MADRUGADA

Articolo di Monica Lazzaretto

Tra promesse, fatiche e fedeltà

Vita e viaggio sono essenziali forme di movimento e contengono un implicito desiderio di cambiamento. Il significato del viaggio è soprattutto nel suo percorso che ha una funzione educativa, liberatoria, a volte catartica.
Educare viaggiando è uno degli obiettivi sempre perseguiti da Macondo, una sua concreta pratica di iniziazione all’incontro con l’altro da sé: con mondi diversi dal proprio, con modalità di relazione che interrogano le nostre, con un’esperienza di cura e cultura che può rimettere in discussione i rapporti tra noi, le nostre credenze, con l’essere accolti e subito rinviati nel mondo già diversi.
Viaggiare è scoprire, sentire, esplorare, connettersi, sperimentare legami, indipendenza, mettersi alla prova, perdersi e ritrovarsi, innamorarsi e lasciar andare, un esercizio della mente, del corpo e del cuore messi alla prova senza opporre grandi difese, resistenze, troppe sovrastrutture, con un’esposizione alla vita che forse non si è mai provata prima.
Lo abbiamo proposto a un gruppo di ragazzi che, affascinati dalla possibilità, si sono subito impegnati a prepararsi per il viaggio.
Lao Tzu scrive: «Un viaggio di mille miglia deve cominciare con un solo passo», noi abbiamo voluto prenderci cura di questo primo passo perché è da come ci si prepara al cammino che avremo la dimensione del viaggio.

Figli dei viaggi di Macondo
Noi, figli dei primi avventurosi viaggi di Macondo fidandoci dei contatti e delle indicazioni (piuttosto approssimative) di Giuseppe Stoppiglia, abbiamo concretamente imparato negli anni ottanta che, come spesso ripeteva Dom Hélder Câmara «camminare da solo è possibile però il buon viaggiatore sa che il gran viaggio, quello della vita, richiede compagni». Così abbiamo aiutato i nostri ragazzi a sperimentarsi compagni di un’avventura iniziatica che chiede la compagnia di testimoni, consiglieri, spalle su cui piangere, amici da stringere nella gioia e nella commozione, con cui addormentarsi sul far dell’alba sfiniti dalle confidenze e straripanti di emozioni.
Certi dell’importanza di avere dei compagni di viaggio, per due anni, grazie a degli animatori appassionati, preparati e tenaci, abbiamo organizzato dei campi residenziali per farli conoscere e conoscersi, per riflettere insieme su chi siamo, per condividere le fragilità, le imperfezioni, i punti di forza, i bisogni e i desideri. Durante queste importanti convivenze ci siamo un po’ svelati, abbiamo curato legami, condiviso confidenze e tentennamenti. Man mano che si avvicinava il tempo della partenza, fine luglio di quest’anno, abbiamo cominciato a fare anche degli on line con Mauro e Milse, amici brasiliani che ci avrebbero ospitato nella Casa di Macondo a Rio de Janeiro, per poter ricevere informazioni utili a organizzare il viaggio, a rasserenare i genitori e a prepararci nel miglior dei modi.
Abbiamo potuto anche fare conoscenza con un gruppo di adolescenti brasiliani che poi ci avrebbero accompagnato in alcune attività a Rio, sentir parlare brasiliano, cominciare a riconoscere alcune importanti parole: bom dia, obrigado! Era chiaro, fin da subito, che dovevano sperimentarci viaggiatori, non turisti, Macondo non è un’agenzia viaggi e la sua casa è aperta a chi vuole fare un’esperienza di immersione e non un rapido tour dove “consumare” i luoghi che si visitano, flaggando le attrazioni viste e le mancanti, inseguendo una lista della spesa simil quella che suggeriscono i pacchetti delle vacanze mordi e fuggi.
La principale differenza tra un turista e un viaggiatore risiede prima di tutto nell’atteggiamento e nel comportamento durante il viaggio, il viaggiatore cerca un’esperienza più autentica e profonda, la sua esplorazione dentro e fuori sé sembra l’inoltrarsi in un labirinto, il perdersi e ritrovarsi in un gioco di riflessi e rimandi continui.
Il viaggiatore è guidato dalla logica dell’essere e dal desiderio dell’incontro, dalla disponibilità e curiosità a vivere esperienze autentiche e interagire con la gente del posto.

Alla scoperta del loro mondo
E così è stato: due settimane intense che hanno saputo tenere bene in equilibrio proposte diverse, la scoperta della bellezza di questa città meravigliosa e molto impegnativa, delle sue contraddizioni, dei diritti negati in Brasile, scontati a casa nostra, dei quali non ci accorgiamo nemmeno, Tra promesse, fatiche e fedeltà dei diritti cercati, difesi e raccontati grazie agli incontri che abbiamo potuto organizzare. Tante le persone e le realtà incontrate: bambini, adolescenti, giovani, animatori, educatori, volontari di comunità che abbiamo visitato nei loro ambiti di vita: comunità educative, scuole, centri di formazione, carcere minorile, favelas, scuole di samba, quartieri carioca, spiagge mozzafiato.
Ci hanno accompagnato alla scoperta del loro mondo. Abbiamo imparato a «dare il buongiorno a tutti a prescindere da quale sole proveniamo, a dare la buonanotte a tutti a prescindere dalle tenebre che ci portiamo dentro…». E i ragazzi hanno subito compreso, hanno saputo rispondere allargando le braccia, imparando ad abbracciare davvero, a ridere di cuore, a stringere persone, a sostenere lo sguardo e ad abbassarlo quando era il momento, a rispondere con umiltà e a tacere, con sempre più consapevolezza. Hanno giocato, ballato a Lapa e alla feira nordestina, fatto i pittori ad Amar, provato la capoeira, tifato al Maracanã, fatto gruppi di confronto con adolescenti di un altro continente.
E noi animatori di Macondo ci siamo trovati nel mezzo, traghettatori tra due mondi: abbiamo vissuto da un lato la meraviglia sempre nuova e autentica di questa terra e di questa gente, dall’altro abbiamo potuto anche assaporare la sorpresa inedita dei nostri ragazzi, la loro capacità di tirare fuori risorse, gesti gentili, atteggiamenti rispettosi, grande energia, grande voglia di fare festa… magari fino all’alba… mentre noi sognavamo la branda! Ma ci sta, era stato così anche per noi, un tempo! E i giorni intanto passano e scopri che devi tornare, un pensiero che ancora non avevi avuto e capisci che quel ritorno costa più caro di tutti i ritorni a casa mai fatti finora.
Si sperimenta la fatica del commiato, le lacrime, la difficoltà a salutare, a far le valigie, si lascia disseminata la casa di piccoli messaggi, lettere e ricordi per alcuni, si sopporta il silenzio denso e pesante nell’attesa del taxi, la paura di non riuscire a reggere l’ultimo abbraccio… anche questo è esperienza di viaggio. Nel vedere e sentire la loro fatica ricordavo le mie, identiche, intense separazioni che sembravano impossibili, ingiuste, che venivano “riparate” da tante promesse, come un rosario. Osservavo e tacevo commossa, sapevo troppo bene cosa si prova, nonostante i tanti viaggi in Brasile provo ancora molte di quelle emozioni, ma ho imparato che per partire bisogna saper tornare. E questo ho detto loro il primo giorno che li abbiamo accolti nella Casa di Maria a Rio, ma sapevo bene che era troppo presto per dirlo e che forse l’avrebbero capito solo l’ultimo giorno.

Viaggiare insegna a essere oltre
Questa esperienza proposta ai ragazzi è stata proprio un viaggio a suo modo iniziatico che per essere tale normalmente dovrebbe essere scandito da almeno due momenti fondamentali: il primo è l’allontanamento da casa, l’esperienza dell’estraniamento, distanti dalle proprie rassicuranti abitudini di vita e di pensiero, dalla rete delle protezioni sociali e culturali che sostengono la nostra esistenza. Ma perché si possa parlare di esperienza completa, all’allontanamento e all’iniziale spaesamento deve seguire anche quella che si può definire, con una parola importante, una morte simbolica. Si tornerà a casa irrimediabilmente diversi, non si è più quelli di prima della partenza, una metamorfosi è cominciata, un traghettamento verso forme più adulte, una nuova coscienza di sé e del mondo da far sì che colui che torna non sia più la stessa persona che era partita.
Io credo che questo sia avvenuto nei nostri ragazzi, mi auguro che i genitori e gli insegnanti abbiamo cuore e occhi per vedere, capire e accogliere, accettare il materializzarsi di un mondo di ragazzi separati dalle madri e dai villaggi natii, traghettati da una comunità educante, quella di Macondo e dei suoi amici, che significa la nascita di un sentimento di una irrimediabile insufficienza della nascita naturale e la necessità di una nuova nascita sociale dentro a un grande mondo ricco di possibilità e promesse inedite.
Ai nostri ragazzi l’augurio che abbiano preso consapevolezza che questo è stato davvero il primo passo di un grande viaggio, che le sfide impegnative chiedono preparazione e compagni di viaggio, che il tornare non è perdere un tesoro ma imparare a custodirlo e a rimanere fedeli. E infine che «viaggiare insegna a resistere e non a dipendere, ad accettare gli altri non solo per quello che sono ma anche per quello che non potranno mai essere, a conoscere di cosa siamo capaci, a sentirsi parte di una grande famiglia oltre frontiere, oltre confini, oltre tradizioni e culture. Viaggiare insegna a essere “oltre”» (Gio Evan).

Monica Lazzaretto

Monica Lazzaretto

responsabile del centro studi della Cooperativa Olivotti scs presidente di Macondo