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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Ragionare sull’antifascismo # 1

di Realdi Giovanni

Alla scuola del Non Mollare

Sacra Maestà, famo li giochi?

1925, tra Roma e Firenze si muove un gruppo di giovani irrequieti. Hanno tra i venticinque e i trentadue anni e sono figli della buona borghesia italiana. Sotto l’alta guida di Gaetano Salvemini, dopo il discorso del 3 gennaio di Mussolini alla Camera, decidono di dare concretezza a un progetto di stampa clandestina, giacché la libertà di parola era in piena fase di soppressione. Titolarono il foglio illegale – sia ben chiaro: dopo ore di discussione – «Non mollare», o vero «un rimprovero, un incitamento, un comando a tutti i cacastecchi, che ormai con mille ragioni dimostravano che ormai non c’era più nulla da fare; a tutte le anime pavide che già accettavano il fascismo come un fatto compiuto, adattandosi alla servitù per timore del peggio», così Salvemini stesso, nel 1955. L’opera non si presentava affatto semplice: il denaro veniva raccolto da amici e da amici di amici – quando mancava ci pensavano i Rosselli, scialacquando il patrimonio famigliare; in ciascuna delle tipografie individuate (tra Firenze, Milano, Reggio Emilia, Padova, Treviso, Roma…) si potevano stampare, senza «bruciare» gli artigiani, al massimo un paio di numeri; era necessario assoldare una rete di distributori fidati, che sparpagliassero le due/tremila copie redatte (sino al massimo di dodicimila del febbraio 1925), gente del ceto medio e popolare, persone individuate una per una per massima affidabilità, sfruttando anche la rete del movimento «Italia libera»; i postini si affrettavano ad annullare i francobolli in modo che non si leggesse il treno che aveva effettuato il trasporto; alcune copie venivano eliminate fresche di stampa, perché brulicanti di errori; in altri casi la redazione scordava di cambiare il numero dell’edizione, preda del disordine. «Circolava con rapidità fulminea – sempre Salvemini – si capisce perché. Nessuno sopprimeva il foglio, prima perché voleva leggerlo e poi perché avrebbe fatto una cattiva azione, non passandolo ad altri; ma non voleva farselo trovare addosso, in caso di sorpresa».

Il re, nei primi mesi dell’anno della «dittatura a viso aperto», era stato interpellato da non meno di venticinque direttori di quotidiano, che denunziavano la violazione della libertà di stampa che il ministero fascista commetteva contro la lettera e lo spirito dello Statuto. Il Savoia si limitò a rispondere che aveva fatto trasmettere l’esposto a Mussolini. E così, il foglio clandestino, lo ingaggiava: «Sacra Maestà, famo li giochi? Essere re costituzionale non significa ridursi nella condizione di una macchina da metter firme, e di un sordo-muto-cieco, buono solamente a fare da passacarte agli ordini di un qualunque assassino o imbroglione che sia arrivato con la violenza o con la frode fino alla vostra anticamera reale, e vi abbia estorto, in un’ora di smarrimento del paese, la nomina a primo ministro».

Cacastecchi

Il «Non Mollare», nei suoi pochi mesi di vita, non si prefisse l’obiettivo di far concorrenza ai giornali, né di veicolare le tesi di questo o quel partito, ormai per altro tutti in fase di entrata nella clandestinità. Si trattava di riportare «articoli e notizie che non possono essere pubblicate nei giornali d’opposizione», mettendo in evidenza fatti minori (come l’attacco al suon di manganello contro gli studenti dell’università di Firenze nel giorno dell’inaugurazione dell’anno accademico; numero 1/gennaio 1925) o documenti decisivi, come il «memoriale Filippelli» e altri testi d’accusa relativi all’assassinio di Giacomo Matteotti (numero 5/febbraio 1925).

A leggere le tavole che riproducono le copie d’allora, mi viene in mente il lavoro di Wikileaks, sebben depurato dagli eccessi personalistici (eppur così fisiologici, oggi) legati al suo fondatore Julian Assange. Si potrebbe supporre una differenza fondamentale: chi infatti è in grado, tra di noi, di leggere e comprendere appieno i documenti segreti postati sul sito? Quale conoscenza non solo della geopolitica internazionale ma anche delle lingue è necessaria? E, ancor più, è possibile affidarsi completamente al lavoro di questi giornalisti, rinunciando a ottenere trasparenza sulle vicende e sugli atteggiamenti di Assange? Quest’ultimo quesito, in fondo, vale anche per le intenzioni e il blog di Beppe Grillo, che pur vorrebbe rispondere alla chiarezza invocata da moltissimi.

Nel 1925 il problema era l’assenza di informazione: alcune cose non si dovevano sapere. Oggi è l’assenza di informazioni dovuta alla moltiplicazione delle interpretazioni, delle posizioni. Nel 1925, l’interpretazione dei fatti data dal «Non mollare» era chiara, vivida: una rassegna di dati per spiegare come il governo si fondasse sulla violenza, innanzitutto fisica, e per denunciare l’attendismo delle opposizioni, tra le cui file «i cacadubbi, gli strateghi, i manovratori, i machiavellici ci hanno fatto abbastanza danno». I destinatari non erano solo coloro che condividevano l’opzione antifascista – in senso stretto: la critica radicale al partito unico al potere. Il foglio avrebbe dovuto portare allo scoperto, invitare alla riflessione, se mai scandalizzare, tutte quelle italiane e quegli italiani che non combattevano «sul serio e attivamente la battaglia antifascista», come recita un manifesto romano del 1925 stesso: «Lo sanno anche i sassi che il coraggio dei fascisti è il coraggio dei dieci, dei cento contro uno (…). Non si mettono mai uno contro uno: ad armi pari: o come si spiega, allora, che i fascisti siano sempre in tanti a picchiare contro uno solo, quando sono poche centinaia di migliaia di fronte a un popolo di quaranta milioni? (…) Basterebbe che una decima parte del popolo si opponesse alle prepotenze fasciste, per vedere gli eroi fascisti dileguarsi come neve al sole». Sono appunto i «cacastecchi», gli spilorci, gli avari, coloro che hanno smesso di dare il proprio contributo alla causa liberal-democratica, e si sono rassegnati.

Antivax e Antifa

Oggi i contributi abbondano. Anche chi non sia, come me, invischiato nei cosiddetti social e seguisse solo alcune testate giornalistiche on line, oppure più banalmente – ma niente affatto più semplicemente – sia (stato) iscritto a una chat telefonica che pretenda di organizzare per esempio gruppi di genitori, sa benissimo che lo spazio «pubblico», lo spazio aperto dai mezzi tecnologici e informativi al fine di comunicare col prossimo, è pieno di messaggi, richiami, invocazioni, denunce, prese di posizione. Siamo circondati da una grande vitalità dialettica, costituita da tutti quegli appelli a un qualche valore che si ritenga in pericolo e necessario difendere con ogni mezzo. Ci troviamo in effetti immersi nelle grida allo scandalo, tanto dal faticare a percepirne i contorni.

La vicenda della reazione popolare all’obbligo di vaccino legato alla frequenza scolastica è nota, come sono noti i termini del dibattito «virtuale» (ma non solo) che ne è sorto. Virtuale perché in massima parte agito attraverso scambi di messaggi con persone che non si hanno di fronte, in carne e sangue e, spessissimo, che non si conoscono nemmeno. Ora, questa possibilità – di poter affermare la propria visione delle cose, si tratti di profilassi infantile o di sfericità della Terra – accade non solo perché abbiamo tutti in tasca un computer collegato in rete, ma altrettanto decisamente perché abbiamo interiorizzato il diritto universale alla libertà di espressione e di parola. Tutti, nelle cosiddette democrazie occidentali, percepiscono come ovvio il fatto di avere un’opinione e di poterla esprimere; una minima parte si chiede se può farlo, o se sia in grado di farlo: tantissimi lo fanno e basta, a prescindere dalla ragionevolezza delle proprie posizioni e dalla qualità delle proprie argomentazioni. Gli «antivax», come i vegani, gli animalisti, gli home-schooler, le Sentinelle, i keynesiani, gli autonomisti, oppure come i terrapiattisti, i dietrologi, gli sciachimisti, i negazionisti, i complottisti, i fusari di ogni sorta hanno il privilegio di poter difendere la propria tesi, spesso il proprio motivo di esistenza. Abbiamo una qualsiasi tesi? Troveremo il gruppo che fa per noi, non saremo più voce di uno che grida nel deserto!

Bene: va affermato con chiarezza che la posizione cosiddetta antifascista non si situa affatto sullo stesso piano di queste altre, nemmeno di quelle più ragionevoli.

La priorità antifascista

Questa super-posizione è tale non perché l’antifascismo debba, immediatamente e a priori, vantare un primato morale (su questo, dopo), ma perché si presenta, nella sua forma storica iniziale incarnata nel «Non mollare» come una dichiarazione di principio: mi oppongo a una posizione che non permette che altri prendano posizione; oppure: sostengo l’esclusione radicale di quella precisa opinione che annulla qualsiasi altra opinione e la possibilità stessa del dibattito. Il gruppo del foglio clandestino ha una propria proposta politica, economica, sociale, culturale – la si vedrà dipanarsi nella storia troppo breve di Giustizia e Libertà prima, e del Partito d’Azione poi, per «disperdersi» quindi in tante singole personalità luminose che hanno cercato di sostenerla, in molti casi come semi portati nel vento, a fiorire altrove. Ma tale tesi (o insieme di tesi, giacché il gruppo non è mai stato coeso in tutto e per tutto) non emerge nelle intenzioni che portano alla composizione del «Non mollare», che sono in prima istanza «contro». Costituiscono una reazione ferma, una «rivolta», avrebbe detto Albert Camus anni dopo, che parte dalla carne e dal sangue, dalle viscere: «Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica a un tratto inaccettabile un nuovo comando. Qual è il contenuto di questo «no»? Significa, per esempio, «le cose hanno durato troppo», «fin qui sì, di là no», «vai troppo in là» e anche «c’è un limite oltre il quale non andrai»». E ancora: «la rivolta, in senso etimologico, è un voltafaccia. In essa, l’uomo che camminava sotto la sferza del padrone, ora fa fronte. Oppone ciò che è preferibile a ciò che non lo è. Non tutti i valori trascinano con sé la rivolta, ma ogni moto di rivolta fa tacitamente appello a un valore. Si tratta almeno di un valore? Per quanto confusamente, dal moto di rivolta nasce una presa di coscienza: la percezione, a un tratto sfolgorante, che c’è nell’uomo qualche cosa con cui l’uomo può identificarsi, sia pure temporaneamente». La contrapposizione non si erge semplicemente contro un’altra posizione politica, un’altra opinione tra le opinioni, ma contro un sistema che negava ogni possibile posizione politica, ogni possibile opinione, diverse da quella al governo.

L’antifascismo del «Non mollare» non era certo l’unica possibilità antagonista, né si proponeva di essere la migliore (almeno senza discussione): dallo sforzo di conciliare queste diverse possibilità sarebbe nata vent’anni dopo la Carta Costituzionale della Repubblica, la quale non avrebbe ammesso qualsiasi tesi come accettabile, perché non considera accettabile il punto di vista che chiude ogni discorso, che impiega la violenza come sistema di persuasione, o vero il punto di vista fascista. Se il primo antifascismo si ergeva contro un’organizzazione vivente, durante il Ventennio e nella guerra civile, l’antifascismo della Costituzione è principio (cioè un’idea che guida l’azione) che fa da argine a ogni organizzazione futura che, nelle intenzioni o nei fatti, replichi quella organizzazione violenta. Qui giace, a mio avviso, il suo primato morale, nel farsi cioè garante della più ampia discussione possibile, dentro e fuori dalle aule parlamentari: in Italia la liberal-democrazia ha assunto questa sembianza storica, con la quale non si può non fare i conti.