MADRUGADA

Articolo di Giovanni Realdi

L’anello che non tiene è forse un orecchino

Un attimo
Per ricostruire la sensazione che sto inseguendo, possiamo servirci delle dinamiche di una ripresa cinematografica: uno spazio ampio – la telecamera è larga e osserva questa folla in movimento – ci si immagini una piazza o ancor più un incrocio di una metropoli quando scatta il verde per tutti i pedoni. La gente cammina veloce, si sfiora, ognuno in una direzione esclusiva, un percorso privato. Vediamo teste e volti, anzi li intuiamo nel loro sfuggire. Colori e movimento. Poi, d’un tratto, qualcosa rallenta: l’obiettivo stringe e si concentra su uno sguardo che, da anonimo, si fa presente, acceso – ci guarda. O meglio, sta incrociando un altro sguardo, parimenti vivo e consapevole. Lo spazio-tempo in cui gli occhi si congiungono rallenta, sembra fermarsi: la ripresa abbandona in effetti la velocità reale per segnalare come in quell’istante tutto sia diverso. Attorno sfrecciano linee colorate, ma al cuore c’è calma. Così, per un attimo. Poi tutto torna nel vortice.

L’ingranaggio
Accade che l’anonimato decada, venga sospinto sullo sfondo; emergono due persone – non più figuranti, non “gente”, ma proprio qualcuna, qualcuno – con un nome, una storia, riassunti in quello sguardo. Ci vuole energia: non per fermare il flusso, ma per sgusciarne fuori. Non fermare, ma fermarsi, per stare. Costantemente immersi in questa corrente, siamo in uno streaming di informazioni. Pensiamo di padroneggiarle, di possederle, perché presumiamo di averle scelte – sono state invero proposte, molte tra tantissime; a volte imposte, nella bolla che ha noi come centro. La chiamano eco-chamber: in essa gli algoritmi ci rimandano elementi che hanno a che fare con noi, effetto di alcune soste lievemente prolungate su pagine, profili, video, reels.
Ma non è questione di mezzo, perché quanto accade non è poi così diverso dall’acquistare il vecchio analogico quotidiano, sempre lo stesso per anni, giacché in fondo conferma la nostra visione delle cose – o perché vi ritroviamo un tono familiare, scandalistico, polemico, schierato, o meno.

Mettersi in pausa
Nel flusso stanno anche gli impegni, l’agenda, gli orari – sveglia / tram / lavoro / appuntamento / pranzo / lavoro / allenamentodeifigli / spritzOPPUREsport? /cena /serieTV(forse) / sveglia / eccetera. Non è che non incontriamo persone, anzi sono talvolta anche troppe. Non è che non guardiamo mai nessuno negli occhi, né siamo come quelli yuppie dello stereotipo USA anni ’80. No.
Ma quando c’è l’energia, quando un granello di polvere intralcia l’Ingranaggio accade davvero che una persona possa decidere di mettersi in ascolto di un’altra. Non parlo di percorsi di terapia, counseling o confessionali. Né di lunghe chiacchierate con rivelazioni decisive. Ma di fermare le gambe, mettere in pausa quest’Ingranaggio e arrestarsi ad ascoltare, qui e ora – proprio te che ho di fronte. Una piccola lamentela, una fatica, un’impressione. Insisto: nulla di eroico, di esemplare – non è una possibilità che nasca da un’asimmetria (colui che presta aiuto è più potente, che lo si voglia o meno), ma è solo un “poterlo fare” – proprio un potere, inteso come forza, potenza, energia, che agiamo verso noi stessi prima di tutto.

MADRETERRA Hebe de Bonafini

Madreterra, quante cose racchiude questa parola composta.
Madre: partorire, aprire, donare, dare alla luce, lacerare,
sanguinare, vita, moltiplicare, nuovo, crescere.
Quando sento nelle mie mani la terra fertile del mio
giardino che mi si infila nelle unghie, quando l’annaffio
e mi schizza sulle gambe, entro in comunione con la
vita che sarà la nuova pianta.
La terra dell’aperta campagna, quella che sta sotto i
grandi alberi, è protetta e al tempo stesso nutrita dalle
proprie foglie…
Ed è in quella terra di aperta campagna che ritrovo il
senso reale dei simboli, lì ci sono i nostri, quelli che hanno lottato per
difenderla, lì c’è il loro sangue.
Noi tramite i nostri figli che hanno amato tanto la terra
da aver donato la propria vita per lei, siamo le madri di Plaza de Mayo,
che, aperte le nostre viscere come la terra dell’aperta campagna,
tagliate a pezzi come solchi fertili
dritte come alberi,
sentiamo che a volte sono pochi i rami per proteggere
tanti figli.
Ma aggrappate alla terra continuiamo
a essere eternamente giovani
per continuare a partorire.
(da Il cuore nella scrittura. Poesie del Laboratorio di scrittura delle Madres de Plaza de Mayo, Milano 2003)

Hebe de Bonafini
Le Madres de Plaza de Mayo sono le madri dei 30.000 desaparecidos argentini. Esse dicono di essere state partorite dai loro figli perché la loro lotta è nata per mantenere in vita gli ideali dei loro figli, perché il loro essere vive e combattive è necessario per la speranza di un mondo migliore, solidale e giusto.
Ognuna di loro si sente madre non solo del proprio figlio biologico, ma di tutti i 30.000 scomparsi. Dopo il golpe militare del marzo 1976, un gruppo di madri argentine ebbe il coraggio di affrontare la dittatura per ritrovare i figli scomparsi, dando vita alla storica marcia che ancor oggi continua ogni giovedì in Plaza de Mayo, forti solo del fazzoletto bianco che si annodano sotto il mento e che è diventato il loro simbolo. I militari avevano sequestrato e ucciso trentamila oppositori politici, ragazzi e ragazze
torturati nei campi di concentramento clandestini. Anche dopo la caduta della dittatura militare l’impegno delle madres non si è fermato e hanno continuato negli anni a sviluppare in molte direzioni il valore e la forza fertile della loro maternità, come potere capace di generare sogni progetti relazioni.
Hebe de Bonafini è stata fino alla sua morte a 92 anni l’animatrice, rappresentante e leader delle Madres de Plaza de Mayo, una madre antica, collegata intimamente alla storia della sua terra.
Effe Emme

Piano sequenza
Lo streaming di una vita qualunque è bene descritto dall’uso della telecamera in Adolescence. Raramente, nelle quattro puntate, non si è NEL flusso, in apnea. La tragica consapevolezza finale («abbiamo fatto del nostro meglio») apre uno dei pochi momenti di consapevolezza – e qui il regista pugnala noi e i nostri ingenui, teneri, tentativi di «fare come tutti». Tolstoj non amerebbe questo inganno, per cui siamo costretti a cercare l’origine del dramma in un qualche trauma, che ci diciamo debba pur esserci! No, Tolstoj inizia svelando il punto: «Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo». Come dire: partiamo dalla disgrazia, e poi vediamo come possiamo starci dentro o meglio ancora, quali parole possiamo trovare per sopportarla, per sopportarci poi, al di là del romanzo, della fiction, nella nostra vita reale. Quali parole ci consegna la serie Adolescence?

Vietato ai maggiori
Attenti, ci dicevano: non guardatela la sera, ché poi non dormite. Il sonno in realtà rimane disturbato per cento altri motivi, il flusso non ci abbandona nemmeno nel letto. E comunque ci siamo scoperti avvezzi a molte serie noir ben più impegnative (non stiamo a misurare la crudeltà, per quella ci sono le notizie giornaliere). Dunque, non ci siamo trovati sconvolti e molto del rumore social attorno al preteso sconvolgimento non ci risulta comprensibile. Ma cosa sconvolge? L’ho chiesto a ragazze e ragazzi, sfruttando le giornate di autogestione. La prima cosa è che sia un 13enne l’omicida – questo ancora non rientra in una qualche normalità. Ma soprattutto, mi hanno detto, sconvolge il pensiero di aver uno sconosciuto di fronte. Non è allora un caso che mi abbiano suggerito, come scene decisive, il momento del video, la visita a scuola, il colloquio con la psicologa e, ma su questo non v’è convergenza, la scena finale col peluche (riferimenti comprensibili a chi abbia visto la serie).

Sedicenni e sedicenti
Ma come accade che si diventi pian piano estranei gli uni agli altri? La domanda è più che lecita, e tuttavia non mi è venuta in mente durante il lavoro con le ragazze e i ragazzi. Già questo, a posteriori, mi è parso interessante: se parliamo di universi generazionali che si rivelano inconoscibili tra loro, allora – pur anche senza esiti drammatici – l’estraneità è tale anche a scuola. E tuttavia l’assenza inconscia della mia domanda è per me spiegabile in modo diverso: generalmente, negli anni, mi sono risolto col partire dal presupposto di non conoscere chi ho di fronte. Respingo in modo consapevole quel che mi apparrebbe una certezza su di loro. Forse però qui sta il punto: ragazze e ragazzi ci sono sconosciuti non in quanto ignoti, ma perché pretendiamo di sapere chi e come sono. E cioè, molte e molti di noi, sedicenti adulti, abbiamo loro già incasellati e continuiamo a inserirli in spiegazioni che spesso cercano solo conferme, complice la moltiplicazione dei sedicenti esperti che ci circondano – e che hanno potuto rilanciare letture e consigli proprio in occasione della serie.
Due punti lineetta alta parentesi chiusa Quando, al cuore della serie, il figlio del poliziotto spiega il significato dell’impiego delle emoticon, un brivido corre lungo la schiena: un linguaggio sconosciuto corre parallelo a quello che gli adulti inseguono nel loro digitare incerto? Ma davvero dovrò pensarci tre volte prima di mettere un “cuore rosso”? In realtà, per me il brivido è stato di piacere e curiosità: che la generazione più giovane possa costruire una lingua sconosciuta ai suoi genitori mi pare un’interessante possibilità di contestazione. Certo, qualche carampana evocherà la neolingua orwelliana, ma dovrebbe rivedersi Verdone che interpreta Ruggero Brega in Un sacco bello, del 1980: lui e la sua compagna non parlavano in fondo una lingua aliena per Mario Brega, il “comunista così”? Nel dubbio, ho chiesto alle ragazze e ai ragazzi a scuola: già tra studentesse di quarta e le compagne di prima, l’uso dei simboli pittografici su Whatsapp cambia notevolmente. Anzi, i più piccoli nemmeno li usano così spesso.
Loro non stanno nel flusso, loro sono il flusso. Inutile capire. Sarà per questo che apprezzano quando un balbettante adulto scende dal meccanismo, li accompagna a terra, e impiega qualche istante per ascoltare, per sentire.

Giovanni Realdi

Giovanni Realdi

Insegnante di storia e filosofia, liceo scientifico statale “G. Galilei”, Selvazzano Dentro (PD), componente la redazione di madrugada