MADRUGADA
Rubare ai poveri per dare ai ricchi
Peggio che a Nottingham
Qui da noi è peggio che a Nottingham. Nella nostra foresta di Sherwood, Robin Hood è in combutta con il perfido sceriffo: invece di rubare ai ricchi per dare ai poveri, fa l’esatto contrario.
In Italia la pressione fiscale ha raggiunto nel 2025 il 43,1% del PIL. Cinquant’anni fa, nel 1975, si attestava attorno al 26%. Da allora è cominciata la corsa al rialzo di tasse e imposte. E i servizi sono aumentati? Complice l’assenteismo di Robin Hood e il rigore dello sceriffo di turno a Palazzo Chigi, scuola, sanità e assistenza pubblica stanno perdendo i pezzi. Soprattutto, aumentano la diseguaglianza e la povertà, ma lì non basta Robin Hood, ci vorrebbe Spartaco.
La piramide
Ogni tanto, e anche in queste settimane, torna ad accendersi il dibattito sulla patrimoniale. Che non è (come sostengono Meloni & company) l’anticamera del comunismo, ma un’imposta sui grandi patrimoni. Come in Spagna, in Norvegia, in California… I dati ufficiali parlano chiaro. In Italia la quota di ricchezza detenuta dal 10% più ricco è cresciuta del 7,6%, mentre la quota della metà più povera degli italiani è lentamente e costantemente scesa, riducendosi complessivamente negli ultimi 20 anni del 36,6%.
Ancora: nel 1995, nel nostro Paese, il 10% più ricco della popolazione concentrava nelle proprie mani circa la metà della ricchezza netta, mentre nel 2016 questa quota ha superato il 60%. Ci sono 62 Paperoni con un patrimonio di 190 miliardi, cresciuto del 23% negli ultimi 3 anni.
Non sarebbe giusto chiedere un piccolo sacrificio ai multimilionari a beneficio di tutti gli altri, in un Paese in cui il 5% della popolazione detiene quasi metà della ricchezza complessiva? Ma anche una misura del genere, una patrimoniale tutt’altro che radicale, continua a essere un tabù.
I sondaggi ci dicono che piacerebbe a due terzi degli italiani, ma a destra, al centro e anche a sinistra (a parte la Cgil di Landini) la patrimoniale fa paura e con ogni probabilità non entrerà nel programma elettorale del campo largo.
A cosa serve la popolarità
Il botta e risposta lo abbiamo imparato a memoria. Ha fatto il giro del mondo.
Donald: «Mi ha implorato di fare una foto con lei, l’avrei anche non fatta, ma mi è dispiaciuto per lei». Giorgia: «Sono dichiarazioni totalmente inventate, l’Italia non implora mai». Ma che c’entra l’Italia? Comunque, non finisce qui.
Seconda puntata. Donald: «Confermo che mi ha chiesto ripetutamente di fare una foto con me. Sta andando male in termini di popolarità». Giorgia: «Essere tua amica non l’ha certo favorita.
In ogni caso, la mia popolarità non è affar tuo. Ti suggerisco di concentrarti sulla tua».
L’Enciclopedia Treccani definisce l’indice di popolarità come il giudizio ricavabile da un’apposita indagine di mercato del pubblico su un determinato tipo di prodotto. Nel caso di cui sopra, i prodotti da vendere si chiamano Donald Trump e Giorgia Meloni. Si tratta, insomma, di una popolarità che ha a che fare con il mercato mediatico, ma che non c’entra nulla con il popolo: non aumenta i salari e le pensioni, non abbassa il prezzo della benzina, non sposta di un decimale il famigerato PIL.
Donald, Giorgia e Sal Da Vinci
La popolarità vale per Sal Da Vinci, trionfatore all’ultimo Sanremo con l’ignobile Per sempre sì. E vale per Donald Trump e Giorgia Meloni, protagonisti del deprimente siparietto planetario. Sal Da Vinci continua a infestare le piazze italiane e le reti televisive. Lui resisterà (almeno per tutta l’estate), mentre Donald e Giorgia sono già nervosi: il loro indice di popolarità continua a scendere. Per i dazi e le guerre senza conclusione. Per la batosta del referendum e il fantasma del generale Vannacci. Per noi, per il popolo, non cambia di molto. Possono abbracciarsi o insultarsi, quel che è certo (o altamente probabile) è che l’uno e l’altra hanno imboccato la scala della cantina. Solo dopo, dimesso il fardello di un inutile celebrità, tornati a un tranquillo anonimato, anche Donald e Giorgia potranno infischiarsene della popolarità. Come noi.
Cosa c’è dentro il Campo? Mentre scrivo, del campo largo si sa ancora poco. Non c’è un’area definita e condivisa, non è chiaro infatti dove cominci e dove finisca questo appezzamento progressista. Matteo Renzi, scottato dal fallimentare matrimonio con l’oligocentrista Calenda, vorrebbe mettere la sua tendina nel campo largo, ma sembra che Giuseppe Conte abbia posto il veto. Almeno nelle intenzioni, insieme ai partiti della sinistra, dovevano scendere in campo, anzi nel Campo, un rosario di associazioni e movimenti. Dove sono? chi li ascolta? avranno un ruolo e un peso o conteranno solo le sigle e i leader dei partiti? Se il perimetro del Campo non è ancora stato tracciato, ancora più confuso, anzi inesistente, è il contenuto: le idee, i programmi, le priorità del programma progressista. Eppure, da parte di tutti i partiti convolti, si ripete il medesimo refrain: «Prima i contenuti e dopo la leadership!». L’impressione è che nella nascente coalizione sia proprio la scelta della leadership la preoccupazione principale.
Primarie o non primarie? Anche qui c’è disaccordo.
Se si desse importanza ai contenuti, al programma, si dovrebbe dar voce alle associazioni, ai movimenti e ai giovani, ai lavoratori, ai pensionati… a tutto il popolo della sinistra. A quei milioni di italiani che hanno detto no al referendum della giustizia. Basterebbe che i partiti stilassero un elenco di 10 o 15 obiettivi di un governo di centrosinistra e chiamassero a esprimersi (nei gazebo o anche online) gli italiani.
Queste sì sarebbero primarie interessanti: la base che detta l’agenda politica ai vertici di partito. E sono sicuro che da questa consultazione uscirebbero delle sorprese. Probabilmente il popolo, anche quelli che non ce la fanno più e hanno smesso di votare, indicherebbe obiettivi coraggiosi, gli stessi di cui i partiti del campo largo hanno timore: la patrimoniale, il salario minimo e lo ius soli.
Un Papa che assomiglia a sé stesso
Se è vero che ognuno assomiglia solo a sé stesso, anche papa Leone assomiglia solo a papa Leone. Eppure, arrivato dopo il terremoto Bergoglio, molti lo pronosticavano prudente e moderato come quel Paolo VI che aveva sì portato a termine il Concilio voluto dal papa buono (così simile nel tratto umano a Bergoglio), ma rifiutando l’apertura pauperista della teologia della liberazione.
A un anno e mezzo dalla sua elezione, Leone XIV non si è dimostrato un “normalizzatore”. Se il suo esordio è stata una visita a Montecarlo, la terra dei milionari, il nuovo pontefice ha subito alzato la voce contro i potenti e contro la guerra, ingiustificabile sempre e comunque. Ha risposto in modo civile ma secco agli attacchi incivili del presidente Trump: americano come lui, ma di tutt’altra pasta. Ha scritto la sua prima enciclica, stupendo il mondo, centrandola sull’uomo e la macchina, l’intelligenza artificiale e la responsabilità individuale.
Dopo aver raccolto milioni di fedeli nella sua visita in Spagna, papa Leone ha ripetuto lo storico viaggio di papa Francesco a Lampedusa, visitando la Grande Porta sul Mediterraneo e il cimitero di chi non ce l’ha fatta ad attraversare quel mare. È stata una visita breve ma carica di significato, una precisa scelta di campo: per i profughi, i diseredati, i poveri.
Non sappiamo come sarà (cosa dirà, cosa farà) papa Leone nel prossimo futuro. Si diventa papa in un giorno, ma occorrono mesi e anni per imparare un mestiere. Negli ultimi mesi, vedi la visita a Lampedusa, è sembrato raccogliere a pieno l’eredità di papa Bergoglio. Ma i toni, lo stile, l’approccio ai problemi è differente.
Perché ognuno, anche un papa, assomiglia solo a sé stesso.
Francesco Monini
Direttore responsabile di Madrugada e del quotidiano online Periscopio
