se diamo ai bambini fin dall’infanzia i dispositivi elettronici (playstation, smartphone, tablet), si stimolano parti del cervello non ancora mature, provocando scompensi in età adolescenziale e da adulti. Le neuroscienze lo dimostrano: un uso anticipato di tali strumenti limita lo sviluppo della volontà, del pensiero meditante e della concentrazione.
Sui giovani ciò genera paura e ansia, mentre gli studi mostrano effetti nulli se non positivi negli over 50 che hanno avuto una vita senza app e smartphone fino al 2009 e forse ciò spiega perché gli adulti non sono molto allarmati di ciò che accade ai loro figli.
Nel digitale è il dito a essere usato, ma sono i movimenti delle mani che creano profondi stimoli cerebrali. Le aree del cervello stimolate dall’infanzia da fini movimenti delle mani corrispondono alle stesse aree che in seguito diventeranno importanti per l’apprendimento della matematica. Non è un caso che i nostri anziani, avendo usato le mani in molti lavori, siano oggi svegli nel calcolare.
Dando ai bambini piccoli e ai nostri adolescenti strumenti per fare calcoli, per facilitare le informazioni (inclusa ChatGPT, usata dalla maggior parte degli studenti), li si predispone in età adulta a un cervello poco sviluppato. Lo sviluppo del cervello avviene principalmente dall’utilizzo dell’area motoria manuale e non è casuale che la stessa parola essere umano la contenga.
L’Ocse ha pubblicato un report di 200 pagine sulle competenze degli adulti (16-65 anni) e come sono cambiate dal 2012 al 2023. L’Italia è terz’ultima su 38 paesi, peggio di noi solo Polonia e Cile; nei primi tre posti ci sono Giappone, Svezia, Finlandia. In 10 anni c’è stato un deterioramento nelle capacità di comprensione di un semplice testo scritto e in matematica in 27 paesi su 31. Declini cognitivi non ci sono solo in Danimarca, Finlandia, Svezia e Inghilterra. Anche le competenze numeriche peggiorano, ma meno. A colpire è in particolare l’aumento delle diseguaglianze cognitive: il declino nell’ultimo decennio si concentra in gran parte fra i meno istruiti, nelle famiglie di origini umili. Più tra gli uomini che tra le donne. In Italia chi si colloca nel livello 1 o sotto (livello 1 è quando si rischia di non capire dalle istruzioni quale sia la corretta dose di una medicina da dare a un bambino) è cresciuto dal 28% al 35% Chi ha capacità elevate (livelli 4 e 5) è cresciuto in Italia dal 3% al 5%. Aumentano quindi le diseguaglianze nelle capacità mentali sia in Italia che nella media dei Paesi dell’Ocse.
Ma la “recessione cognitiva” se fosse misurata sui giovanissimi sarebbe maggiore.

Attività manuale e attività digitale
L’utilizzo precoce e intenso dello smartphone (introdotto nel 2008) e l’utilizzo di internet, che è lungi da me demonizzare, con app, youtube, social, chat fa sì che negli adolescenti vengano compromesse volontà, sentimenti e pensiero meditante.
Non utilizzando inoltre più le mani per giocare, costruire, entrare nei processi tipici di un tempo, perdono la capacità di concentrarsi. TikTok e i video brevi che si realizzano non portano quasi mai a sviluppare abilità cognitive, ma semmai a ridurle.
I ragazzi non sanno processare una percezione, non riescono a concentrarsi su una questione (un problema di matematica, un testo narrativo), trovando la soluzione o capendo.
Smartphone e app (molto più dell’innocuo telefono) e l’insieme degli apparati digitali stimolano la frenesia (di immagini, testi, video), senza soffermarsi o comprendere. Anche i video giochi sono sempre più veloci, si spara e si spostano oggetti sempre più in fretta. Non stimolano un ragionamento logico come pure fanno tetris o gli scacchi.
Un tale approccio virtuale ha effetti profondi sulla vita reale, per cui i ragazzi (e ancor più le ragazze) diventano impacciate nella vita reale, impedite, che ha nella parola il termine “dito” che così frequentemente ora usano (chi non usa le mani da bambino, ma il dito, poi diventa “impedito” da grande).
Una mole (ormai imponente) di studi evidenzia i problemi legati all’utilizzo dei devices: deficit di concentrazione e iperattività (ADHD); diminuzione della capacità di attenzione; problemi di organizzazione del linguaggio; diminuzione della capacità di memorizzazione; focus sul processo e sulla velocità e non sui contenuti; incapacità di giocare per lungo tempo in modo autonomo; obesità; problemi posturali muscolo-scheletrici (ergonomia); sindrome del tunnel carpale, gomito del mouse; CVS Computer Vision Syndrome (irrigidimento del cristallino, stanchezza visiva); attenuazione della capacità uditiva (stress acustico da cuffie); ansia, insonnia, cyberstress, sociopatia, dipendenza.
Vengono così minati tutti i 4 pilastri della longevità: 1) sana alimentazione, 2) esercizio fisico, 3) sonno, 4) relazioni sociali. Stiamo costruendo una società di individui angosciati e che si va disgregando.

Cosa potrebbe fare la scuola oggi?
Innanzitutto, disporre di molte più risorse per far fronte a sfide epocali, se è vero, come dicono tutti gli esperti, che è dal livello di educazione che dipende il futuro di ogni società.
In Italia, come altrove, da quest’anno sono vietati a scuola gli smartphone, ma si potrebbero poi sviluppare percezione e pensiero tramite attività laboratoriali che facciano percepire la realtà con i ritmi del reale e non del virtuale.
Inoltre, far ragionare gli studenti su ciò che osservano e sperimentano, favorendo la capacità di sapersi muovere (navigare) nel mondo e nei lavori. Servirebbero più risorse, classi più piccole, laboratori personalizzati o per piccoli gruppi che necessitano di altri docenti, viaggi ed esperienze nella vita reale, accompagnare le transizioni (al lavoro, all’università).
La scuola si basa in gran parte sul nozionismo, sulla lezione frontale, pur sapendo che l’unica cosa di cui gli studenti dispongono in modo esponenziale sono le informazioni.
La scuola si è in parte modernizzata con nuove lavagne digitali, visori di realtà virtuale, collegamenti con esperimenti in cui tutto è spiegato fin nei dettagli, con colori e immagini accattivanti, ma sono forme di modernità dei processi nelle quali gli studenti sono spettatori e non vivono nulla.
Gli adolescenti hanno bisogno invece di vivere e sperimentare, solo così sviluppano conoscenze e competenze.
I dispositivi elettronici minano la capacità di concentrazione e la stessa vitalità, stancando e demotivando. Non servono, pertanto, maggiori informazioni, stimoli, colori, immagini, filmati (tratti da you tube, da video, da esperti). L’insegnamento potrebbe partire dalla pratica, da fatti vivi per arrivare a formulare idee, concetti. Senza un processo in cui i ragazzi partano dal “fare”, dal disegnare, dall’osservare per poi cogliere l’essenza che va sotto il termine concetto o “legge” non porteranno nulla dentro di loro ma solo castelli d’aria di nozionismi.
L’uso intenso dello smartphone, la possibilità di cambiare immagine, di cambiare appuntamento, fa sì che alla prima o minima difficoltà si disperano, non sanno cosa fare, sia perché non c’è modo di cambiare la situazione, sia perché si vorrebbe capire tutto subito senza sforzo. Ciò spiega l’enorme crescita di semplificazioni: video, mini spiegazioni, mappe mentali, anche perché cresce il numero di chi ha un certificato medico per disturbi cognitivi.
È pregevole che società e medicina riconoscano oggi disturbi un tempo nascosti (si pensi ai down, reclusi in casa), ma una gran parte dei deficit non sono veri e molti genitori preferiscono la ricetta all’apprendimento che porta a un numero abnorme di docenti di sostegno spesso impreparati a erogare poi servizi a chi realmente ha speciali bisogni.
La realtà e il lavoro faticoso di comprensione sono bypassati e ciò vale in particolare per matematica, geometria, latino, ecc. Non è un caso che per una quota elevatissima di diplomati italiani il livello di apprendimento sia quello della terza media dei finlandesi.
La scuola potrebbe avere al mattino una didattica che sviluppa il pensare, al pomeriggio l’interazione sociale con esperienze lavorative o laboratoriali. Per i giovani è molto importante socializzare e la scuola sarebbe il luogo più idoneo.
All’estero sono sempre aperte con varie attività, tra cui il teatro si mostra molto efficace perché apre la mente, aiuta a conoscersi, uscire dai propri impacci, socializza, crea inclusione.
La scuola potrebbe aprirsi al territorio e coinvolgere anziani e adulti volontari disposti a usare le proprie conoscenze a favore dei più giovani, supportati da un educatore ad hoc. E poi c’è il viaggio che si fa sempre meno per problemi di sicurezza, come spiega bene l’articolo di questo monografico.
Insomma, c’è molto da fare e sono necessarie più risorse.

Mattia Gandini

Mattia Gandini

è laureato in fisica, insegna matematica e fisica alle scuole superiori a Ferrara.