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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Ernesto Balducci

di Boschetto Benito

L’uomo planetario

Quando gli amici mi hanno proposto una testimonianza su Ernesto Balducci, ho accettato d’impulso, quasi a gustarmi il piacere del privilegio. Poi, solo poi, dopo una riflessione più consapevole, che riandava ai ricordi e al grande patrimonio sapienziale a cui ho avuto il vero privilegio di attingere, come allievo fra i molti nella propaggine aretina del Cenacolo di Testimonianze, mi sono reso conto che mi ero imbarcato in una vera e propria impresa.

Spigolando fra i suoi testi, le sue dispense, gli appunti di conferenze, esercizi, omelie che conservo con preziosa cura, proverò a tirare fuori qualche pillola che consenta, a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo, di percepirne la grandezza.

Ma in questo non facile tentativo, ho scelto di assumere un segmento, peraltro per alcuni versi largamente comprensivo della sua visione di fede e umanistica: quello del rapporto fra cristianesimo-Chiesa e mondo moderno.E ciò sempre con l’intento, appassionato e positivo, di contribuire a rimuovere le scorie, che ne inquinavano la loro essenza e il rapporto più intimo tra di loro.

Grande e perspicace lettore dell’evoluzione antropologica del mondo moderno, e geniale profeta del futuro, a cui guardava con suggestive rappresentazioni. Seguendo, in ciò, un percorso sempre razionale e che, sempre, partiva dal presente, ma che il futuro lo anticipava, indicando le vie maestre dell’impegno virtuoso, utile a inverare negli sviluppi della storia il senso di marcia dell’umanità. Le vie delle aspirazioni utopiche: la piena liberazione dell’uomo, per esempio. E quelle dei nodi problematici, a cominciare dalla pace, che lui sentiva quasi visceralmente.

Chiesa e mondo non antitetici

Chiesa e mondo, quindi. Termini non più antinomici («il cristianesimo, prima di essere una lotta, è una presenza, il cui splendore persuasivo sarà il solo capace di conquistare le coscienze»). Siamo troppo abituati, diceva, a collocare questo rapporto entro le categorie belliche che tornavano, stupendamente, ai tempi delle crociate, e tutt’altro che morte. Ma questo alzava bastioni che finivano per restringere la Chiesa in una tetra dimensione museale, a uso esclusivo di chi è dentro le mura. E dire, invece, che tutta la forza del cristianesimo non sta nelle sue capacità apologetiche, e nemmeno nei suoi sistemi filosofici, anch’essi relativi, ma «nella sua capacità di essere presenti nel mondo, e di attirare, solo in virtù della sua presenza, le nostalgie e le speranze del mondo». Di tutto il mondo, e compromettendosi con esso.

La problematicità tra ottimismo e pessimismo

L’avventura storica della Chiesa, ci dice Balducci, ha del miracoloso: ha assunto una civiltà terrena, l’ha animata, fino a raggiungere quasi un impossibile miracolo di armonia fra le creazioni di questa civiltà e le promesse escatologiche. Cadendo però in una permanente tentazione. «Essa, pur essendo sostanziata da creature umane, ha come fine il Regno che non è di questo mondo, per realizzare il quale ha le sue leggi, non assimilabili alle leggi delle istituzioni di questo mondo». «Ma avendo, la Chiesa, intrecciato al proprio essere soprannaturale, le istituzioni naturali, ha trasferito con estrema facilità le leggi soprannaturali nell’ordine naturale, e le leggi naturali nell’ordine soprannaturale. Si è comportata, in questo mondo, adottando, come sue, le leggi delle civiltà terrene. Ma mentre la legge della Chiesa è la missione, la predicazione inerme, l’annuncio di Cristo alle coscienze libere, la legge della civiltà è la conquista, l’espansione di sé, la difesa di sé con la forza. Una commistione terribile» che, si può dire, non ha fatto bene né alla Chiesa né al mondo.

La storia è piena di esempi. Dalle crociate in poi, ma già prima con Carlo Magno, Clodoveo, Costantino o Teodosio e la sua persecuzione dei pagani con le armi. O i ministri massoni francesi, della nazione più illuminata cioè, che finanziavano, insieme, i colonizzatori e i missionari!

Elementi di modernità

Ma il nostro mondo, con tutte le sue contraddizioni – oggi ancora di più di quando Balducci studiava e predicava -, è, comunque, un mondo nuovo che sta aprendo un’epoca nuova. Un’epoca nella quale non si abbassa il livello delle sfide, anche per la stessa Chiesa, ma che ne cambia, invece, profondamente, i caratteri. Quali secondo Balducci?

Anche se l’excursus può risultare un po’ schematico, penso che meriti soffermarsi, brevemente, su quei tratti che lui individua come i più rilevanti elementi di novità della modernità.

Intanto l’emancipazione «definitiva e irreversibile» del profano dal sacro. «Il profano si è liberato dal sacro». Ed è una grande cosa. Si comincia a distinguere e separare, cioè, le istanze religiose da quelle sacre, una volta così confuse, tanto da non poter più discernere ciò che apparteneva a Dio, e ciò che apparteneva all’uomo. Che non tutto il mondo sia ancora così, lo dimostra la persistenza di blocchi.

La nascita dello stato di diritto, in origine fortemente osteggiato dalle Chiese, a cominciare da quella cristiana, è l’affermazione dello stato laico. Lo sviluppo delle organizzazioni internazionali è, anch’esso, un’ulteriore conquista della laicità. «Non c’è bisogno che il Papa vada a benedire l’Onu, perché l’Onu ha una propria autonomia di ordine profano che, come dice la Pacem in Terris, ha in sé un ordine naturale che è la sua santità intrinseca».

Fine del primato occidentale

C’è poi la fine del primato occidentale a farci riflettere. Lo vedeva Balducci già all’inizio degli anni sessanta. Pensiamo a quanto è ancora più vero, oggi. Un dato, questo, che per il mondo, come per la Chiesa, ha un valore enorme, perché ci costringe a registrare nella coscienza di ciascuno di noi quegli avvenimenti che tutti i giorni avvengono da ogni luogo della Terra, non con gli schemi dominanti della sopraffazione culturale e politica dell’occidente, ma secondo la loro originalità. Un pluralismo di civiltà diverse che, tutte, muovono l’umanità verso un unico fine, superando la pretesa di superiorità della nostra civiltà, applicata come misura assoluta di valore comparativo. Un processo liberatorio che, non solo spazza via gli idoli che ci siamo portati dal passato, ma ci porta alla formazione di una coscienza planetaria, che ci emancipa.

L’emergere di popoli nuovi, indigeni, dal sud del mondo, con una soggettività nuova, segna una svolta epocale, proprio perché mette in crisi la pretesa della civiltà occidentale di essere universale ed esclusiva. E, con essa, mette in crisi, positiva, lo stesso cristianesimo che ne è strettamente associato, perché non può più pretendere, ormai, di essere l’unica vera religione a carattere universale ed esclusiva («Il Dio nel quale oggi crediamo è più grande del cristianesimo» ci dice il teologo Giulio Girardi).

Le visioni totalizzanti del mondo

«Importantissimo» per il nostro Maestro, poi, è un tema a cui fa cenno anche la Pacem in Terris, e rappresentato dal fatto che «si stanno dissolvendo le visioni del mondo che, nel passato, si ponevano in rapporto di alternativa al cristianesimo: esse non sono più «weltanshaungen» visioni della vita (dall’hegelismo, al marxismo, al positivismo ecc.). Visioni che, per più generazioni, erano diventate le religioni nuove dell’uomo intelligente, sono divenute filosofie modeste che camminano con mani e piedi, rasoterra, senza più la velleità di spiegare il mondo e la filosofia della storia». E il cristianesimo spinto, allora, a una forte opposizione, ha finito per assumere, come con il Sillabo per esempio, atteggiamenti difensivi e fuorvianti.

L’istanza marxista, soprattutto, con la sua pretesa di ideologia materialista e totalitaria, ha costretto il cristianesimo a un’opposizione radicalmente polemica. E fuorviante dicevamo, perché ha portato a una sorta di esaltazione sbagliata dei valori spirituali, in contrapposizione a quelli materiali. Una dissociazione suggestiva, ma falsa, con i valori dello spirito, a cui si conferisce un significato finalistico, e, in contrapposizione, il contesto materiale in cui si incarnano. «Con la conseguenza di affidare la difesa dei valori spirituali a coloro che non vogliono accettare il mondo moderno e la sua realtà complessa. Cosicché, strana cosa è vedere che un reazionario è sempre spiritualista, come se i valori spirituali dovessero reggersi sulle bandiere dei conservatori».

Ma è significativa, su questo punto, anche la riflessione di Teilhard de Chardin, quando afferma che «il cristianesimo è l’unica religione che dà senso positivo alla materia» e spiegando che la tecnica ucciderà tutte le religioni, proprio perché esse sono basate tutte sul dualismo materia-spirito e sulla tendenziale identificazione del male con la materia. «Solo il cristianesimo sopravviverà, dice, perché è legato al dogma della creazione originaria, dell’incarnazione del Verbo e della resurrezione finale delle cose materiali», quelle, appunto, che Dio «vide che erano buone».

Rapporto guerra e pace

Un altro dato nuovo che connota, con discontinuità il mondo moderno, e che segna profondamente sia la realtà oggettiva che le coscienze degli uomini, è il rapporto guerra e pace. Ha dedicato molte riflessione Padre Balducci a questo tema, che sentiva profondamente. Qui mi limito solo a richiamare la sua idea di fondo: la bomba atomica e la proliferazione nucleare hanno cambiato radicalmente le idee-guida delle nazioni che hanno segnato la storia umana (la nazione come potenza), mutando i termini obiettivi del problema, sulla sproporzione fra fini e mezzi. Ciò che rende la guerra intrinsecamente immorale, che cancella la teoria, pur discutibile, della guerra giusta, e che si riflette sia nelle strutture che nelle coscienze. E saranno soprattutto queste ultime a dover generare il mondo nuovo anche rispetto a quelle predicazioni che, nella stessa Chiesa, hanno continuato a lungo a considerare la guerra un mezzo necessario. Resta clamorosa la reazione dell’autorevole filosofo e teologo francese Antonin Sertillanges, al monito di Benedetto XV sull’«inutile strage» riferito alla prima guerra mondiale: «Zitto, o Papa, perché noi non ti ascoltiamo!».

Le moltitudini non più oggetto di storia, ma soggetto

C’è, infine, in questa analisi di Balducci, un tema più spostato sul fronte politico/sociologico, che caratterizza fortemente la storia e il mondo del nostro tempo: il passaggio delle masse umane da puro oggetto di storia a soggetto di storia. Nel passato, quasi fino a noi (un passato che forse continua, in riferimento all’economia e alla finanza), la vita delle nazioni e dell’umanità si svolgeva con questo fondamentale dualismo: da una parte una ridotta classe dirigente che comandava e che, spesso con la benedizione di santa madre Chiesa in quella confusione fra sacro e profano che ricordavo poc’anzi, concentrava su di sé potere e ricchezza; dall’altra, masse inerti di popolazioni che accettavano o subivano, quasi fosse, quella, una sorta di volontà di Dio. E, diffidando della coscienza soggettiva, pericolosamente eversiva, accadeva che non solo si raccomandava rassegnazione, ma «anche quando dubiti che l’autorità abbia ragione, devi propendere a dargli ragione».

Ebbene, ma la Chiesa con questo mondo moderno, con questi connotati, come e quanto c’entra? Eppure, afferma con forte convinzione Ernesto Balducci, la Chiesa, in un mondo così fatto, trova il momento migliore della sua storia. Abbandonata, dice lui, la confusione della difesa indistinta dei valori assoluti, da difendere sempre, con quelli effimeri da trascurare (oggi tutt’altro che abbandonata, ma «riesumata»); finita totalmente la civiltà sacrale, la confusione fra sacro e profano, fra temporale e spirituale, la Chiesa riacquista la sua vera dimensione, che è la dimensione profetica.

Ma cos’è la dimensione profetica? «Mentre lo Stato deve promettere beni perseguibili e raggiungibili nel tempo, senza andare oltre, altrimenti scivola nelle mitologie, la Chiesa non parla di beni di questo mondo, non promette successi di questo mondo. Il suo fine è oltre: la sua struttura, la sua intima esistenza è profetica perché tende verso ciò che non è temporale, non è storico… Lei deve promettere ciò che le è stato affidato, cioè il Regno di Dio e la sua giustizia».

Questo è il grande messaggio dell’insegnamento di padre Ernesto: non farsi catturare dalle criticità del tempo storico che stiamo vivendo, anche dentro la Chiesa, ma guardare davvero ai segni del tempo con la fede e la speranza che ci proiettano oltre la contingenza storica.