Le città, inferno nel sud della Terra

Le città del futuro
Perché parlare proprio delle città? Perché non dei deserti che avanzano, delle campagne distrutte dalla siccità, delle piantagioni in cui i braccianti vivono come schiavi? Io penso che convenga parlare delle città perché parlandone affronteremo anche quegli altri temi e situazioni della Terra; e perché le città del Sud prefigurano quelle del futuro.
In tutto il cosiddetto Terzo Mondo, cioè nell’area in cui si concentrano i due terzi della popolazione mondiale, infatti, le città vanno crescendo incessantemente dagli ultimi quarant’anni a questa parte. Già alla fine degli anni ’50 un grande scienziato inglese, Toynbee, prevedeva che il futuro sarebbe stato delle città, anzi, delle megalopoli, le quali avrebbero drenato, per così dire, la maggioranza della popolazione di ogni stato. Queste previsioni si stanno avverando e il fenomeno appare inarrestabile.

Faccio un esempio, brasiliano. Tra il 1950 e il 1980, mentre la popolazione totale brasiliana cresceva ad un tasso del 2,8%, la popolazione dei centri dai 20 mila abitanti in su cresceva esattamente del doppio. Nel 1980, 61 milioni di persone, cioè all’incirca il 50% della popolazione del Brasile, viveva ormai in tali centri. Ma queste cifre nascondono una realtà assai più inquietante. La popolazione delle città brasiliane che hanno da 100 a 500 mila abitanti è cresciuta in quello stesso periodo addirittura del 7,15% all’anno. Nella decade 1970-1980 la sola città di São Paulo ha accolto, per così dire (in realtà li ha subiti), quasi 3 milioni di immigrati. Si calcola che nell’anno 2000 124 milioni di persone (cioè il 73% della popolazione totale brasiliana) si saranno urbanizzate; di questi 124 milioni, 67 risiederanno in città di più di un milione di abitanti e 38 milioni di essi abiteranno nelle tre megalopoli di São Paulo, Rio de Janeiro e Belo Horizonte.
Nell’America cosiddetta Latina, comunque, è Città del Messico a battere qualunque record. Si dilata con spaventosa velocità. Nel 1982 contava 16 milioni di abitanti, oggi sono 20 milioni. Stime che appaiono fondate parlano di 25 milioni di abitanti entro l’anno 2000: se sarà così, a quella data ben più di un quarto dei messicani abiterà nella megalopoli.
Anche in Asia vi sono città come Pechino, Shanghai, Canton, Hong Kong, Calcutta, Bombay, Singapore, Manila, Seoul che sono contrassegnate da un vertiginoso gigantismo. Noi non ci rendiamo conto dell’immensità di certi fenomeni poiché i nostri mass media evitano di parlarne. Ma pensate che ogni giorno, nella sola Cina, sono in viaggio 150 milioni di persone, tre volte tanto l’intero popolo italiano, che vanno a cercarsi un futuro lontano dai luoghi in cui sono nate. Il 70% di questa marea umana è composto di giovani contadini che migrano nelle città.

Bidonvilles senza storia
Dell’Africa, in genere, sappiamo ancora meno poiché i nostri mass media hanno ormai decretato la morte civile per questo continente che ormai supera gli 800 milioni di abitanti. Comunque, le poche statistiche di cui disponiamo mostrano che anche in Africa la popolazione delle città aumenta del 3% all’anno; e Lagos, capitale della Nigeria, è diventata la Città del Messico africana, raggiungendo probabilmente i 10 milioni di abitanti. Di più: nascono e muoiono, in Africa, città, per così dire, clandestine: immense bidonvilles di profughi per guerre tribali o per ecocidio. Queste città non hanno storia, se non di mesi, non hanno amministrazioni collettive (solo qualche volta si fanno presenti le grandi agenzie delle Nazioni Unite); dunque, non vi esiste neppure una parvenza di ordine civile; è l’esercito della nazione per così dire “ospitante” (che molto spesso cerca di opporsi con ogni forza a quella che considera una vera e propria invasione) a occuparsi di mantenere una legalità che è soltanto di facciata e più spesso pura violenza su persone che hanno già subito violenze di ogni tipo. I nomi di queste città-fantasma (concretissime, terribili realtà per chi ci vive) non compaiono sulle carte geografiche. Sono pochissime le persone, credo, che conoscono il nome di Tabou, enorme bidonville della Costa d’Avorio in cui si accalcano decine di migliaia di profughi della guerra civile che ha devastato la Liberia. E non ha nome, in Uganda, quella tragica città scoperta l’anno scorso da un volontario di Médecins sans frontière: sepolta nell’interno del paese, è stata fondata ed è abitata da migliaia di ragazzi i quali, dopo essere stati arruolati a forza, ancora bambini, negli eserciti di quell’altra guerra civile, sono riusciti a fuggirne, ma non si fidano a tornare ai propri villaggi o sanno che le proprie famiglie sono state sterminate.

Perché parlare di “inferni”?
Parliamo di “inferni” perché le città del Sud crescono senza pianificazione alcuna, come le erbe parassite e talvolta come veri e propri cancri. Anche dove esisteva un piano regolatore, ormai esso è stravolto. Talvolta basta guardare da un aeroplano per accorgersene: Niemeyer, uno dei più grandi architetti del mondo, progettò Brasilia come due immense ali. Le favelas vi si sono aggrappate, le ali sono ormai appesantite, stravolte, deformate dalla disperazione della miseria.
Mentre preparavo questo scritto mi è capitato di leggere, con grande interesse, un breve saggio di architettura in cui un serio professionista italiano parlava del dilagare di certe nostre periferie che stravolgono le città e ne cambiano radicalmente la fisionomia umana. Una volta la città – diceva – era patrimonio dei cittadini, percepita da essi come un bene comune, una madre collettiva. C’erano magari, nella città, lotte intestine e un feroce campanilismo; e però la città era un’entità amata, tutti si tassavano, per esempio, per la costruzione di nuove cattedrali o di arenghi comunali. Adesso – scriveva l’architetto – la maggior parte della gente vive in periferie che sono “anonimati, annientamento dello spazio pubblico, celebrazione del non-luogo”. L’architetto si riferiva a realtà italiane, europee, nordiche; per il Sud si dovrebbero usare espressioni più dolorose: le città sono diventate agglomerati di rifugi per umanità degradata, foreste in cui contendere ad altri le fonti della sopravvivenza.

Favelas, villas-miserias, tugurios, barrios…
La fittissima concentrazione di persone che giungono disordinatamente da altri luoghi pone evidentemente in crisi città già caratterizzate, in genere, da quella povertà che connota vistosamente il Sud. Entrano in crisi il sistema dei trasporti, il sistema idrico, quello fognario (se esiste), quello scolastico (se esiste), quello sanitario (se esiste). I miseri che si accalcano alle periferie delle città, non avendo danaro per acquistare terreno edificabile, invadono terreni scoscesi, franosi, paludosi, inquinati da industrie. Nascono così le bidonvilles che in America Latina hanno tutta una serie di nomi che ormai anche noi abbiamo imparato: favelas in Brasile, villas-miserias in Argentina, tugurios nel Salvador, cantegriles in Uruguay, poblaciones in Cile, barrios un po’ dovunque… Non hanno corrente elettrica, acqua potabile, strade, collegamenti con altri quartieri. Le fogne sono a cielo aperto. La miserabilità delle condizioni di vita scatena ondate di malattie infettive; i continui stress provocano ipertensione a livello endemico e disturbi psichici, anche assai gravi. Le malattie infantili, non curate, hanno conseguenze spesso drammatiche che nelle nostre aree sono ormai scomparse. Agenti patogeni dilagano.
Se si pensa che in una megalopoli come Città del Messico almeno 16 milioni di persone non hanno servizi igienici degni di questo nome, si può facilmente comprendere come nell’aria si infittiscano non solo gli inquinamenti che anche noi conosciamo ma il fitto pulviscolo che deriva dalle feci essiccate dal sole e che diffonde gravi insidie per l’organismo.

Il ciclo del gambero e i quartieri-immondezzai
Non voglio insistere su questi aspetti, ma debbo almeno ricordare due fenomeni abitativi atroci che sono una specie di capolavoro negativo delle megalopoli: quello che in Brasile si chiama degli alagados e quello dei quartieri-immondezzai.
Nel primo caso i poveri che arrivano dalla campagna nelle città costiere, non trovando terreno per nuovi insediamenti, erigono veri e propri villaggi palafitticoli. Danno vita così a terribili agglomerati, di infinita miseria e a quello che si chiama “il ciclo del gambero”. Attratti dalle deiezioni degli alagados, grandi masse di gamberi si muovono sotto le baracche; e gli alagados si cibano dei gamberi nutriti dalle loro feci… Quando le acque si ritirano per la bassa marea il puzzo della merda putrefatta è insopportabile.
Il secondo fenomeno è quello dei quartieri che sorgono nei pressi degli immondezzai o, addirittura, sugli immondezzai. Le immense città generano, naturalmente, enormi quantità di spazzatura. Tanto per fare un esempio, Città del Messico produce 22 mila tonnellate di rifiuti al giorno e recentemente un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità denunziava che in una città come Dakar, capitale del Senegal, 2 milioni e mezzo di abitanti e più, minaccino di scomparire sotto i cumuli dei propri rifiuti. Io ho visitato, piangendo non solo per i fumi che bruciavano l’immondizia inutile (relativamente poca, perché anche l’impensabile viene riciclato dai poveri), immondezzai di Bombay, di Hong Kong e di Montevideo, trovandovi veri e propri tuguri e baracche costruite utilizzando materiale trovato fra le immondizie.

Mangiauomini
Ma quello che mi ha colpito di più è che in luoghi così distanti fra loro, si è formata una vera e propria razza di rifiuti umani della nostra civiltà: adulti e bambini resi identici dalla sporcizia, dalle ferite che si procurano frugando nella spazzatura, dalla mancanza di progetti per il domani; non bestie, certo, anche se a Bombay li ho visti contendere brandelli di cibo ai corvi e agli avvoltoi e a Hong Kong lottare con i cani randagi, ma – almeno gli uomini e le donne – veri e propri zombies, mentre i bambini avevano ancora capacità di sorriso. E so che a Città del Guatemala il maggiore immondezzaio della città è chiamato mangiauomini, non solo per i suoi movimenti franosi ma anche perché la fermentazione dei rifiuti provoca spesso la formazione di grandi bolle di metano che poi esplodono inghiottendo chi si trova nei pressi.
Non credo sia necessario dirvi altro su questo argomento. So che molti di voi leggono con commosso interesse le lettere che Alex Zanotelli manda dall’inferno in cui vive a Nairobi e in cui incontra, ogni giorni, il Cristo. Pensate a quell’inferno, moltiplicatelo per migliaia, migliaia e migliaia di volte: questa è la Terra sulla quale viviamo a 2000 anni dalla predicazione del vangelo.

Densità e degrado
Se milioni e milioni di persone che arrivano da luoghi diversissimi, quindi portatrici di diversi linguaggi, costumi, princìpi etici, e marcate tutte da profonda insicurezza, sono costrette a sopravvivere in una totale promiscuità e a contendersi le fonti di sussistenza, non c’è da meravigliarsi del degrado dei rapporti umani.
In molte favelas brasiliane la densità di popolazione raggiunge le 9 mila persone per kmq.: una specie di Hong Kong ma senza neppure i crollanti servizi pubblici di quella megalopoli, una striscia di Gaza, piuttosto, ma di enormi dimensioni. Migliaia di persone che si contendono l’uso di una fontanella o un allacciamento abusivo a qualche palo della luce. E le favelas non sono il peggio. A São Paulo è in atto un fenomeno spaventoso: migliaia di piccoli borghesi, schiacciati dalla crisi economica, lasciano le loro case, ormai troppo costose e affittano baracche nelle favelas, e migliaia di favelados o di nuovi immigrati vanno ad accrescere la popolazione dei cortiços, palazzi degradati, abbandonati dai proprietari, appartamenti in cui si accalcano cinque, sei, sette famiglie, in cui ci si accoltella per l’uso del gabinetto.
Bisogna aggiungere che nelle enormi città del Sud poche persone hanno un lavoro stabile, decentemente remunerato. In tutta l’America Latina ormai una parte rilevantissima della popolazione vive di quella economia da corte dei miracoli che i sociologi definiscono “economia informale”: i poveri che vendono ai poveri cibi cotti, biglietti di lotterie, piccoli oggetti d’uso.
In Cile questa vera e propria arte di arrangiarsi occupa metà della forza lavoro; addirittura il 60% in Perù e in Bolivia. Non ho dati precisi per il Brasile ma certamente essa vi supera di gran lunga il 30%. Secondo i calcoli ufficiali, comunque, oggi i due terzi della popolazione brasiliana guadagnano un salario minimo (circa 60.000 lire al mese) o meno. Da notare che, in termini reali, il salario minimo si è ridotto a metà di quello istituito per legge nel 1940, mentre il Prodotto Interno Lordo, cioè la ricchezza prodotta, si è quintuplicato. Vi sono immense zone di miseria, grandissime aree in cui la disoccupazione e la sottoccupazione toccano l’80% della forza lavoro.
La mancanza di un lavoro o la precarietà del lavoro portano con sé, innanzitutto, un grande avvilimento. La sfiducia che i poveri hanno nei confronti di se stessi e delle persone uscite dalla propria classe è enorme. È stato anche per un pregiudizio di classe (“Possono rappresentare il Brasile soltanto quelli che portano la cravatta”) che Lula, l’ex metalmeccanico brasiliano candidato delle sinistre, è stato due volte pesantemente sconfitto.
L’avvilimento e la spasmodica ricerca di fonti di sopravvivenza frantumano i nuclei familiari; le enormi distanze delle megalopoli, le disfunzioni e i costi dei trasporti pubblici rendono difficili i ricongiungimenti serali e comunque qualunque disteso dialogo affettivo. Molti uomini se ne vanno da casa perché non sopportano di sentirsi giudicati dalla fame dei figli; i bambini, ancora in tenera età, escono nelle strade alla ricerca di cibo.
Nelle grandi città si genera, in questo modo, il fenomeno che in Brasile viene chiamato dei meniños da rua. Il fenomeno dei bambini di strada si verifica in tutte le grandi città dei paesi che non hanno strutture sociali. A Mosca ed in alcune grandi città russe, nel 1994 sono stati schedati 600 mila bambini e adolescenti senza famiglia o di famiglie disgregate, come autori o sospetti autori di 223.000 crimini. In Brasile i bambini sospetti autori di crimini o anche solo di sporcizia non vengono schedati, vengono torturati, non raramente castrati, spesso uccisi. Il massacro dei bambini in Brasile ha assunto ormai livelli di vero e proprio genocidio, le vittime si calcolano in migliaia e migliaia ogni anno. Mediamente quattro bambini vengono uccisi ogni giorno nel solo stato di Rio de Janeiro.
In una situazione del genere non ci si può meravigliare se il problema numero uno delle megalopoli è la violenza. Alberto Castiel, presidente dell’Istituto brasiliano dei Diritti dell’Uomo, ha detto: “Dal 1985 al 1991 le persone assassinate nello stato di Rio de Janeiro sono state più numerose dei soldati americani uccisi nei sette anni di guerra del Vietnam, 70 mila contro 56 mila”.

Biglietto di sola andata
Perché queste città-mostro proliferano sulla Terra, in quel processo epocale che la sociologa Azevedo Brandão definisce “urbanizzazione sanguinaria”? La risposta è molto complessa ma può essere brutalmente riassunta in una semplice frase: a causa della legge del mercato. Se questa legge, la legge del profitto e quindi del più forte è l’unica norma regolatrice della vita sulla Terra, non si può evitare che immense masse umane si trovino cacciate dalle campagne, in cui la meccanizzazione, il degrado del suolo, lo schiacciante prevalere delle grandi aziende, la violenza degli agrari, il totale abbandono da parte dello Stato rendono intollerabile l’esistenza; e vadano verso il miraggio della città del danaro, incessantemente pubblicizzata dalla televisione e in cui si crede che le opportunità di lavoro e di una vita un po’ migliore (la presenza di scuole e di ospedali, per esempio) possano essere maggiori che nella desolazione delle zone rurali. Ci vanno come duemila anni fa il povero Lazzaro andava alla porta di Epulone, o anche – con molta maggiore dignità di Lazzaro – non per mendicare, disposte invece a lavorare duro.
Ma, come Lazzaro, non trovano che briciole. E poiché i poveri che si avviano, più o meno clandestinamente, verso le megalopoli hanno, al massimo, di che pagarsi il biglietto di andata, e quindi, comunque, devono fermarsi là dove sono riusciti ad arrivare, ecco che ormai, anche dai grattacieli più orgogliosi, si possono contemplare le case di cartone e di latta che circondano le megalopoli come una colata lavica di miseria.
Io non credo nelle virtù taumaturgiche della legge di mercato; ma sono poi certissimo che se essa non è accompagnata da meccanismi di correzione nel senso della solidarietà è destinata a produrre ovunque i terribili sfaceli che ha già prodotto nel cosiddetto Terzo Mondo, là dove il capitalismo è totalmente libero di seguire le proprie leggi e potrebbe dunque, se davvero la possedesse, dimostrarci la sua superiorità ideale e costruttiva.

La legge di mercato
Mi servirò ancora una volta dell’esempio del Brasile, un paese dotato di un immenso potenziale economico, di immense ricchezze naturali, uno Stato la cui superficie fertile è identica a quella della Cina. In Cina vivono, più o meno bene, un miliardo e 200 milioni di persone. In Brasile, stato a regime pienamente capitalista, illimitatamente capitalista, su circa 150 milioni di abitanti, 33 milioni e 200 mila persone, cifra stimata dal governo, sono da considerarsi miserabili, insufficientemente alimentate. Basterebbe un esempio del genere per sgretolare la pomposa presunzione di chi afferma che il libero mercato è sistema migliore del comunismo. Certo, dal punto di vista formale, in Brasile c’è più democrazia che in Cina e vi sono certamente assai meno prigionieri politici; ma chi muore di fame nelle favelas, chi è senza istruzione e senza protezione alcuna dallo Stato, non ha neppure l’idea di cosa possa essere la democrazia. Anche lo sfacelo dell’ex Unione Sovietica sotto la spinta del sistema liberista lasciato totalmente padrone di giocare le proprie carte è un esempio dell’intrinseca violenza della legge del mercato. Sono passati sei anni dalla caduta del muro di Berlino e dunque appare ipocrita addossare ogni responsabilità al cosiddetto socialismo reale se, per ammissione di Eltsin, il 50% dei russi vive oggi sotto il livello di povertà mentre va formandosi una casta di nuovi ricchi.
Queste constatazioni non bastano certamente, sia chiaro, a farci provare nostalgia per il cosiddetto socialismo reale, tanto meno per la orrenda follia stalinista, ma ci ammoniscono che non è certo il capitalismo travestito da liberaldemocrazia a favorire lo sviluppo umano, se per sviluppo intendiamo la possibilità di persone e di popoli di conquistare a sé e ai propri figli una vita non precaria e il rispetto dei propri diritti basilari.

Fine dello stato sociale
Vorrei aggiungere una constatazione: certamente le città-inferno sono spesso amministrate da persone incompetenti, giunte al potere con modi truffaldini o per capacità istrioniche, per un sorriso televisivo, per un modo di parlare soave, per la promessa di miracoli. Ma ve ne sono altre che scelgono di non governare per non intralciare il libero mercato. Deregulation è il loro motto, quasi che molte regole non siano conquiste di civiltà a tutela dei più deboli. Ideologi del genere vanno aumentando in tutti i paesi, a cominciare dagli Stati Uniti. Poiché molti paesi oggi sono fortemente indebitati – e gli Stati Uniti dopo i governi di destra di Reagan e di Bush sono tra i più indebitati -, poiché molti bilanci statali, come quelli dell’Italia, sono “in rosso”, per usare un gergo bancario, invece di tagliare gli sprechi e di aumentare il gettito fiscale facendo pagare le tasse in proporzione al reddito, come vorrebbe un’elementare giustizia, i governi tagliano le spese sociali, cioè la possibilità di vita degna per i cittadini meno abbienti. Così i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. E le città che godevano di un certo ordine diventano irriconoscibili. Qualche settimana fa il Corriere della Sera raccontava come nelle grandi città inglesi, flagellate dalla disoccupazione e dalla fine del welfare-state, cioè dello stato sociale (che non è, come vogliono farci credere, assistenza per i pigri e i mafiosi, ma aiuto a chi nasce sfavorito), in quelle città, dunque, dopo la cura tatcheriana sono aumentate le zone urbane a rischio, zone in cui il tassista si rifiuta di portarvi o in cui ai medici si consiglia di andare solo se scortati e dove i poliziotti si avventurano solo in pattuglia. E in una città come Roma già le periferie sono teatro di continue violenze e l’inadempienza scolastica arriva al 20%.

Quale città per il nostro futuro?
Mi ha raccontato mia moglie che l’altro giorno, al mercato rionale vicino alla nostra casa, un extracomunitario, probabilmente dello Sri Lanka o del Bangladesh, si è avvicinato a una signora per venderle dell’aglio. La signora gli ha detto: “Sparisci!”. È un fatto: noi vorremmo che i problemi e le persone che ci turbano scomparissero come per un tocco di bacchetta magica. Sfortunatamente le bacchette magiche esistono soltanto nelle favole. Ciò che esiste nella storia è il dolore di tante persone e di tante masse ed è non solo il dovere ma il bisogno di rapportarci ad esso, di rendercene corresponsabili. La nostra natura è tale che ogni rifiuto, esplicito o implicito, della solidarietà, non ci arricchisce, non ci risparmia, ci devasta, ci rende squallidi, disperati. Basta guardare ai figli degli egoisti, delle persone che gli insegnano: “Pensa ai fatti tuoi”. Quella che padre Balducci incessantemente proclamava – la necessità di renderci conto che ciascuno di noi ha una responsabilità planetaria – non è sentimentalismo né moralismo, è legge interiore sulla quale convengono tutti gli psicologi. Rinunziare alle responsabilità ci priva della gioia che nasce dall’avere compiuto un po’ del nostro dovere morale collegandoci a chi esprime speranze e capacità di lotta che a noi sembrano eroiche.

Che il povero abbia piena dignità
Per me sognare vuol dire credere fortemente che l’egoismo non può schiacciare definitivamente il concetto di uomo, e che l’uomo, la dignità dell’uomo, deve essere l’unico vero oggetto della politica così come della Chiesa. Diceva san Romero d’America: “La gloria di Dio è che il povero viva, abbia pienezza di vita”.
Come è stato possibile che noi lasciassimo cadere insieme alle ideologie mistificanti anche i nostri ideali? Com’è possibile che ormai ci troviamo tutti alla rincorsa delle destre, adottando un moderatismo e uomini moderati che gli somigliano, senza promettere a noi stessi che questa non è la nostra scelta definitiva, che – nell’interno di una indispensabile unità contro il neoliberismo che schiaccia i poveri e il cosiddetto postfascismo che ne cancella la percezione dei diritti e della dignità – vogliamo crescere sensibilità e disegni di mutamenti profondi dell’ingiustizia? Com’è possibile che siamo spesso intenti alla critica delle terribili inefficienze dell’ONU ma non abbiamo il coraggio di sostenere la crescente indispensabilità di un governo mondiale, di una ingegneria planetaria che rimodellino la Terra con la stessa forza, ma antitetica, con la quale la logica del profitto senza pietà getta allo sbaraglio centinaia e centinaia di milioni di creature umane e ne tiene incatenate un miliardo alla fame e all’abbrutimento? Com’è possibile che noi cristiani non ci leviamo per dire ai nuovi Erode il “Non ti è lecito”?
Perché ci sentiamo tanto deboli se non abbiamo mai misurato davvero la nostra forza, lasciando la politica nelle mani di una casta, considerandola cosa di non vitale importanza, parlandone più nei bar o nelle sacrestie che in riunioni di studio o in gruppi che ne approfondissero il significato, chiedendo a parlamentari e a ministri di farsi agenti di clientelismo personale, regionale o di categoria piuttosto che di pensare in grande? Perché, di fronte a un panorama mondiale connotato dalle devastazioni prodotte dal capitalismo, concediamo alla destra, magari implicitamente ma in modo del tutto determinante, il monopolio del buonsenso, della costruttività, quasi che l’anelito della giustizia e della dignità umana sia cosa astratta, incapace di darsi programmi e mobilitazione?
Vorrei soltanto che questo “perché” continuasse a risuonare nelle nostre orecchie. Vorrei che ci rendessimo conto che se anche è così difficile dire dei “sì” dobbiamo intanto essere capaci di dire dei “no”. Anche dai “no” può nascere un progetto, così come, cinquant’anni fa, da un “no” alla violenza del nazismo e del fascismo nacque la Resistenza e poi la democrazia e poi la repubblica e poi una delle più belle costituzioni che mai nazione al mondo si sia data.

Ettore Masina Giornalista, fondatore della Rete Radié Resch Ex parlamentare e membro della Commissione Esteri della Camera dei Deputati