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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

La pasqua di dom Hélder

di Demarchi Enzo

In manus tuas

Il 27 agosto scorso dom Hélder Câmara, vescovo emerito della diocesi di Olinda e Recife (capitale dello stato di Pernambuco, Brasile) ha celebrato la sua pasqua, ha realizzato definitivamente il suo battesimo, sacramento della fede. Smorzatisi da tempo luci e clamori attorno al suo personaggio, la sua persona con la morte è entrata nel mistero di Cristo che passa da questo mondo al Padre, ha così conosciuto e sperimentato la realtà ultima (l’eschaton) dell’esistenza credente: la morte-risurrezione in Cristo Gesù.

«Io non sono importante. L’importante è il Padre» (cf. N.Piletti-W.Praxedes, Dom Hélder Câmara. Tra potere e profezia, Queriniana, Brescia 1999, p.690 – in questa e nelle altre citazioni, il corsivo è mio), così diceva dom Hélder in un’intervista degli ultimi anni. Il Padre era la “realtà” per la quale preparò nel silenzio, per lunghi anni, il “grande viaggio” (o.c., 691-92), silenzio in cui il “fratello Gesù Cristo” lo guidava come Pastore buono attraverso la valle oscura della purificazione ultima. In una poesia datata 2/3 marzo 1966, aveva già scritto: «Quando sentirai / il primo inconfondibile segnale / di morte prossima, non fidarti di te… / Afférrati alla grazia. / Ravviva la fede / nella vita eterna. / Non chiedere un secondo in più… / Chiudi gli occhi / e salta / nell’abisso di misericordia / della divina comprensione…» (o.c., 532). Senso della morte e abbandono al Padre, magnificamente riassunti nel motto araldico-episcopale scelto da dom Hélder e poi commentato in una poesia: “In manus tuas” (o.c., 293-94).

La pasqua decisiva, la Realtà ultima di dom Hélder era stata anticipata da vari passaggi-conversione della sua esistenza di uomo, credente, apostolo. Accennerò qui solo al passaggio più significativo e denso di conseguenze, quello dell’apostolo che da una Chiesa alleata del potere e dei privilegi che ne derivano, si converte a una “Chiesa dei poveri”.

Nell’omelia tenuta in occasione del giubileo sacerdotale celebrato da dom Hélder a Recife il 16 agosto 1981, il vescovo nero José Maria Pires (il dom Pelé dei brasiliani) «ricordò la fase integralista del giovane sacerdote Hélder Câmara nel Ceará e la sua fase di intimità con i potenti a Rio de Janeiro finché, avvenuta una svolta decisiva nella sua vita, andò accostandosi al popolo, smise di ricercare i grandi per ottenerne aiuti da portare ai poveri. Cominciò ad animare i poveri esortandoli a unirsi tra loro per esigere di diritto quello che prima veniva loro dato (o negato) come elemosina. La sua voce ha oltrepassato le frontiere nazionali e continentali È giunta fino alle metropoli del Nordamerica e dell’Europa per denunciare il colonialismo delle grandi nazioni contro le più povere e meno sviluppate…» (o.c., 669-71).

Chi l’avrebbe mai detto? Un Hélder Câmara “in tonaca nera e camicia verde” (di integralista filofascista), e poi in collusione con i potenti dell’economia e della politica… Ma Dio scrive diritto su righe storte, dice un proverbio portoghese, e sa sempre sollecitare e operare col suo Spirito svolte decisive. Con semplice e coraggiosa autocritica, così scriverà lo stesso dom Hélder sulla conversione che il Concilio operò nella sua vita: «Uno dei gravi peccati di omissione della mia vita io l’ho commesso soprattutto nel corso dei miei dodici anni di segretario generale della CNBB (ma è chiaro che lo stavo già commettendo molto prima): ero convinto che in Brasile vivessimo una situazione ideale di mutuo rispetto e leale collaborazione tra Stato e Chiesa […]. Ma dopo il Concilio era naturale che la mia posizione cambiasse […]. L’ho ripetuto tante volte e non mi stancherò di farlo: preoccupati di aiutare a mantenere l’ordine sociale, sembravamo non accorgerci nemmeno che si tratta piuttosto di un disordine stratificato. In pratica servivamo da sostegno a strutture di schiavitù e, con le migliori intenzioni, predicavamo una religione-oppio del popolo, vivevamo una religione alienata e alienante» (o.c., 681).

La vicenda umana e cristiana di dom Hélder, la conversione che lo espone alla persecuzione dei discepoli di Gesù, diventa emblematica di tutto un passaggio epocale di Chiesa da cristianità, sempre in pericolo di autoesaltazione e di identificazione col potere, a piccolo gregge (comunità ecclesiali di base) di credenti aperti alla missione universale, soprattutto nel vasto mondo dei poveri. Conversione e missione che non gli perdonarono mai i prepotenti, soprattutto in patria negli anni della dittatura (a partire dal 1964), quand’egli prese le difese di tutti i perseguitati, torturati, uccisi in nome della sicurezza nazionale e della ‘civiltà cristiana’ da salvare dal comunismo. Al punto di vedersi affibbiati epiteti ingiuriosi quali «Fidel Castro in veste da prete, guerrigliero ecclesiastico, padre della menzogna, corruttore delle coscienze…» (o.c., 590-91).

In realtà Dom Hélder Câmara era diventato profeta e portavoce del terzo mondo credendo nella rivendicazione nonviolenta e nell’appello alla coscienza dei privilegiati. La grande “meraviglia” della sua vita è stato il cammino attraverso tante prove che, anziché scoraggiarlo e chiuderlo nell’amarezza e nel vittimismo, lo hanno portato a incarnare e diffondere un messaggio di speranza e salvezza per tutti, facendosi “voce dei senza voce” dell’umanità.