MADRUGADA

Articolo di Giovanni Realdi

Cambiare è ricostruire… ancora

Vi ricordate «un altro mondo è possibile»? Uno slogan, ma anche un movimento in cui potevano convergere sensibilità diverse. Che cosa ne è rimasto? Quale margine di pensabilità del cambiamento ci è concessa, se anche la sua forma estrema – la rivoluzione – è una parola impiegata per pubblicizzare auto o banche? Mi pare manchi da bel po’di tempo una base comune di linguaggio per pensare il cambiamento stesso.
Che sia necessario cambiare, che la nostra vita di esseri umani in questo pianeta debba essere oggetto di rinnovamento appare un dato di fatto.
O per lo meno, e forse qui sta il punto, nel momento in cui state leggendo queste righe siete in grado di avvertire come naturale, persino ovvia, questa necessità. Cambiare è un verbo connaturato al linguaggio del gruppo umano nel quale, voi e io, adesso ci troviamo: persone variamente sensibili alla diseguaglianza, all’ingiustizia, alla disumanità. Sono parole che madrugada ci lancia da più di dieci anni. Cos’è cambiato? L’idea di contropotere Miguel Benasayag scriveva, vent’anni or sono: «La nostra è l’epoca dei proclami, delle informazioni terribili e delle parole di denuncia.
Eppure, tutti questi discorsi non riescono più a raggiungerci, tanto sono lontani dalla realtà.
Restiamo insensibili, divisi tra due sentimenti di impotenza». Sempre in Contro il niente. ABC dell’impegno (Feltrinelli, 2005) introduce l’idea di “contropotere”, che intende come «l’insieme delle pratiche con cui le persone possono mettere fine al meccanismo liberticida dell’attesa».
Dal suo punto di vista, le azioni di contestazione, protesta, emancipazione non sarebbero state più accumunate da un’unica bandiera, fosse anche un telo che tiene cuciti mille vessilli diversi.
Il punto di svolta forse è stato Genova 2001: il percorso verso l’unificazione (mai uniformità) dei movimenti di cambiamento è stato distrutto.
Uno stivale chiodato che calpesta con violenza un formicaio in costruzione. Ci sono voluti anni prima di poter recuperare elementi simbolici comuni, come quelli offerti dalla Thunberg e dal movimento per i diritti LGBTQ+. Ma la moltiplicazione delle voci praticata nelle dinamiche dei social, che certo serve a comunicare iniziative e richiamare allo sdegno, peggiora la malattia infantile della Sinistra: la tendenza alla divisione.
È quanto le destre hanno compreso da un bel po’: additare alcune questioni imprescindibili per minacciarle (o esautorarle), e poi lasciare che ci disperdessimo in distinguo sempre più capillari. Operazione talmente efficace, da far sì che persino l’idea stessa di cambiamento sociale è diventata problematica per parte di una sinistra che si scopre conservatrice su molti temi (guerra, genere, scuola, per citarne alcuni).

Il cambiamento come opportunità di dialogo
E poi, il colpo da maestro, evocare il sospetto che la riflessione sull’urgenza del cambiamento sia in fondo una questione da persone privilegiate, di gente che non occupa il tempo per lavorare. Oppure, apoteosi del capitalismo, riempire così tanto le nostre esistenze di informazioni e scadenze da costringere l’Occidente, nella sua parte sensibile ma esausta, all’indifferenza, all’immobilità, all’attivismo da tastiera. Nella migliore, a coltivare ciascuno il proprio orticello di indignazione, la propria voce di denuncia, senza la quale perderebbe pezzi di identità.
Dunque, Benasayag aveva ragione. Tuttavia, se è vero che i movimenti, pur parcellizzati, non sono morti e che proseguono la propria azione in modalità spesso estemporanee e parallele e se è altrettanto vero che il neoliberismo sta usando la precarietà (che chiama flessibilità) per impedire il radicamento sociale delle generazioni più giovani, è possibile ripensare il cambiamento come opportunità di dialogo tra generazioni stesse. Le strutture più longeve – penso a Macondo, ma anche ai CSV, alle associazioni cattoliche più forti e aperte (AGESCI, AC, Sant’Egidio), all’ANPI, alla Caritas, ai centri di ricerca e documentazione, agli Istituti per la storia della Resistenza, alle riviste ecc. – possono creare tavoli di discussione tra le tante micro-esperienze diverse, possono mettere a disposizione le proprie risorse non per fornire semplicemente ricette di cambiamento (spesso autoreferenziali), ma occasioni di confronto, dove le intuizioni, le iniziative, i linguaggi di chi sia più giovane abbiano spazio di parola e visibilità. Non si tratta di rinunciare alle proprie peculiarità ideologiche e ideali, ma di rimetterle in discussione. Non è molto diverso da quanto cercava di fare Capitini con i Centri di Orientamento sociale negli anni Quaranta.
Allora, una guerra aveva distrutto gli edifici e le vite delle persone e cambiamento significava ricostruzione; adesso, l’Europa pingue e impaurita ha bisogno di riacquistare una sensibilità che solo l’ascolto delle storie dei ragazzi e dei giovani – che vivono in tanti altrove distrutti (ma che vengono raccolte dai loro coetanei europei) – può ricostruire.

Giovanni Realdi

Giovanni Realdi

Insegnante di storia e filosofia, liceo scientifico statale “G. Galilei”, Selvazzano Dentro (PD), componente la redazione di madrugada