MADRUGADA

Articolo di Giuseppe Ferrara

Dal canto delle sirene alla canzone dello stirene

Introduzione
Nel 1957 la Pechiney, Società Chimica ed Elettrometallurgica francese, commissionò un documentario sul materiale per imballaggio che cominciava a spopolare in quegli anni, il polistirene, al regista francese Alain Resnais. Questi, a sua volta, si rivolse a Raymond Queneau per il commento parlato alle immagini del suo documentario. Nacque così Le Chant du styrène che, una trentina di anni dopo, fu tradotto da Italo Calvino per un progetto analogo, sponsorizzato questa volta in Italia dalla Montedison, con il titolo La Canzone del polistirene.
Prima di avventurarci nella breve storia del lavoro di Queneau e Calvino sul polistirene, ricordiamo che nello stesso anno in cui Queneau scriveva l’elogio al polistirene, quale “archetipo” della plastica, in Italia, precisamente a Ferrara il 14 maggio 1957, veniva prodotto il primo quantitativo industriale di polipropilene, la plastica italiana più nota con il nome commerciale di Moplen ® e che da allora diventò il materiale concorrente proprio del polistirene.
La storia della traduzione di Italo Calvino è ben nota e qui la richiamiamo brevemente con i dovuti rimandi a fonti più qualificate ed esaurienti. Il 7 giugno 1985, l’editore Vanni Scheiwiller propose a Calvino di tradurre la poesia di Queneau per una strenna fuori commercio della Montedison da abbinare a un’incisione di Fausto Melotti.
Calvino, pur impegnato in quel periodo alla stesura e all’estenuante limatura delle sue Lezioni americane, non seppe dir di no al richiamo fortissimo esercitato su di lui da Queneau e dalla sua opera. Il lavoro si rivelò più faticoso e impegnativo del previsto e Calvino dovette ricorrere in almeno due occasioni, documentate da lettere, all’aiuto di Primo Levi, suo amico e, soprattutto, chimico: fu infatti lo scrittore torinese a risolvere le incertezze di Calvino sulla comprensione e traduzione di 9 termini tecnici presenti nella poesia di Queneau.
Il lavoro fu così completato e pubblicato nei tempi richiesti dall’editore. Lo stesso non accadde per le Lezioni americane: Calvino morì nel settembre di quell’anno e le Lezioni furono pubblicate postume nel 1988.

Raymond Queneau e il Canto delle… s(t)irene
È naturale associare, per semplice assonanza, Le Chant du styrène al Canto delle sirene del libro XII dell’Odissea. Probabilmente proprio da questa semplice assonanza è nata l’idea in Queneau di scrivere e strutturare il commento al documentario di Resnais attingendo a piene mani al canto di Omero (Odissea, Libro XII, vv. 201-271).
Ora, non solo nell’assonanza tra sirene e stirene va cercato il nucleo dell’ispirazione di Queneau, ma anche e soprattutto nell’operazione che Odisseo compie nel comprimere la cera nelle orecchie dei propri compagni vale a dire un vero e proprio riempimento di uno… stampo.
Il polistirene è un materiale termoplastico che viene cioè riscaldato a temperature non troppo elevate consentendogli così di fluire facilmente e di riempire stampi differenti fino a riprodurne, una volta raffreddato, le forme. Proprio come avviene per la cera di Odisseo: col calore delle sue mani la rende più plastica, cioè lavorabile e quindi può facilmente applicarla nelle orecchie – negli stampi – dei suoi amici.
Ma possiamo “estremizzare l’estrapolazione” nell’inevitabile conseguenza di rendere idea una semplice intuizione, cioè di razionalizzare una percezione.
Le sirene – Queneau che era anche un matematico e dunque credeva più nella “realtà” del numero che delle creature fantastiche – non esistono in natura, sono cioè un’invenzione dello spirito creativo dell’uomo, della sua arte. Della sua tecnica.
E l’Arte, come ricordato da Pablo Picasso è una bugia che ci fa realizzare la verità. In parte questa affermazione può valere anche per la Tecnica.
Le sirene e il polistirene non esistono in natura (in una certa idea di natura!), entrambe possono essere equiparate, anche se in modo diverso, a delle bugie; ma attraverso l’Arte e la Tecnica possono diventare realtà. Queneau ce lo dice, ce lo fa capire nel suo Le Chant du styrène: la plastica è una “vittoria” dello Spirito dell’Uomo sulla Natura. Fino a questo momento è stata la natura, nei tempi e nei modi suoi propri, a “produrre”, per così dire, i materiali necessari all’Uomo: lo ha fatto con la pietra, con il ferro, con il rame, con la cellulosa, l’oro, il petrolio le pietre preziose; all’uomo non restava che raccogliere, estrarre, lavorare e rielaborare un materiale e, di conseguenza, sfruttare e forzare, nei modi e nei tempi, la Natura, perché producesse di più; perché producesse più in fretta.
Con la plastica, per la prima volta, l’uomo rompe questo monopolio della Natura e si fa Creatore! Per inciso, tornando ancora una volta alla plastica italiana, al polipropilene, la motivazione al Premio Nobel per la chimica 1963 a Giulio Natta, il “padre” del polipropilene, sottolineava proprio questa novità: «In natura esistono molte macromolecole “costruite” in modo regolare e controllato, basti pensare alla cellulosa o al caoutchouc. Fino a oggi noi tutti consideravamo che questo fosse un monopolio esclusivo della Natura dato che tali macromolecole sono realizzate con l’aiuto di enzimi. Il Prof. Natta ha infranto questo monopolio».
Ne Le Chant du styrène tutti questi aspetti erano ben presenti all’autore, da qui lo scrupoloso e analitico lavoro nella stesura del testo, partendo cioè dall’alto e non, come fa la Natura nel costruire le sue cose, dal basso, dai suoi componenti principali (p.es. atomi, molecole o semi).
E dunque nella poesia del francese abbiamo, proprio all’inizio e in primo piano, un bel recipiente fatto con il polistirene, quindi la descrizione di come diventa forma dallo stampo e come, prima di entrare – “cera nelle orecchie” – in una macchina a iniezione, sia stato un lungo filamento tagliato in tanti piccoli granuli.
Dopo di questo, impariamo che per costruire un polimero [poli meros (gr. poli meros) = tante parti] come il poli-stirene, ci vuole un monomero [mono meros (gr. mono meros) = singola parte], lo stirene, e allora Queneau ci porta a vedere dove si prende questa singola unità che servirà a costruire una “collana di perle”, ci parla dell’etilbenzene e del benzoino dello Styrax di Sumatra, “l’arbusto indonesiano” e ci presenta così i «… prodotti primi, la materia assoluta/ Che scorreva infinita, segreta, sconosciuta./ Lavando e distillando quella materia prima,/ -Esercizi di stile meglio in prosa che in rima-/».
Ecco qui l’attività scientifica e quella poetica viste come un unicum. «L’atteggiamento scientifico e quello poetico coincidono», scriverà Italo Calvino. «Entrambi sono atteggiamenti insieme di ricerca e di progettazione, di scoperta e di invenzione».
È un’osservazione che Calvino riprenderà e approfondirà nelle Lezioni americane.
Ma è nella conclusione che appare il senso di tutto questo: «Dimmi, petrolio, è vero che provieni dai pesci?… Questioni controverse… Natali arcani e oscuri… Comunque è sempre in fumo che la storia finisce./ Finché non viene il chimico, ci pensa su e capisce/ Il metodo per rendere solide e malleabili/ Le nubi…».
Alla fine, in una sorta di genesi alla rovescia, appare il creatore di tutto questo: il chimico, l’uomo.
Cosicché il Canto dello stirene si trasforma nel canto delle sirene e nell’elogio allo Spirito dell’Uomo così abile da farsi creatore e domatore di Vita e Natura.
Eccolo il Canto di Queneau nella traduzione di Italo Calvino che, per l’occasione, intitoleremo nel modo apparentemente più immediato:

Il Canto dello stirene
Tempo, ferma la forma! Canta il tuo carme, plastica!
Chi sei? Di te rivelami Lari, penati, fasti!
Di che sei fatta? Spiegami le rare tue virtù!
Dal prodotto finito risaliamo su su
Ai primordi remoti, rivivendo in un lampo
Le tue gesta gloriose! In principio, lo stampo.
Vi sta racchiusa l’anima; del lor grembo in balìa
Nascerà il recipiente, o altro oggetto che sia.
Ma lo stampo a sua volta lo racchiude una pressa
Da cui viene la pasta iniettata e compressa,
Metodo che su ogn’altro ha il vantaggio innegabile
Di produrre l’oggetto finito e commerciabile.
Lo stampo costa caro; questo è un inconveniente,
Ma lo si può affittare, anche da un concorrente.
Altro sistema in uso permette di formare
Oggetti sotto vuoto, per cui basta aspirare.
Già prima il materiale, tiepido, pronto all’uso
Viene compresso contro una filiera: “estruso”,
Ossia spinto all’ugello per forza di pistone;
Lo scalderà il cilindro al punto di fusione.
È lì che fa il suo ingresso nel bollente crogiolo
Il rapido, il vivace, il bel polistirolo.
Lo sciame granuloso sul setaccio si spinge,
Formicola felice del color che lo tinge.
Prima di farsi granulo, somigliava a un vibrante
Spaghetto variopinto: chiaro, scuro, cangiante.
Una filiera trae, dall’estruso finito,
Gli spaghi che una vite senza fine aggomitola.
E l’agglutinazione come si fa ad averla?
Con perle variopinte: un colore ogni perla.
Ma colorate come? Diventerà uno solo
Il pigmento omogeneo dentro il polistirolo.
Prima certo bisogna asciugarlo per bene
il rotante prodotto, dico il polistirene,
il nostro neonato, il giovane polimero
Del semplice stirene, ma nient’affatto effimero.
“Polimerizzazione” designa, già lo sai,
il modo d’ottenere più elevati che mai
Pesi molecolari; non hai che far girare
Un reattore idoneo: mi sembra elementare
Come perle in collana, legate l’una in cima
All’altra, tu incateni le molecole… E prima?
Lo stirene non era che un liquido incolore
Coi suoi scatti esplosivi e un sensibile odore
Osservatelo bene: non perdete le rare
Occasioni che s’offrono di vedere e imparare.
È dall’etilbenzene, se lo surriscaldate
Che stirene otterrete, anche in più tonnellate.
Lo si estraeva un tempo dal benzoino, strano
Figlio dello storace, arbusto indonesiano.
Così, di arte in arte, pian piano si risale
Dai canali dell’arido deserto inospitale
Verso i prodotti primi, la materia assoluta
Che scorreva infinita, segreta, sconosciuta.
Lavando e distillando quella materia prima,
– Esercizi di stile meglio in prosa che in rima –
L’etilbenzene scoppia per sua virtù esplosiva
Se la temperatura a un certo grado arriva.
L’etilbenzene il quale, com’è noto, proviene
Dall’incontro d’un liquido che sarebbe il benzene
Mischiato all’etilene che è un semplice vapore.
Etilene e benzene hanno per genitore
O carbone o petrolio oppure entrambi insieme.
Per fare l’uno e l’altro, l’altro e l’uno van bene.
Potremmo ripartire su questa nuova pista
Cercando come e quando l’uno e l’altro esistano.
Dimmi, petrolio, è vero che provieni dai pesci?
È da buie foreste, carbone, che tu esci?
È il plancton la matrice dei nostri idrocarburi?
Questioni controverse… Natali arcani e oscuri…
Comunque è sempre in fumo che la storia finisce.
Finché non viene il chimico, ci pensa su e capisce
Il metodo per rendere solide e malleabili
Le nubi e farne oggetti resistenti e lavabili.
In materiali nuovi quegli oscuri residui
Eccoli trasformati. Non v’è chi non li invidii
Tra le ignote risorse che attendono un destino
Di riciclaggio, impiego e prezzo di listino.

La Canzone del polistirene di Italo Calvino
Resta aperta una questione: perché Calvino, attento conoscitore dell’opera di Queneau con il quale aveva condiviso anche l’esperienza dell’OULIPO, nella sua traduzione de Le Chant non conserva il titolo così carico di suggestioni omeriche? La questione non è marginale anche alla luce del fatto che Calvino aveva già trattato il mito delle sirene in un saggio del 1980 che si occupava dei diversi livelli di realtà in letteratura e in filosofia.
Calvino sapeva bene che per Odisseo, prototipo dell’Uomo dell’Età del Bronzo, le sirene avevano rappresentato di fatto una sorta di esperienzalimite. Il loro canto è sublime e perfetto perché pre razionale, e quindi incomprensibile nella sua essenza a una mente astuta e calcolatrice quale era quella di Odisseo.
Questo canto serviva solo a gettare le basi di un canto spiegato: il racconto o, se preferite, la canzone stessa dell’Odissea. In un certo senso l’Odissea è il mezzo e il fine delle sirene, è una testimonianza insieme della potenza e impotenza della loro provocazione.
Analogamente il polistirene potrebbe costituire per l’Uomo un’altra esperienza-limite.
È l’assaggio della creazione: la possibilità – che l’Uomo tenacemente sembra volersi conquistare – di manipolare la materia inerte e quella vivente (dalle macromolecole sintetiche a quelle biologiche, al DNA e alla vita stessa il passo diventa sempre breve, come altrettanto breve, oggi sembra essere il passo tra l’intelligenza artificiale e una coscienza altrettanto artificiale!).
Questa volta il contesto è esclusivamente tecnico/scientifico, razionale quindi e comprensibile in toto dall’uomo dell’Età della plastica. Questa volta è un canto spiegato che getterebbe le basi per un’altra canzone: il racconto della scienza.
Una canzone che è dunque testimonianza di una provocazione ancora più grande e di potenza assoluta.
Scrive Calvino: «Cosa cantano le sirene? Un’ipotesi possibile è che il loro canto non sia altro che l’Odissea. La tentazione del poeta d’inglobare sé stesso, di riflettersi come in uno specchio, si presenta varie volte nell’Odissea, specialmente nei banchetti dove cantano gli aedi; e chi meglio delle sirene potrebbe dare al proprio canto questa funzione di specchio magico?».
In un grande gioco degli specchi così come Omero crea ed è creato da Odisseo, «l’uomo crea Dio perché lo crei».
«L’esperienza ultima di cui il racconto di Ulisse vuole rendere conto è un’esperienza lirica, musicale, ai confini dell’ineffabile» e Odisseo, dopo averne sperimentato l’ineffabilità, si ritrae, ripiegando dal canto al racconto su quel canto.
Calvino suggerisce la stessa cosa: forse per un recondito senso del pudore, ripiega da Le Chant – il canto – alla canzone, al canto spiegato. «Inseguendo il canto delle sirene – termina Calvino – arriveremmo all’estremo punto d’arrivo della Scrittura, al nucleo ultimo della parola poetica: alla pagina bianca di Mallarmé, al silenzio, all’assenza».
E così nella scelta del termine “canzone” ci pare di cogliere un avvertimento da parte di Calvino a scongiurare un pericolo analogo a quello di Odisseo e dal quale difficilmente, come lui, potremmo scampare. Anche il “canto delle sirene della tecnica”, come quello omerico, potrebbe condurci a un punto estremo e pericoloso: l’autocompiacimento per la propria onnipotenza e per la propria autosufficienza con il rischio di non poter più tornare… a Itaca.

Giuseppe Ferrara

Giuseppe Ferrara

Nato a Napoli. Cresciuto a Potenza fino alla maturità Classica presso il Liceo-Ginnasio Q.O. Flacco. Laureato in Fisica all'Università di Salerno. Dal 1990 vive e lavora a Ferrara. Autore di sei raccolte poetiche; è presente in diverse antologie.