MADRUGADA

Articolo di Andrea Gandini

Un sano confronto tra scuole (pubbliche e private) serve a tutte?

L’ultimo rapporto di Education at a Glance (2025) dà numerose informazioni sulle scuole dei 38 Paesi OCSE e consente di approfondire un tema molto divisivo e poco studiato in Italia: sono migliori le scuole pubbliche o le private paritarie? Cosa dice l’esperienza internazionale? La nostra Costituzione recita all’articolo 33: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento», ma poi rende questa libertà meno praticabile là dove dice: «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato».
Nonostante lo Stato, quindi, non contribuisca quasi per nulla alle spese delle scuole private, l’Italia, paese cattolico, ha un’alta percentuale di studenti nelle scuole private (10%), seppure in calo maggiore di quanto avviene nelle pubbliche (-20,8% negli ultimi 10 anni rispetto a -8,4% delle scuole pubbliche).
Il calo è però soprattutto nelle scuole d’infanzia, mentre alle superiori crescono gli studenti nelle private (sempre però meno cattoliche, ma di altra impostazione: Montessori, Steineriane, etc.), così come cresce l’home schooling (triplicato), che dimostra la sofferenza di una scuola pubblica, che è vero essere sempre meno finanziata dai governi, ma che non si è mai davvero rinnovata negli ultimi 50 anni.
Nel 2024 la spesa per Istruzione (università inclusa) era in Italia il 3,9% del PIL contro una media UE del 4,7%. Nel 2020 era 4,3% 1. In valori assoluti significa 17,6 miliardi in meno di quanto si spende in Europa e 8,8 miliardi in meno di quanto l’Italia spendeva nel 2020 (a valori 2025).
Per le scuole private l’Italia spende pochissimo (646 milioni, 1,4% dell’intero budget della scuola, Università esclusa) nonostante abbia 790.460 studenti in 11.765 scuole nel 2023/24, su 7 milioni di studenti (6.288.531 sono nelle scuole pubbliche, dati 2024/25).
Se tutti gli studenti delle private/paritarie si iscrivessero nelle scuole pubbliche il governo spenderebbe 10 miliardi in più. Oggi questi soldi sono pagati dai genitori (e qualche raro sponsor) che decidono di mandare i loro figli in queste scuole, pur gravati di una retta mensile (attorno a 250 euro) perché considerano queste scuole migliori o più spesso affini al loro sentire.
Negli ultimi 10 anni, come abbiamo visto, sono calati di più gli studenti delle scuole private (paritarie), rispetto alle pubbliche, perché gran parte di questi studenti (466mila su 790mila, 59%) sono nelle scuole d’infanzia private, sempre più in crisi in quanto mancano volontari, suore e calano i redditi nelle famiglie italiane.
Crescono invece gli studenti delle scuole superiori paritarie2 (circa 104mila; 88mila sono alle medie inferiori e 40mila alle elementari), nonostante l’Italia sia uno dei paesi in Europa che finanzia di meno queste scuole: 817 euro per studente per una spesa globale dello Stato di 646 milioni, rispetto a 8mila euro circa per studente della scuola pubblica3.

Tre modelli per la scuola privata.
Nel mondo ci sono tre tipi di approccio alla scuola privata. Il modello italiano è quello di una scuola essenzialmente pubblica che non favorisce quelle private e quindi non eroga finanziamenti statali se non in misura minima. Questo modello è seguito anche da Grecia e altri paesi poveri (come Cina) ma anche dagli Stati Uniti.
Un secondo modello è di Stati che finanziano moltissimo le scuole private sulla base di autorità pubbliche indipendenti che ne certificano la qualità. È il caso di Svizzera, Svezia, Germania, Olanda, Regno Unito, Finlandia, Austria. Infine, c’è un terzo modello (intermedio) che privilegia le scuole pubbliche, ma eroga alle scuole private da un terzo a metà del costo delle pubbliche (Spagna).

internazionali sugli apprendimenti, è rischioso avventurarsi a dire che il nostro modello “solo pubblico” sia migliore, perché sconta (a parte le doverose eccezioni) un approccio educativo novecentesco.
Le lezioni sono prevalentemente trasmissivefrontali, la divisione in tre tipi di istituti superiori risale alla riforma Gentile di 100 anni fa, fatica4 a cogliere le trasformazioni sociali, tecnologiche e pedagogiche. Infine, è zavorrata da uno scandaloso sotto finanziamento in un paese che va impoverendosi.
Ciò spiega perché crescono sia le famiglie che passano dal privato alla pubblica negli asili (per spendere meno), sia le private alle superiori, a costo di pagare 250 euro di retta mensile. E non è vero che sono tutte famiglie ricche, in quanto nelle private sono maggioritarie le famiglie con redditi medi e bassi, disposte a fare sacrifici per il proprio figlio/a, in quanto giudicano inadeguata la scuola pubblica.
Gli altri paesi hanno capito da tempo che per favorire tutte le scuole, non serve una contrapposizione tra pubblico e privato, ma un ripensamento della scuola pubblica, che potrebbe avvantaggiarsi proprio dal confronto tra diversi approcci educativi, portando tutte le scuole a migliorarsi.
Un fenomeno avvenuto in Germania, dove la scuola pubblica ha largamente usufruito di suggerimenti venuti dalle private paritarie.
Se questo non accadrà, potrebbe continuare a crescere il numero di studenti che cercano altrove ciò che non trovano più nella scuola superiore pubblica tradizionale.

La scuola privata ha funzione pubblica
Nel 2000 fu approvata la Legge 62 sulla parità scolastica voluta dal ministro Luigi Berlinguer (un euro comunista) in cui finalmente ci si poteva diplomare anche nelle scuole non statali con piena libertà nell’indirizzo pedagogico-didattico. La legge riconosce che non solo lo Stato è titolato a istruire e afferma l’idea che ci possa essere libertà educativa, un arricchimento per la società in quanto favorisce il confronto, accresce la libertà, spronando tutte le scuole a confrontarsi e migliorarsi.
Lo Stato italiano è uno dei pochi in Europa che non sostiene le scuole paritarie ed è al 62° posto per diritto di libertà nell’istruzione (fonte Oidel). È quindi uno dei Paesi più monopolistici, mentre in Europa ci sono addirittura paesi dove l’offerta non statale è maggioritaria o più pagata in quanto ci sono autorità pubbliche indipendenti che finanziano in base alla qualità delle singole scuole.
Ci sono poi modelli in cui le scuole sono finanziate soprattutto a livello locale (come Stati Uniti, Svizzera, Germania), cioè in Stati federalisti dove il controllo è più intenso, essendo locale.
Berlinguer diceva che «non è pubblico ciò che è gestito dallo Stato, ma ciò che ha una funzione pubblica, per cui ci può essere una buona scuola anche se gestita da un ente privato, religioso o aconfessionale in una sana gara a chi insegna meglio». Non a caso le scuole private accreditate in UK sono chiamate “public school”.
Vorrei dare infine qualche cenno dell’impostazione della scuola steineriana avendo insegnato economia e scultura al liceo di scienze umane di Trento. La scuola è di orientamento cristiano (non cattolico), non c’è l’ora di religione, anche se ogni mattina si inizia con una sorta di poesiamotto. La dimensione spirituale è molto presente ma vive nell’approccio educativo di tutte le materie. Le lezioni sono a epoche (6 settimane) durante le quali si completa l’insegnamento di solo 3 materie (in media 2 ore al giorno per ciascuna). Non ci sono libri e lo studente deve realizzarne uno proprio, scrivendo quanto coglie dalla lezione spesso non frontale e basata su teoria e prassi. Gli insegnanti sono selezionati dalla scuola ma devono essere abilitati come nella pubblica, hanno un’ulteriore formazione steineriana che dura un biennio. Oltre alle materie tipiche del liceo, ci sono molti laboratori di attività manuali e artistiche quali musica, canto, teatro, falegnameria, scultura, foresteria, agrimensura, pittura-disegno, ferro, cesteria. Le classi sono composte da studenti motivati, selezionati dopo un colloquio; le famiglie meno abbienti hanno sconti. Per 2/3 sono studenti che provengono dai gradi inferiori di scuole steineriane e per 1/3 da scuole pubbliche. Ci sono controlli e ispezioni da parte della Provincia che dà un contributo, ma manca un vero sistema di valutazione come quello pensato da Berlinguer che era previsto per tutte le scuole.
Se anche l’Italia l’avesse, come esiste in quasi tutta Europa, tutte le scuole, private e pubbliche, sarebbero valutate e ognuna potrebbe fare i passi per migliorarsi sapendo dov’è carente. Dal confronto continuo si aprirebbe una stagione di sviluppo per tutte, perché così come noi apprendiamo dai buoni esempi degli altri, altrettanto possono fare le scuole. È giusto che le scuole pubbliche abbiano un maggiore finanziamento, ma anche le scuole private, come avviene in quasi tutta Europa.
In Italia prevale invece l’ideologia tra chi tifa pubblico e chi privato: una ideologia “immaginaria”, in quanto mancano le conoscenze sulle singole scuole. Abbiamo infatti ottime scuole pubbliche e ottime scuole private, così come pessime scuole pubbliche e schifezze di private, dove è sufficiente pagare per avere un diploma.
Nella notte nera non si discerne nulla. Ciò impedisce di avviare quel sano confronto tra diversi approcci educativi che aiuterebbe tutte le scuole a migliorarsi, come a chiudere quelle scuole private che lucrano per mancanza di seri controlli da parte di uno Stato che si fa forza di non avere controlli anche per evitare di evidenziare madornali inadeguatezze di una parte delle proprie scuole pubbliche.

  1. Dati confermati anche se consideriamo quanto spende per l’istruzione l’Italia sul totale della sua spesa pubblica (7,3% rispetto a una media UE del 9,6%, fonte Commissione europea Investing in Education 2025). ↩︎
  2. Se però calano nelle scuole paritarie dell’infanzia, crescono moltissimo alle superiori anche se sono ancora pochi (107.844 a fronte di 2,6 milioni di studenti, 4,1%), specie in Lombardia, Veneto, Trentino, Emilia-R., Campania e Lazio. Per dare un’idea dell’incremento alle paritarie superiori riporto i dati del Veneto nell’istruzione parentale del 2022/2023: 3.395 rispetto ai 478 del 2018/2019 (6 volte).
    In Trentino l’home schooling è passata da 3mila a 30mila. Le scuole steineriane delle superiori erano 3, oggi sono 7 e crescono anche le Montessori. Questi dati devono interrogare anche chi ha a cuore il futuro della scuola pubblica. ↩︎
  3. Per il Ministero dell’Istruzione il costo medio per studente va dai 6mila euro per alunno nella scuola pubblica dell’infanzia ai circa 8mila euro della scuola superiore. I dati forniti dall’Italia e revisionati dall’Ocse di Parigi in Education at a Glance sono diversi (e in dollari) perché, per confrontarli con altri Paesi, sono in PPP, cioè in potere d’acquisto interno. ↩︎
  4. Alla vigilia della maturità, più di metà degli studenti dichiara di provare ansia e oltre un terzo ricorre a farmaci. Una scuola che alimenta il disagio, anche inconsapevolmente, rischia di perdere la propria funzione di luogo di crescita. ↩︎
Andrea Gandini

Andrea Gandini

Economista, già docente di economia aziendale, analista del futuro sostenibile. Componente della redazione di Madrugada.