La narrativa dell’Africa subsahariana

In un romanzo uscito in Italia nel 1996, opera prima di una giovane scrittrice dello Zimbabwe, I. Nozipo Mararire, intitolato Zenzele. Lettera per mia figlia, edito da Mondadori, Zenzele che si appresta a partire per gli Stati Uniti per i suoi studi chiede tutta eccitata ai suoi genitori notizie sul paese in cui andrà a vivere. Ecco come risponde la madre: “(…) Purtroppo sono pochi gli europei che considerano alla pari gli africani. Dopo la sbornia del colonialismo hanno di noi una visione confusa. (…) Preparati a conoscere molta gente che continua a considerare l’Africa come una vasta massa amorfa: il continente nero, una palude primigenia, avvolta di fumi e vapori, abitata da creature del Neanderthal e da indigeni allegri ma primitivi, sempre impegnati in sordide cerimonie rituali, fino a notte fonda, al frenetico ritmo dei tamburi (…)”. ( p. 92)
A lungo l’uomo occidentale ha creduto che gli africani fossero privi di storia, privi di civiltà e privi di letteratura perché non possedevano la scrittura, La missione dell’Europa era appunto quella di portare loro la “civiltà”. L’Africa subsahariana possedeva invece una ricca e variegata tradizione letteraria orale; ricerche e studi hanno rivelato un’Africa tutt’altro che primitiva e statica, un’ Africa vitale dalle complesse vicende culturali.
La letteratura orale africana, così ricca e differenziata, con l’arrivo degli europei, delle loro lingue e della civiltà della scrittura, comincia a declinare. Famosa è ormai la frase di Amadu Hampaté Bâ: “In Africa ogni vecchio che muore è una biblioteca che brucia”. Filosofo, storico linguista, etnologo, poeta e scrittore, il maliano Hampaté Bâ (1901-1991) ha dedicato tutta la sua vita allo studio e alla trascrizione del ricchissimo patrimonio della tradizione orale, fino ad allora affidato alla memoria di pochi vecchi “signori della parola”.
Gran parte dell’eredità orale è trapassata nella letteratura scritta (ma anche nel cinema, nella musica, nel teatro), nelle opere degli scrittori africani. Il nigeriano Amos Tutuola (1920), nelle sue opere (La mia vita nel bosco degli spiriti, Il bevitore di vivo di palma) recupera e rivitalizza il patrimonio orale del suo popolo in un inglese “contaminato” dalla lingua yoruba. Rielabora temi, motivi e contenuti del racconto popolare, della mitologia delle favole della foresta, luogo magico, meraviglioso e terrificante, popolata da esseri incantatori e comici, rappresentanti delle forze del bene e del male. Lo storico e scrittore guineano Djibril Tamsir Niane ((1932) recupera e trascrive il filone epico della tradizione orale con Sundiata, epopea mandinga, che narra la storia del fondatore dell’impero del Mali, vissuto nel secolo XIII.
La nascita delle letterature africane scritte è strettamente legata alla colonizzazione. Nascono infatti in una società in transizione, come reazione alla cultura coloniale. Si tratta quindi di letterature giovani che però affondano le loro radici nell’immaginario della cultura di origine, anche quando utilizzano la lingua dell’ex colonizzatore.
Il continente africano non è stato il solo a subire la conquista da parte europea ma – come dice lo storico burkinabé Ki-Zerbo “in nessun posto, il dominio dell’Europa è stato tanto totalitario come in questo continente”.
In generale, a prescindere dalle differenze che si riscontrano tra i vari tipi di colonizzazione (anglofona, francofona, lusofona), il sistema di educazione coloniale non è certo un sistema educativo che trasmette alle giovani generazioni la propria cultura, si tratta, al contrario, di un sistema che provoca un sentimento di sottomissione verso l’europeo.
La scuola coloniale vuole preparare africani destinati a all’amministrazione e ai servizi ad un livello basso, vuole creare una piccola borghesia africana pronta a servire gli interessi dello stato coloniale.
Viene a crearsi così una nuova classe sociale che deve ritenersi privilegiata per la possibilità di accedere alla “cultura”, alla “civiltà” appannaggio del bianco. All’interno di questa nuova classe vi sono quelli che finiscono per misconoscere, se non rinnegare la propria origine culturale, ma non per questo saranno mai accettati pienamente dal mondo dei bianchi di cui pensano di essere entrati a far parte.
Il tema della scuola è presente in molti romanzi ambientati nel periodo coloniale. Si pone il dilemma se mandare i figli alla scuola dei bianchi oppure no. La scelta crea divisioni e accesi dibattiti. Chi sceglie per il sì lo fa per “imparare dai bianchi il segreto di avere ragione anche quando si ha torto”. L’ambigua avventura del senegalese Cheick Hamidou Kane (1928), ormai un “classico” della letteratura africana, sviluppa appunto il tema dell’incontro/scontro fra culture, in uno stile limpido e forte, essenziale e sobrio. È “un grande romanzo africano – scrive Chinua Achebe – ed insieme una storia tra le più potenti della colonizzazione europea dell’Africa”.
Ma il potere coloniale, che ha cercato di mutilare culturalmente i popoli sottomessi, finisce per produrre anche coloro che si ribellano a questo potere usando le sue stesse armi.
La parola scritta, simbolo del potere dell’uomo bianco, può diventare per il nero un’arma per combattere la situazione subalterna di oppresso.
In una prima fase la pratica letteraria viene quasi sempre concepita in termini militanti; la realtà dell’Africa impone allo scrittore di prendere posizione pro o contro la colonizzazione. La letteratura non può sottrarsi alla lotta e scrivere diventa un modo di volere la libertà. Lo scrittore vuole ricordare alla gente che gli africani avevano una cultura anche prima che arrivassero gli europei, che avevano una filosofia di grande profondità, che avevano una poesia e soprattutto che avevano dignità. Dice Achebe: “La cosa peggiore che possa capitare a chiunque è la perdita della propria dignità e del rispetto di sé. Compito dello scrittore è di aiutare a riguadagnarli, mostrando in termini di vita umana che cosa è accaduto, che cosa è stato perso”. (1)
Sia pure con sfumature diverse il ruolo dell’artista è al centro delle preoccupazioni di scrittori come Achebe, Ngugi wa Thiong’o, Wole Soyinka, che lo hanno detto e ribadito in saggi e articoli. E in Africa lo scrittore spesso paga questo suo impegno con la morte, con il carcere, con l’esilio, come è capitato a Ken Saro Wiwa leader degli Ogoni, impiccato in Nigeria dopo un processo farsa nel 1995.
Il keniano Ngugi wa Thiong’o (1938) ha vissuto in prima persona gli avvenimenti che portarono all’indipendenza il Kenya. Ha sempre manifestato apertamente le sue critiche e la sua opposizione, si è battuto contro la corruzione, l’adozione di modelli socio-economici di tipo neocapitalistico
Il nigeriano Wole Soyinka (1934), premio Nobel 1986, autore di moltplici opere teatrali, di poesie e romanzi, è impegnato da sempre sul piano civile e politico, negli anni Sessanta paga la sua coerenza col carcere, tuttora è nel mirino dell’attuale regime nigeriano.
Chinua Achebe (1930) autore di fama internazionale come i due precedenti, con il suo primo romanzo Il crollo rivendica l’originalità e l’autenticità della storia e della cultura africana.
A questa prima fase, in cui si passa dalla ricerca di una identità culturale e dalla rivolta anticoloniale alle speranze suscitate dalle Indipendenze segue una fase di transizione.
Nel corso degli anni ’60 la maggior parte degli stati arriva all’indipendenza. Sono gli anni della decolonizzazione. È la fase della speranza e dello slancio per i cambiamenti che si intravvedono. Inizia il lavoro di costruzione delle nuove nazioni. Gli scrittori si impegnano con la loro opera letteraria, in alcuni casi entrano direttamente in politica con compiti organizzativi e amministrativi o diplomatici.
Ma a partire dagli anni ’70 si entra in una fase nuova, una fase di delusione e disincanto. In questo periodo si verifica anche una certa stagnazione della produzione letteraria.
Secondo la sudafricana Lauretta Ngcobo gli scrittori, al momento della lotta per l’indipendenza, tendono ad idealizzare il movimento di resistenza e sottovalutano i dissensi presenti all’interno del movimento: politici, intellettuali, burocrati, non hanno le stesse idee e aspirazioni circa il futuro. Si sottovalutano le discrepanze tra le promesse e le intenzioni, si pecca di ingenuità.
Ben presto gli scrittori si accorgono che qualcosa non va. Si accorgono che mentre alcune categorie di persone si arricchiscono la massa della popolazione resta in condizioni di povertà e miseria. Anche quando non sono impegnati e militanti gli scrittori non possono non essere presi dall’angoscia per la crisi morale, politica ed economica del continente. Le loro opere lo testimoniano confermando lo stretto legame che c’è tra letteratura e politica, questi “improbabili amanti” come li definisce la Ngcobo.
Il titolo del romanzo di Achebe del 1960 Ormai a disagio esprime bene la sensazione che provano gli scrittori. Il protagonista Obi Okonkwo sembra rappresentare tutta una generazione di intellettuali colonizzati che non riescono ad uscire da una situazione di ambiguità e restano impotenti di fronte al potere.
L’ultima fase è quella che arriva fino ad oggi e vede apparire una nuova generazione di scrittori che non hanno fatto esperienza diretta della colonizzazione.
Il tema del potere tende ad essere in primo piano e la presenza straniera non è più rappresentata dai missionari, dagli amministratori coloniali quanto dagli uomini d’affari di ogni genere.
Il romanzo storico affronta temi e problemi nuovi. Un tema ricorrente è quello che riguarda il potere non più incarnato dai bianchi, dai colonizzatori, ma dalla borghesia nera o, soprattutto negli anni Ottanta, dalla figura del dittatore.
In generale si può dire che alla letteratura realista della prima generazione segue una letteratura più complessa per temi e struttura. Tempo e spazio risultano più confusi o disarticolati, più sfumati; i personaggi sono alla ricerca della propria identità, acquistano un maggiore spessore psicologico.
Il protagonista dei romanzi di questa fase è un personaggio che si trova preso tra forze antagoniste e si dibatte tra contraddizioni, nevrosi, angosce, incubi.
Se i romanzi della prima generazione privilegiano il protagonista che simbolizza una classe sociale o la comunità da cui proviene, nei nuovi romanzi compaiono eroi negativi.
Dice Achebe: “(…) mi sono reso conto, dopo l’indipendenza, che essi (i politici) ed io ci trovavamo al momento presente in campi diversi (…) io mi sono trovato dalla parte del popolo contro i suoi dirigenti, ma questa volta i dirigenti erano dei Neri. Io continuavo a fare il mio mestiere di scrittore, ma un aspetto di questo si era modificato”. (2)
Dal romanzo realista della prima ora si passa all’allegoria, alla metafora. Il personaggio percorre un itinerario volto alla ricerca di purificazione e rigenerazione, una specie di difficile percorso iniziatico.
Ma lo scrittore indica anche la direzione da seguire per cercare il legame profondo che unisce il passato al presente e al futuro. Pius Ngandu Nkashama scrittore e saggista congolese ha scritto: “La letteratura s’impone anche come esperienza bruta della Storia. Essa ha segnato i gesti, i comportamenti e le condotte degli individui che operano sul teatro dei cambiamenti fondamentali. Essa si è situata nell’attesa e nell’angoscia di intere generazioni. Essa precede Mandela, prolunga Lumumba, invoca Sankara (…).
La letteratura (…) resta lo spazio privilegiato a partire dal quale potrà costruirsi e determinarsi l’universo storico dei secoli venturi. In essa si ricongiungono in una unione totale del pensiero, la saggezza degli Antenati, i timori improvvisi del tempo presente, le speranze delle generazioni future”. (3)

Anna Di Sapio
Insegnante.
Vive a Legnano (Mi).
Si occupa da tempo di temi
interculturali, collaborando alle
attività del Cres – Mani Tese
e a “Strumenti”, quadrimestrale
di didattica interculturale.
(1) C. Achebe, Il crollo.Ormai a disagio, Mondadori, Milano 1990, Introduzione di R. Rive, pp. IX-X. (2) D. Stewart, Le roman africain anglophone depuis 1965. D’Achebe à Soyinka, L’Harmattan, Parigi 1988, p.18. (3) P. Ngandu Nkashama, Les années littéraires en Afrique (1987 – 1992), L’Harmattan, Parigi 1994, pp. 11,17.
un libro
I viandanti della storia

Questo romanzo (1987) riprende i temi cari allo scrittore ma si proietta anche verso il futuro. La storia è ambientata nello Stato africano, puramente immaginario, di Kangania, un racconto che il lettore ricostruisce poco a poco seguendo il filo dei ricordi dei protagonisti.
L’azione ha inizio due anni dopo un colpo militare che porta al potere un ufficiale dell’esercito Sam, che diventa Sua Eccellenza. Assieme a Sam giungono al potere anche Chris Oriko, già compagno di scuola di Sam, e il poeta e giornalista Ikem. Tutti e tre sono parte di quell’élite che ha spazzato via con il colpo di stato un governo corrotto e pensano, prendendo la guida del paese, di fare una “rivoluzione”. Col tempo la rivoluzione partorisce una dittatura lontana dalla realtà e dai bisogni della gente. Sua Eccellenza diventa collerico e sempre più insofferente e non sopporta le manifestazioni di nessun genere. Chris e Ikem cominciano ad essere sospettati di cospirare contro di lui, Accanto a Ikem e Chris vi sono Elewa e Beatrice, due personaggi di primo piano del romanzo. Elewa è la compagna di Ikem, una donna del popolo, poco istruita, Beatrice, la donna di Chris, ha compiuto studi in Inghilterra, è funzionaria statale, è una donna combattiva e forte.
Con questo romanzo il discorso di Achebe esce dai confini della Nigeria per diventare universale. La Kangania presenta situazioni riconoscibili in tante altre parti del mondo così come in altre parti del mondo può avvenire quella perdita della memoria che nel romanzo viene denunciata come evento letale.

Io vi dico che questo è il modo in cui l’Onnipotente ha ripartito il lavoro del mondo. A ciascuno il suo! All’uccello il suo lavoro; al contadino il suo.
Ad alcuni di noi il Signore del Mondo ha concesso il dono di annunciare ai propri simili che è finalmente giunto il tempo di alzarsi. Ad altri l’ardore di alzarsi quando sentono la chiamata; di alzarsi con il sangue che ribolle, di indossare il costume di guerra e dirigersi verso i confini della città per impegnare in audace battaglia il nemico invasore. E poi vi sono gli altri, il cui ruolo consiste nell’attendere che la lotta sia terminata, per prendere poi il sopravvento e raccontare la storia.
Il rullare dei tamburi di guerra è importante; il feroce guerreggiare stesso è importante; così come lo è, successivamente, il racconto della storia: ciascuna cosa è importante a modo suo. Io vi dico: non potremmo fare a meno di una sola di queste cose. Ma se voi mi chiedete quale di esse otterrà la penna dell’aquila, io risponderò audacemente: “la storia”. Mi sentite? Ebbene, quando ero giovane, se mi aveste rivolto questa stessa domanda avrei ribattuto senza indugio “la battaglia”. Ma l’età dona a ciascuno delle cose con la mano destra, togliendone altre con la sinistra. Il torrente d’acqua di un uomo anziano potrà forse non colpir più con la forza di una volta il tronco dell’albero che sorge sul ciglio della strada, a qualche passo di distanza, ma gli scenderà attorno ai piedi, come succede a una donna; in cambio, però, adesso l’occhio della sua mente ha ali che lo fanno volare lontano, oltre ciò che scorge dal tetto di casa sua…
Quindi perché dico che la storia è sovrana tra i suoi simili? Per la stessa ragione per cui credo che la nostra gente chiami “Nkolika” le sue figlie: Il-racconto-è-la-cosa-più-importante. Perché? Perché solo la storia può continuare oltre la guerra e il guerriero. È la storia che sopravvive al suono dei tamburi di guerra e alle imprese dei valorosi combattenti. È la storia, non il resto, a salvare la nostra progenie dal ridursi a un branco di mendicanti ciechi che vanno a sbattere contro le spine del cactus. La storia è la nostra scorta; senza di essa, noi siamo ciechi. Il cieco possiede forse la propria scorta? No, né noi possediamo la storia; è piuttosto la storia a possederci. È questo che ci rende diversi dagli animali; è il segno sul volto che distingue un popolo dai suoi vicini. (pp. 147-8)
(…) Se il fatto di venire nel recinto del Grande Capo porterà o non porterà cose buone, non siamo in grado di dirlo. Non lo abbiamo incontrato faccia a faccia perché stava parlando con un altro Grande Capo come lui, in visita da un altro paese.
Ma possiamo tornare dalla nostra gente e dir loro che abbiamo lottato con tutta la forza che ci resta… C’era una volta un leopardo che da tempo cercava di catturare una tartaruga; una volta, per caso, si imbattè nella tartaruga, su una strada solitaria. “Aha”, disse: “finalmente! Preparati a morire”. E la tartaruga disse: “Posso chiedere un favore prima di morire?”. Il leopardo non vide nulla di male nella richiesta, e disse di sì. “Dammi qualche minuto per preparare il mio animo”, disse la tartaruga. Di nuovo il leopardo non vide nulla di male nella richiesta, e la accolse. Ma invece di restare immobile come il leopardo si aspettava, la tartaruga cominciò a fare strani movimenti frenetici sulla sabbia, grattando con le mani e i piedi e gettando furiosamente sabbia in tutte le direzioni. “Perché fai così?”, chiese il leopardo, perplesso. La tartaruga rispose: “Perché quando sarò morta vorrei che tutti quelli che passano di qui dicessero: sì, qui qualcuno ha lottato contro un suo pari”.
Ecco, gente, questo è quanto stiamo facendo noi. Stiamo lottando. Forse per nessun altro fine se non che quanti verranno dopo di noi possano dire: “È vero, i nostri padri furono sconfitti, ma almeno ci provarono” (pp. 151-2).
(…) Ikem aveva intitolato la conferenza “La Tartaruga e il Leopardo: riflessione politica sull’imperativo della lotta”. L’annuncio fu salutato con tumultuosa approvazione. (…)
E si mise a raccontare, con notevole effetto drammatico ed emotivo, la storia della Tartaruga che stava per morire.
Questa storia mi è stata raccontata da un vecchio. Mentre vi parlo, il vecchio che mi ha raccontato questa incredibile storia è detenuto in cella di isolamento nel carcere di massima sicurezza di Bassa.
“No! Perché? Mi oppongo! Impossibile!” e altre simili esclamazioni di sgomento e di ira lampeggiarono come saette attraversando l’aula magna.
Perché? Vi sento chiedere. Molto bene… Perché i narratori costituiscono una minaccia. Minacciano chi aspira a tenere tutto sotto controllo, terrorizzano gli usurpatori di quel diritto alla libertà che è proprio dello spirito umano: nello stato, nella chiesa o nella moschea, nel congresso di partito, all’università o altrove. Ecco perché (pp. 182-3).

C. Achebe,
I viandanti della storia,
Edizioni Lavoro,
Roma 1991.