MELQUÍADES

Articolo di Andrea Gandini

La carenza di infermieri già oggi, si farà drammatica nei prossimi 10 anni

Come avevamo previsto 23 anni fa e proposto inutilmente all’Università nel 2002 (che pure aveva apprezzato la nostra proposta) e scritto anche 2 anni fa, è arrivato nel 2025 l’anno in cui i candidati per fare l’infermiere all’università sono inferiori ai posti disponibili.

Siamo passati da 2,7 candidati per posto disponibile nel 2012 a 0,9 nel 2025.

Fonte: MIUR e prof. Angelo Mastrillo, UniBO. Per gli ultimi 4 anni i laureati sono stimati sui posti a bando 3 anni prima.

Poiché chi si laurea è il 70% (alcuni scelgono dal 2° anno di studi altre professioni sanitarie come fisioterapia o tecnico), possiamo stimare che quel 0,9 candidati per posto si traduce in 0,7 laureati per posto. In sostanza non siamo già più in grado di coprire i posti disponibili. Ora però arriva un nuovo allarme. Sergio Harari ha scritto sul Corriere della Sera (21.9.25) che le domande per i 19mila posti del 2025 sono scese a 7.215. Un crollo clamoroso. E nei prossimi anni, a causa del calo demografico, si farà ancora più acuta la penuria di infermieri italiani, in quanto ne vanno in pensione circa 25mila all’anno.

La caduta di attrazione è dovuta sia ad una retribuzione che si è abbassata dal 1990 di circa 10mila euro all’anno per un neo assunto (a prezzi costanti e di 16mila euro a fine carriera con 40 anni di servizio, fonte: Centro studi Nursind), sia per le crescenti responsabilità e stress dovute al calo di occupati e a crescenti esigenze dei malati.

La bassa paga ha poi favorito l’emigrazione in Germania, Inghilterra e altrove dove c’è la stessa carenza di infermieri per il calo demografico e la gravosità della professione, ma almeno le paghe sono molto superiori a quelle italiane1. C’è chi pensa che anche l’Italia possa ricorrere a infermieri dall’estero ma ci sono due enormi ostacoli: la lingua e che gli infermieri immigrati (da India, Albania, etc.) preferiscono i paesi europei dove sono più pagati.

Foto di Thirdman | uso gratuito

Il problema riguarda tutti noi che dovremo essere curati nei prossimi anni e non solo l’organizzazione sanitaria.

Nei prossimi 10 anni le stime delle associazioni degli Infermieri sono di un fabbisogno da turn over (pensione) di 25mila all’anno contro stime (ottimistiche) di 10-15mila laureati, ciò significa che ne mancheranno circa 100-150mila in 10 anni sugli attuali 460mila, di cui 270mila operano nel privato. Poiché ci sono pochi infermieri, si scatenerà una concorrenza delle cliniche private a toglierli dalle strutture pubbliche, per cui il rischio concreto è trovarsi nei prossimi anni con molte più case di cura e piccoli ospedali realizzati tramite gli investimenti europei (in parte a debito) del PNRR ma vuoti. Una programmazione dall’alto, tecnocratica, di “esperti” che non sapendo (o volendo) coinvolgere le nostre Università (con le loro resistenze e lobby), manda all’aria tutto quanto.

Una denuncia che ripetiamo da anni, assieme alle associazioni degli infermieri e dei sindacati dei lavoratori, ma del tutto inascoltata dai Governi che sono a corto di idee, oltreché di soldi, soprattutto se quei pochi che ci sono si spendono per riarmarsi.

Le misure che potrebbero invertire questa situazione disastrosa sono semplici:

  1. aumentare i salari degli infermieri e dare prospettive di carriera com’era una volta. Dare inoltre la possibilità di svolgere, almeno dopo un certo numero di anni, mansioni più elevate di quelle iniziali, anche perché si tratta di laureati. Chi si oppone a questa crescita di professionalità sono spesso anche i medici che svolgono molte attività importantissime, ma anche mansioni meno qualificate che possono benissimo svolgere gli infermieri (l’Italia ha il maggior numero di medici in rapporto agli infermieri in Europa);
  2. aumentare i posti disponibili nelle Università, usando al 3° anno la misura sottostante del praticantato retribuito;
  3. rendere più attraente l’immatricolazione degli infermieri, modificando il 3° anno (ultimo) in modo da prevedere negli ultimi 6 mesi un praticantato retribuito presso le strutture sanitarie. Questa modalità non solo aumenta l’apprendimento ma ha tre vantaggi: a) aumenta di fatto il personale, b) incentiva le immatricolazioni dando a molti giovani la possibilità di una paga nell’ultimo anno di studio; c) favorisce poi la transizione occupazionale nelle nostre strutture e non in quelle estere;
  4. introdurre tra gli infermieri anziani negli ultimi 3 anni di lavoro, il part-time senior pagato a tempo pieno, in modo da favorire (come avviene alla Luxottica) la permanenza al lavoro di un maggior numero di infermieri anziani, anche dopo gli ultimi 3 anni, la cui professionalità altissima non viene così dispersa.

In assenza di tali misure l’alternativa sarà avere le case della salute previste dal 2026 del PNRR vuote e sempre più carenza di infermieri o infermieri immigrati da paesi extra UE (se si trovano), sapendo che c’è un problema sia linguistico che di qualità nella formazione che poi si scarica sul lavoro di équipe e la qualità dell’intera assistenza (se hai un punto debole tutta la produttività e qualità del servizio di cura si riduce).

  1. Negli ultimi 10 anni (2014-23) i laureati (tutte le lauree) espatriati (25-34 anni) sono stati 97mila (21.243 solo nel 2023, in forte crescita), mentre i rimpatri sono stati (49.118), con un saldo negativo di 48mila. ↩︎
Andrea Gandini

Andrea Gandini

Economista, già docente di economia aziendale, analista del futuro sostenibile. Componente della redazione di Madrugada.