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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Tornare in campo dopo il giallo

di Cavallini Stefano

Art. 27 della Costituzione: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

Art. 27, Legge 354/75: «Negli istituti [di pena] devono essere favorite e organizzate attività culturali, sportive e ricreative e ogni altra attività volta alla realizzazione della personalità dei detenuti e degli internati, anche nel quadro del trattamento rieducativo».

Tutto scritto, chiaro, perfetto; problema risolto? Beh, proprio perché è tutto scritto, il vero rischio è che resti solamente lettera morta.

Era la fine del 2013 quando andammo a proporre alla direttrice del carcere della Dozza di Bologna di avviare con alcuni detenuti il nostro progetto di corsi di rugby per insegnare loro i benefici fisici e morali che ci attendevamo.

Ci ascoltò con attenzione e lo sguardo un po’ perplesso come a dire, «voglio proprio capire dove vogliono arrivare», poi fu perentoria: «Mi sembrate matti da legare ma va bene, proviamoci».

Non avevamo avuto bisogno di citare l’articolo 27 della Costituzione e nemmeno l’articolo 27 della Legge 354 del 1975. La direttrice li conosceva assai meglio di noi e li condivideva appieno. È la nuova generazione di direttori delle carceri, perlopiù giovani e perlopiù donne, e donne coraggiose.

Ci siamo dati 5 mesi per predisporre il piano di lavoro, i compiti e le responsabilità che ciascuno si doveva assumere, le procedure che dovevano essere rispettate, i materiali necessari. Il tutto fissato in una sorta di protocollo di intesa. Non ci restava che iniziare a lavorare concretamente al nostro progetto «da matti».

A maggio era tutto pronto e cominciammo le selezioni nelle carceri dell’Emilia Romagna: lo staff degli educatori ci sottopose una lista di possibili «clienti» dopo una valutazione degli aspetti giuridici della loro condizione di detenuti, mentre il nostro compito era valutare le minime caratteristiche atletiche e attitudinali dei candidati. Alla fine, chi «ci stava» veniva trasferito nel carcere di Bologna, dove cominciava il percorso formativo. Tornare in campo, questo il nome del progetto.

Siamo a giugno del 2014, quando nel campo di allenamento del carcere della Dozza di Bologna incontriamo 33 detenuti . Ci presentiamo e spieghiamo loro anche il nome della nostra Associazione: «Giallo Dozza Bologna Rugby».

La loro curiosità si fissa subito su quel colore: che c’entra il giallo? È proprio quello che volevamo perché ci permette di cominciare con la prima lezione. Nel rugby, infatti, la punizione a chi viola le regole di gioco o manca di rispetto all’arbitro viene comminata con un cartellino giallo. Ma non funziona, come nel calcio, dove con «un giallo» sei ammonito e continui a giocare o, con il «cartellino rosso», vieni espulso per tutta la partita. Nel rugby la regola (e la filosofia di fondo) è diversa: se prendi un cartellino giallo, dovrai stare fuori dalla partita per 10 minuti, da solo, seduto sulla «panca dei puniti». E in quel momento rifletti sulla stupidaggine che hai fatto ma anche sul fatto che hai lasciato la tua squadra (15 in campo) con un uomo in meno. E i tuoi compagni non ne sono particolarmente felici. Ma poi, terminata la pena, tornerai in campo e proverai a non ripetere l’errore.

Non ci vuole molto a fare un parallelo, a capire che in fondo questa è esattamente la situazione che è capitata nella vita di ogni condannato e detenuto. Non hanno preso 10 minuti, ma magari 10 anni; e ora devono riflettere, raggiungere e superare il senso di colpa per maturare il pentimento.

Ma perché proprio il rugby e non un altro sport? Chi lo conosce, chi lo ha praticato, sa anche la risposta, ma per chi non lo conosce servono alcune premesse. La prima: il rugby è l’unico sport in cui per andare avanti devi passare la palla all’indietro in modo da coinvolgere i compagni nell’avanzamento verso la meta; la seconda: poiché la squadra avversaria vuole quella stessa palla, farà di tutto per prendertela aggredendoti, dovrai contare sul sostegno dei tuoi compagni per difenderla ed evitare di essere travolto. Il sostegno che tu garantisci oggi ti sarà assicurato quando la palla sarà nelle tue mani e quindi devi avere fiducia nei tuoi compagni.

Tutto qui; ciascuno diventa responsabile delle proprie azioni e fa affidamento sulla responsabilità del compagno. Si forma una squadra, in cui il rispetto delle regole e degli impegni assunti ti aiuta a capire tante cose e ti fa crescere.

Il regime di privazione della libertà nelle carceri italiane è tale per cui il tempo si dilata in maniera esponenziale; si parla fra detenuti, spesso si fantastica sul dopo e ci si angoscia. Il più delle volte si è soli, individui in una comunità costretta. Il rugby riempie il tempo con impegno costante e abitua a ragionare di gruppo, ti allena a stare alle regole, a fidarti perché si fidino di te, scopri che la disciplina è una risorsa, non un limite. Questo è il rugby.

Alla fine torneranno in campo, nella società civile, e, se saranno migliorati anche di un solo centimetro, se avranno compreso, non sbaglieranno più e non torneranno dentro.

Questo è il loro obiettivo, questo il nostro lavoro nel progetto Tornare in campo.

Stefano Cavallini
presidente associazione
Giallo Dozza Bologna Rugby