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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Stato di diritto

di Cavadi Augusto

Un tempo comandava il leader carismatico

Molto probabilmente nelle orde primitive le regole venivano stabilite, di volta in volta, dal leader più forte fisicamente e caratterialmente: egli esercitava un potere che Max Weber ha definito carismatico. Altrettanto probabilmente, l’esercizio di questo potere si presentava come eccessivamente instabile: bastava molto poco perché qualcuno, un po’ più forte o un po’ più determinato psicologicamente, mettesse in crisi l’autorità del capo e costringesse il gruppo a riassestarsi su nuovi equilibri. Da qui l’idea di passare dal potere carismastico di un individuo al potere tradizionale, trasmesso di padre in figlio secondo consuetudini tanto più condivise quanto più durature nel tempo.

Oggi: le leggi uguali per tutti

Anche questa modalità di organizzare le relazioni sociali aveva, e ha, dove perdura, i suoi inconvenienti: il figlio di un re valoroso può essere un inetto e il figlio del figlio addirittura un criminale che governa per difendere i propri interessi e per soddisfare i propri capricci. Per questo la modernità politica inizia quando le società imparano a misconoscere i personalismi come i tradizionalismi e a riconoscere solo poteri legali. Non più rapporti fra sudditi e sovrani, bensì fra cittadini e leggi. Nel lungo Medioevo politico si era fedeli a un soggetto in carne e ossa (tutto il sistema feudale si basava su questa fedeltà gerarchica): se ne è usciti quando si è capito che l’unica fedeltà civica non è ad personam bensì alle regole. Questa è l’essenza dello Stato di diritto: devo obbedienza (critica) non a Napolitano o a Letta, ma alla Presidenza della Repubblica o alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Non governano (alcuni) uomini su (molti) uomini, ma le leggi (uguali per tutti) sugli uomini (tutti).

Ma la realtà è ben diversa

Se queste nozioni sono acquisite in punta di dottrina, non altrettanto appaiono nella cronaca effettiva. Se si evitano le idealizzazioni retroattive, si deve ammettere che negli ultimi vent’anni non si è inventato lo smantellamento dello Stato di diritto faticosamente architettato con la Costituzione del 1948: lo si è piuttosto accelerato. Per giunta, senza l’ipocrisia democristiana che proclamava ufficialmente fedeltà alle istituzioni: il berlusconismo è la gestione feudale del potere senza il pudore di camuffarla per farla apparire altro. Anche nella Prima Repubblica era molto difficile – se non del tutto impossibile – candidarsi alla Camera dei deputati o al Senato in qualsiasi lista senza un rapporto di amicizia (più spesso di devozione subordinata) al capo di una delle correnti di partito; con il sistema elettorale Porcellum quella situazione di fatto si è istituzionalizzata e si entra in Parlamento (mantenendo qualche possibilità di ritornarci nel corso della legislatura successiva) solo se si è accettato di essere pretoriani di Cesare. La normativa vigente consente ogni arretramento pratico: i posti, ben remunerati, nelle assemblee istituzionali vengono assegnati – come fossero benefici privati – per ricompensare consulenze giuridiche, tradimenti politici, corruzioni nell’esercizio della propria professione, persino favori sessuali. Nerone ha davvero nominato senatore un suo cavallo? Al paragone con il fiero e innocente animale si potrebbe scoprire che certi candidati – imposti nelle liste da padri padroni di vario colore – non risultano preferibili con evidenza sottratta a ogni possibile obiezione.

Disattesa di fatto, alla Costituzione non resta che subire una seconda – più grave – ferita: essere stravolta persino nella sua formulazione attuale. Una numerosa maggioranza parlamentare, rappresentante di una vistosa minoranza dei cittadini aventi diritto al voto, ci sta provando in queste settimane. Il futuro immediato ci dirà quanta resistenza sapranno opporre gli ultimi difensori dello Stato di diritto.