MADRUGADA

Articolo di Elena Buccoliero

Parole di gioia, espressioni di rabbia

Le grandi domande dei bambini e delle bambine si rinnovano. L’anno scolastico 2025/26 ha portato con sé nuovi messaggi. Vengono indirizzati alla maestra Renata Cavallari che, insegnando religione, incontra tutte le classi della sua scuola primaria e offre agli alunni delle classi III, IV e V la possibilità di scriverle pensieri e preoccupazioni, certi di ricevere in cambio una risposta personale e mirata. Sempre con la penna verde, ricorda Renata, perché il verde è il colore della speranza.
Sono piccoli riti che punteggiano la quotidianità e le danno significato. Anni dopo, diversi adolescenti, gli alunni del passato, contattano l’insegnante per ringraziarla di quell’ascolto aperto e sincero, di quel tempo dedicato singolarmente, senza minimizzare le paure o ridicolizzare gli amori.
Renata prende sul serio le parole dei bambini ormai da una ventina d’anni. Rileggerle longitudinalmente nel tempo evidenzia i segni dei tempi. Ad esempio, questi ultimi biglietti sono meno sognanti. Si attengono a una concretezza che si è fatta strada poco per volta scalzando l’immaginazione, l’attesa, la comunicazione emotiva. Ad altri il compito di trarre conclusioni, di fare connessioni. Questo è ciò che si osserva.
Qualche volta è la maestra Renata a sollecitare biglietti su un certo tema. Ogni tanto la nostra stessa redazione di madrugada le ha chiesto collaborazione, come quando, preparando un monografico su papa Francesco, abbiamo voluto domandare ai bambini quali domande avrebbero posto al pontefice, se avessero potuto intervistarlo.
Nello scorso anno scolastico – ottobre 2025 – è stato lanciato un tema doppio: che cosa ti rende felice? e che cosa, invece, ti fa arrabbiare?

Che cosa ti rende felice?
La ricetta della felicità è presto detta: fare sport, giocare con gli amici, stare con i genitori.
Un bambino spicca per il suo approccio positivo alla vita: «Mi rende felice essere con la famiglia, andare in chiesa e prendere l’ostia di Gesù, e infine giocare a calcio e fare karate.
Io mi sento felice e bene con tutti e in compagnia». Il calcio resta lo sport più citato ma ci sono anche nuoto, tennis, pallamano.
Tornei e competizioni a parte, le esperienze che rendono felici sono quelle avalutative, rilassanti, vissute nell’intimità. «Io mi diverto quando preparo i dolci con mia mamma» – scrive Max, che apprezza anche il calcio, il tennis e i videogiochi. Che sia un maschio a divertirsi in cucina (e quindi a venire coinvolto dalla mamma quando c’è una torta da preparare) è, nel suo piccolo, un segno dei tempi.
Viene citata la scuola, ma non sempre come fonte di felicità. «Io il lunedì sto un po’ male perché devo sempre fare tanti compiti. Per esempio, ieri ho finito alle sette di sera». «Oggi mi sento stanco perché volevo stare a casa a giocare ai videogiochi».
Un bambino di nome Leonardo afferma: «Mi sento noia alla scuola, felice quando sono a casa. Perché alla scuola non si può fare niente, solo la noia, e ci sono le regole. A casa non ci sono le regole come a scuola. No alla scuola». Dovrebbe darci da pensare, quest’ultimo intervento. Conferma quel processo davvero criticabile per cui la scuola ammorba il desiderio naturale di scoperta e apprendimento che caratterizza i bambini nel loro volgersi al mondo. Se l’aula è il luogo dove si impara ma è anche la casa della noia, l’atteggiamento passivo verso il sapere rischia di farsi strada con conseguenze nefaste. E quando Leonardo scrive che «a casa non ci sono le regole come a scuola», che cosa intende davvero? Che a casa le regole non ci sono affatto, oppure sì ma di un’altra natura rispetto a quelle che caratterizzano le ore di lezione? Le differenze non sono eliminabili, il livello di negoziazione e significazione che un adulto può mantenere con uno o pochi bambini non è replicabile con una classe intera, ma la distanza che si intuisce nelle parole di Leonardo a svantaggio della scuola spoetizza l’idea che in classe adulti e bambini possano scoprire, inventare il mondo ogni giorno.
«Mi rende felice disegnare, guardare la TV e giocare con i miei amici» – scrive Marcello. La buona compagnia è fonte di gioia.
«Oggi mi sento bene perché ci sono i miei cugini», annuncia Clarissa. In generale, la compagnia non è soltanto umana. Paolo parla di «giocare con il mio gatto». Emma scrive: «Le cose che mi fanno stare bene sono: andare in palestra e stare con la mia famiglia e il mio cagnolino».
Solo Alessandra introduce il tema dell’attesa. La felicità che si prova pregustando qualcosa che avverrà. «Mi sento felice ed entusiasta perché tra pochi giorni vado a Bologna per i mondiali under 14 in coppia di tessuti aerei».
Anche la risposta di Carlo è breve e unica: «Mi rende felice il bosco». Sarebbe bello potergli parlare per ascoltare le sue esplorazioni.

Quando mi arrabbio faccio l’inferno
I biglietti sulla rabbia aprono un mondo di relazioni e di sentimenti difficilmente digeribili. Spesso la rabbia nasce insieme alla frustrazione. Ha a che fare con un limite imposto. Con persone che vanno oltre non comprendendo i nostri bisogni, o con altre che oppongono regole e restrizioni tarpandoci le ali. «Mi fa arrabbiare qualche maestra o maestro quando non fanno giocare a calcio» – scrive Davide, bimbo spontaneamente attento al linguaggio di genere (anche questo è un segno dei tempi) – «poi mi arrabbio quando andiamo in giardino solo per cinque minuti».
Gran parte degli episodi che generano rabbia si svolgono in ambito familiare e in particolare nel rapporto tra fratelli. Il tema del limite ritorna. «Mi arrabbio quando il mio fratello più piccolo mi picchia e mi prende le cose senza il mio permesso», spiega Roberto. «A me fa arrabbiare quando mio fratello mi fa male oppure quando mia mamma mi fa arrabbiare», prosegue Enrico, e chissà, forse la mamma che fa arrabbiare è proprio quella che rimprovera, che impone delle regole. È particolarmente efficace l’immagine di Andrea quando scrive: «Mi fa arrabbiare mia mamma quando mi sgrida in faccia».
Il rapporto tra fratelli è negoziazione degli spazi e dei tempi, del silenzio e del rumore. «A casa mi fa arrabbiare mio fratello quando io vado a dormire e lui gioca col computer», scrive Matteo. «Mi fa arrabbiare mio fratello quando canta di notte», espone Federico, «oppure i miei genitori che mi dicono di non giocare a videogiochi».
L’ultima, importante fonte di rabbia non è un no, una regola, un limite, ma resta comunque una frustrazione citata da diversi bambini. «Mi arrabbio quando i miei amici mi escludono», racconta Alberto. Rinforza il messaggio Luca: «Quando qualcuno mi ignora mi fa arrabbiare». E Anna: «Mi fa arrabbiare la mia amica quando mi manda via». Il bisogno di sentirsi riconosciuti, ammessi, accolti, è profondamente insito nei bambini e in ciascuno di noi.
Verrebbe voglia di abbracciarli uno a uno per tutte le volte che non si sono sentiti visti.
Alcuni descrivono le loro reazioni rabbiose in modo piuttosto plateale. Giorgio: «Quando mi arrabbio sto male, picchio i pupazzi. Una volta ne ho buttato uno fuori dalla finestra. Oppure non ascolto». Samuele: «Io quando mi arrabbio faccio l’inferno». Enea: «Io mi comporto molto male, salto sul letto, insulto mio fratello e, se non mi fa giocare col telefono, non faccio i compiti. A scuola quando sono arrabbiato mi sfogo dando calci alle sedie e ai banchi».
Alcuni bambini raccontano di essere esplosivi ma non in tutti i contesti. Ne parla Mattia: «A volte piango e a volte sposto il divano, oppure, quando sono a casa, prendo il mio coniglietto, lo prendo dalle orecchie e lo lancio. Quando sono con i miei amici piango e lo vado a dire alla maestra».
Per tanti altri la rabbia spinge a chiudersi in sé stessi. «A un certo punto inizio a gridare e se sono a casa vado in bagno e sto lì per un quarto d’ora a calmarmi», scrive Sebastiano, e Marco: «Mi sfogo urlando e piangendo in camera, tirando pugni al muro». A volte il bagno e la camera non bastano, come per Enrico: «Quando sono arrabbiato mi chiudo in camera e mi nascondo dentro l’armadio».
Anna, quando viene allontanata dalla sua amica, tende a incassare ed è l’unica a scriverne: «Me ne vado e mi lamento in silenzio».

(con la collaborazione dell’insegnante Renata Cavallari)

Elena Buccoliero

Elena Buccoliero

Sociologa, giudice onorario del Tribunale minorile, direttore della Fondazione emiliano romagnola delle vittime di reato, componente la redazione di Madrugada