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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

“Oltre” il volontariato: forme e caratteristiche della cittadinanza attiva

di Ripamonti Ennio

La zattera del gratuito nell’oceano dell’utilitarismo
Vorrei raccogliere lo stimolo lanciato da Giuseppe Stoppiglia nel suo denso editoriale pubblicato sul numero 19 di Madrugada a proposito del primato del gratuito in un contesto che pare ogni giorno celebrare la festa dell’utile. Sicuramente viviamo in un’epoca contrassegnata da una forte cultura utilitaristica. Lascio ad altri più esperti di me le considerazioni etiche, assolutamente condivisibili, di critica a questa cultura che, fra l’altro, sta lasciando sul tappeto più di una vittima. Molte ricerche segnalano infatti con preoccupazione il proliferare di fenomeni indicatori di una società sempre più centrata sul benessere materiale e sempre più incapace di costruire benessere relazionale. Il tema scelto da Madrugada mi pare quindi di grande attualità e mette “il dito nella piaga” di una società che, a pochi anni dal 2000, fatica a farsi carico di questioni radicali legate alla qualità della vita delle persone, dei gruppi e delle comunità. Vorrei però con pari schiettezza condividere con i lettori di Madrugada una preoccupazione tutta personale: la facile contrapposizione fra utilitarismo e gratuità. Mi preoccupa cioè la facilità con cui si potrebbero costruire delle comode dicotomie: da una parte starebbero coloro (persone, gruppi, organizzazioni) che inneggiano al primato dell’utile e del guadagno (profit) e dall’altra coloro i quali, opponendosi a questa cultura, enfatizzano il valore del gesto gratuito (non profit). Ho sempre guardato con sospetto alle divisioni troppo rigide, rischiano sovente di essere semplicistiche e in tal modo nascondono più di quello che rivelano. La realtà è terribilmente, ma anche meravigliosamente, più complessa.

Un intreccio composito
Partiamo con alcuni esempi. In un progetto di prevenzione del disagio giovanile in cui sono impegnato, in un comune della cintura esterna di Milano, si stanno avviando una serie di collaborazioni con le associazioni di volontariato presenti sul territorio (oltre 100). Il presidente della Consulta del Volontariato, che rappresenta molte decine di associazioni della città, è un noto industriale della zona nonché membro di una delle famiglie tradizionalmente più ricche e più influenti. Centrato (giustamente) sul “profitto” nella conduzione dell’azienda nel suo ruolo di imprenditore (attento al mercato, alla concorrenza, alla produttività, alla efficienza) sposta il baricentro sulla “gratuità” e la “solidarietà sociale” nel suo ruolo di presidente della Consulta del Volontariato (attento ai bisogni sociali, alla collaborazione, alle relazioni umane, all’efficacia dell’aiuto). Niente di male direte voi. Infatti: niente di male. Non è mio interesse centrare l’analisi sul caso individuale che lascia aperte le più differenti impressioni. L’elemento interessante è di carattere culturale. Nella società postindustriale le aree del profit e del non profit non sono infatti chiaramente delineate ma tendono, al contrario, ad intrecciarsi nei modi più diversi. La critica non è quindi appannaggio dell’area di schieramento dichiarata (profit/non profit) ma si dovrebbe focalizzare sulle forme culturali di questo intreccio e sui comportamenti praticati dalle/nelle organizzazioni. Da questo punto di vista è esperienza comune verificare il distacco esistente fra le dichiarazioni di principio e le azioni. Non è raro incontrare associazioni di volontariato o cooperative con scarso livello di democrazia interno, poca trasparenza dei bilanci e stili di leadership autoritari.

I paradossi del volontariato
Il volontariato organizzato nasce e si sviluppa dentro e non fuori una società profondamente diseguale. Non mi pare perciò che possa essere solamente la natura volontaria dell’azione a rappresentare un elemento alternativo alla cultura dell’utilitarismo. Anzi, non mi pare esagerato affermare che esistono organizzazioni di volontariato più o meno consapevolmente utili alla cultura dominante del profitto. Da questo punto di vista assisto con un atteggiamento di uguale curiosità e sospetto al crescente interesse di molte imprese tipicamente profit (banche, assicurazioni, aziende) al finanziamento di organizzazioni o programmi non profit. Sicuramente per molti casi rappresenta una crescita di sensibilità solidale o, molto più spesso, indica una sempre maggiore capacità promozionale delle organizzazioni non profit. Alcune tradizionali Casse di risparmio cominciano a proporre conti correnti etici, sicuramente mosse da nobili propositi quanto, probabilmente, da attente valutazioni di marketing. Nel mercato della comunicazione sociale la “solidarietà” può anche contribuire a “vendere più merci”. Muoversi con obiettivi non profit in un contesto di capitalismo avanzato significa quindi, probabilmente, saper navigare in maniera creativa e intelligente in un oceano tumultuoso di contraddizioni. Irrigidire la contrapposizione e la coerenza rigorosa può irrigidire in uno sterile ideologismo tanto “puro” quanto “immobile”. Dall’altro lato erodere le distinzioni e le differenze porta rapidamente ad un atteggiamento confusivo, opportunistico e strumentale rappresentabile da una sorta di machiavellismo della solidarietà: per cui qualsiasi “mezzo” è giustificato per il “fine”. In questa direzione si naufraga rapidamente nei territori dello pseudosolidarismo televisivo, ben descritto da Francesco Monini nel numero 20 di Madrugada.

Le molte forme della cittadinanza attiva
Vorrei con queste brevi note portare un altro contributo. Forse un po’ tangente. Scusate se forse un tantino eclettico. Il contributo tenta di mettere in fila una serie di considerazioni rispetto ad un fenomeno che da più parti si tenta di riassumere con il termine forse un po’ generico ma sicuramente efficace di “cittadinanza attiva”. Si stanno sperimentando in diverse parti del nostro paese forme di autorganizzazione dei cittadini che fino a poco tempo fa non esistevano. Sicuramente uno dei fattori determinanti di questi fenomeni è la crisi dei tradizionali strumenti di appartenenza politica tradizionale. Ma non solo. Accanto alle forme di volontariato e di associazionismo tradizionali che hanno nel nostro paese salde e profonde radici si assiste ad un proliferare di forme di organizzazione autonoma dei cittadini per le ragioni più diverse e per gli scopi più disparati.

Autoaiuto e mutuoaiuto
Si tratta di esperienze in cui le persone si uniscono per aiutarsi reciprocamente nella soluzione di un determinato problema. I cosiddetti gruppi di self help sono una realtà in costante crescita anche in Italia. Pur mancando ricerche precise da più parti e nei più differenti ambiti si assiste al diffondersi dell’autoaiuto: dai contesti più consolidati (alcolisti, tossicodipendenti, diabetici, sieropositivi, ecc.) a quelli più recenti (familiari di malati di Alzheimer, donne e uomini separati, genitori di bambini down, ecc.). Caratteristica centrale del fenomeno dell’autoaiuto, oltre alla gratuità, è il sostegno reciproco da parte di persone che condividono (o hanno condiviso) lo stesso problema. A mio parere l’auto e il mutuoaiuto rappresenta un fenomeno di grande interesse da incentivare e sostenere con adeguate iniziative di supporto.

Organizzazioni di base e di comunità
Di carattere diverso sono i fenomeni di cittadinanza attiva che vedono la condivisione oltreché dello stesso problema anche dello stesso territorio. Soprattutto negli ultimi anni abbiamo assistito ad un proliferare di gruppi e comitati di cittadini per un qualche problema inerente un quartiere, un rione, un condominio o una via. Molti di queste organizzazioni enfatizzano l’aspetto della protesta, altre invece riescono ad assumere atteggiamenti propositivi. In entrambi i casi gruppi più o meno numerosi di cittadini si organizzano per risolvere un problema che li riguarda. Le organizzazioni di base e di comunità sono fenomeni di fondamentale importanza in una società democratica. Il coinvolgimento attivo e l’assunzione diretta di responsabilità da parte delle persone rispetto ad un problema che li riguarda sono aspetti irrinunciabili di qualsiasi tipo di sviluppo sociale. Senza la partecipazione dei cittadini qualsiasi lavoro di comunità si riduce a pura ingegneria sociale. Ma la partecipazione da sola non basta per produrre una cultura solidale. Possono nascere e crescere (e succede sovente) organizzazioni di cittadini che si uniscono su obiettivi di sicurezza con strategie intolleranti contro vari soggetti (immigrati, sieropositivi, rom, disabili, ecc.). Si tratta in questo caso di promuovere processi sociali che uniscano partecipazione popolare e tolleranza.

Movimenti e gruppi di azione politica
Gli anni ’80 hanno visto un forte declino dei partiti tradizionali. Questa crisi ha sicuramente prodotto un progressivo allontanamento di molti cittadini dalla politica attiva. Nonostante questa crisi, o forse grazie ad essa, l’impegno politico attivo ha “cambiato pelle” caratterizzandosi in movimenti più brevi ed intensi (su problemi emergenti) oppure in Gruppi di azione a medio-lungo termine. Nel nostro paese sono attivi centinaia di gruppi o associazioni senza scopo di lucro impegnati nell’area della solidarietà internazionale, dell’ecologia e della protezione ambientale, della prevenzione della tossicodipendenza e dell’AIDS, della nonviolenza, ecc. Caratteristica di questa esperienza è un certo livello di specializzazione (focalizzazione su un problema preciso) e un discreto grado di attivizzazione (interventi diretti). Nell’era del villaggio globale la stessa democrazia politica dovrà “nutrirsi” della dialettica con i movimenti ed i gruppi di azione.

Autogestione e cogestione di servizi
Per autogestione intendiamo qui le esperienze in cui gruppi più o meno numerosi di cittadini si assumono gratuitamente responsabilità di gestione di strutture ad interesse pubblico. In questo ambito le esperienze più conosciute sono probabilmente in ambito giovanile (centri sociali autogestiti) anche a seguito di una considerevole ripresa del fenomeno nei primi anni ’90 dopo oltre un decennio di letargo. Ma l’interesse per l’autogestione non è limitato all’ambito giovanile (dove peraltro tende ad assumere una vesta prevalentemente di opposizione e di estrema politicizzazione). Sono sempre più diffuse, ad esempio, le esperienze di autogestione di strutture di proprietà pubblica (centri sociali, centri ricreativi, centri sportivi) da parte di gruppi e associazioni di anziani. L’interesse per questo fenomeno è dato dal considerare i cittadini non solo utenti di servizi ma anche produttori di servizi, risorse attive della comunità. Enti di cogestione mista tra pubblico ed organizzazioni non profit del privato sociale si stanno estendendo ad altri ambiti mostrando frutti insperati sia rispetto alla efficienza che ai risultati.

Imprese sociali
La sfida più interessata lanciata alla logica del profitto è probabilmente quella proveniente dal cosiddetto “terzo settore”. Questa sfida è riassumibile nella scommessa di tenere insieme la parola impresa con la parola sociale: ed è esattamente il punto da cui siamo partiti. Oltreché sviluppare attraverso il volontariato delle esperienze parallele al sistema delle imprese si tratta di promuovere un altro modo di fare impresa. E qui la sfida è lanciata sullo stesso terreno dell’economia capitalista avanzata in cui tutti noi viviamo. Questo può significare costruire imprese solidali, incentivare forme di imprenditorialità orientate alla qualità della vita e all’equilibrio ecologico, nonché boicottare, come consumatori, aziende scorrette o corrotte.