La misura del dolore altrui non è la nostra emozione

Stillano rotolando copiose lacrime brillanti, luccicano sotto i riflettori, rigano un volto ben truccato e giù ancora assieme a rivoli neri in un fiume che non riesce però a bagnare lo schermo, perché prosciugato alla fonte. Lo share ne ha risucchiato e disseccato la portata, tramite l’uso dell’emozione pro audience- causa sacrosanta. Del resto nella guerra degli ascolti tutto è ammesso , anche giocare con i sentimenti, specialmente i più teneri, quelli che quando sbocciano li senti frusciare dentro – teneri e profumati – e di fronte ai quali possono restare solo in piedi il silenzio della contemplazione ed il rispetto della reverenza. La logica del quiz e dell’applauso rende quelle lacrime goccioloni sterili, senza vita, mentre lo schermo continua un’esistenza di arido deserto, nulla lo può irrorare, nulla lo può far gemmare.
Ma qualcosa un giorno ha oltrepassato quel fiume asciutto e senza vita: l’immagine non di uno studio artificiale, ma di una strada, non di riflettori, ma di una folla di uomini inermi in cammino, non un film, né un palcoscenico dai paraventi semovibili. Non è nemmeno la solita guerriglia degli ascolti, è un’altra guerra. Uno zoom veloce ed eccolo, penetrare, nella mia cucina, tra i vapori della pasta scolata, lo sguardo di un uomo. Sì e no 30 anni, una bimba al collo bionda, bionda, 60 km. alle spalle, parla di spari, di orrori, di urla, di genocidio. Intanto i suoi occhi cercano girano inquieti, mobili e veloci. Ma cosa cerca? La sua donna, dispersa.
Porta nel vortice degli occhi l’angoscia di ogni guerra e la silenziosa disperazione di chi ha smarrito qualcosa di essenziale, un pezzo di sé. L’occhio gelido della telecamera riesce a reggere solo per poco quello sguardo svagato, forse timoroso della penetranza che il messaggio di quel volto lancia. Un flash, il breve secco arieggiare del lampo.
– Spegni. Meglio non guardare certe cose mentre si cena.- Un velo nero scende sullo schermo, sale intanto, fitta, la nebbia domestica.

Ma, per tutto il tempo in cui fosse rimasto nel campo visivo comandato dalla placca di metallo avrebbe potuto essere oltre che udito anche veduto. Naturalmente non vi era nessun modo per sapere esattamente in quale determinato momento vi si stava guardando. E sarebbe stato anche possibile che guardasse tutti ed interrottamente.
(G. Orwell, “1984”)

Silenzio e dialogo

Ed infatti quegli occhi sono ancora fissi sui miei, in un silenzioso pacato dialogo: hanno trovato altri interlocutori. Quello stesso sguardo, quasi esterrefatto, di uguale limpidezza, l’ho visto un giorno di luglio, per la prima volta, impresso in una donna malata, mentre guardava il figlio.
Occhi senza lacrime, perché ormai versate tutte sulla terra, che le ha accolte tutte, ad una ad una, in un piccolo scrigno. Diventate delle perle, esse ora brillano assieme a quelle nate dalle madri durante il parto, a quelle di ogni bambino e a quelle che spesso spuntano per l’emozione del primo sussulto d’amore.
La terra non le cancella, ma le assorbe e conserva nel suo seno perché sono il frutto del convivere di speranza e disperazione.

Ma c’era qualcosa di inesprimibilmente infranto nel mio cuore, come il volto di un parente da tempo defunto, come un antico sogno, come il frammento di una canzone dimenticata, trasportata sull’acqua, ma soprattutto come eternità dorate della trascorsa infanzia o della trascorsa maturità e tutto il vivere ed il morire e il crepacuore che provammo…E le nuvole che ci passano nel capo e sembrano suffragare con la loro tessa solitaria familiarità queste sensazioni.
(da “I vagabondi del Dharma ” di J. Kerouac)

Penso che sia perché siamo nati da madre terra e padre cielo, che questi volti e sguardi parlino d’ immenso e portino in sé l’impronta di qualcosa che resta insondabile. Non si possono oscurare e velare le perle dello scrigno, nemmeno con bombe e deportazioni: tali gioielli simboleggiano il richiamo più vivo ad una vita responsabile, proprio quando a me vien voglia di riavvolgermi, di non sentire e non vedere e si fa strada l’impressione di essere una strisciante lumaca ben protetta dalla spirale di un guscio appiccicaticcio. L’occhio assopito non può non accendersi di fronte a tali volti, non può non cercarli, non può nemmeno sviarne l’incontro ed il richiamo al dialogo. Ne è ammaliato, perché ritrova pezzi della sua stessa storia, uno spicchio dello stesso cielo.

L’io è io per il fatto che riconosce un tu, il tu è tu per il fatto che riconosce l’io.
Alla base dell’io stesso c’è il tu, alla base del tu stesso c’è l’io. L’io è unito al tu attraverso il proprio fondamento. Il tu è unito all’io attraverso il proprio fondamento.
Sono uniti interiormente per il fatto di essere assolutamente altro.
(da “Io e tu ” di Nishida Kitaro)