Scorrendo le pagine di Madrugada

Cari lettori e care lettrici,

rovistando tra le carte abbiamo trovato un vecchio foglio polveroso che Stefano Benacchio ha ripulito. Poco prima ha suonato roco il fax, dal quale il presidente raccoglie un grazie per la serata di Velasco. Dietro la polvere un lungo articolo; in italiano con qualche parola in latino: Diritto internazionale. Una lunga indagine per scoprire una prassi del diritto allo sviluppo anche per i paesi in via di sviluppo. Dietro le iniziali del fondo pagina si scopre Elvezio Santarelli che apre un dibattito, su cui aspettiamo il tuo intervento.
Prende la parola senza alzare la mano il filosofo Enzo Demarchi, che racconta la tappa di un popolo alla ricerca della terra, i Senza terra, come spazio di vita fuori della città che scoppia, un popolo che a Eldorado dos Carajás, spazio del miraggio, luogo dei sogni incontra la polizia che spara in alto per poi mirare in basso, alla cintola; ma non fa il solletico come la mamma che diceva guarda in alto l’uccellino. E crollano i birilli, cadaveri invasori di una terra mia, che ci faccio quel che mi pare, dice pacato il fazendero.

Non è un papiro quello che riporta la voce del Nilo; non sono geroglifici quelli che parlano di una necropoli in cui rivivono esseri umani, non ancora morti; sono solo le parole drammatiche di Ettore Masina che ci racconta l’orrore della dismisura, e la sorgente inesausta del vivere.
Sotto la tenda incontriamo i giovani di Macondo, in cerca d’ali, intenti a scrutare il futuro. Corre la barca sul rio Tapajos; sulle rive del lago Pino Scotton non riesce a staccarsi dal luogo che lo ha incantato; dalla barca lo chiamano la moglie e gli amici, ma lui scompare, ricompare e si immerge; non è l’isola di Circe; forse la terra degli abbracci (Galeano), o forse è la foresta di Edil.

Quando arrivi al centro del fuoco la luce si fa abbagliante; ci spostiamo ai margini delle categorie, e cerchiamo le trasparenze, la clarità del Volto. Non si può parlare seriamente della vita senza il suo limite; e non puoi intravedere l’assoluto senza andare oltre la precarietà. Con stile ora elegiaco, ora retorico, ora filosofico, incontriamo Giuseppe nel controcorrente.
So che stai guardando le strenne di Natale, ed hai anche tu come me il naso attaccato alla vetrina con la neve che non si scioglie fino alla befana. Arnaldo De Vidi ci offre questa strenna, senza pubblicità, dietro il mercato, oltre lo steccato, dentro l’utopia dal titolo: gli amici dello Sposo.
Welfare State, un bel fare che sto, che tradotto significa Stato Sociale; pare sia la causa di tutti i mali, la risorsa prima dei nostri salari; motivo di contesa e di perplessità. Riempie il guscio A. Mastropaolo, e tu non succhiare in fretta, uovo di serpente, tuorlo di gallina, eco di mare che sia.
Ancora un fiume, affluente del grande rio Amazonas, Putumayo. Corre al confine con l’Equador; in una bottiglia di plastica abbiamo raccolto un messaggio, che grida l’innocenza di undici uomini detenuti dal 1993; e non sappiamo ora dove siano; la firma in calce è di Fongaro Claudio e Lorenza.

“Che mi importa a me del PIL, cari economisti, se la mia carne deperisce, e le mie ossa si frantumano e la mia anima è angosciata. I poveri sono uomini in carne ed ossa. La vita è la verifica dell’economia”. Chi dirà ancora queste parole, ora che Betinho è morto? Ora che Betinho ha ceduto il remo, chi batterà l’onda? Voghiamo Maurizio, la sponda è ancora lontana, e nessuno fa il tifo.
C’è poi la lunga serie inconcludente come il tempo, di Macondo e dintorni, del cronista impertinente. Seguono le annotazioni del presidente sul coordinamento di settembre. E poi le immagini commentate da un amico carissimo, Luigi Fogli, uditore ad un campo scuola, che scrive lungo i tornanti della memoria. Non ti fermare, gira la ruota, gira il vento la pagina.