MADRUGADA

Articolo di Eleonora Polo

L’arcipelago di plastica

Roland Barthes ha definito la plastica una sostanza alchemica, «l’idea stessa della sua infinita trasformazione, è, come dice il suo nome volgare, l’ubiquità resa visibile; e proprio in questo essa è una materia miracolosa: il miracolo è sempre una conversione brusca della natura. La plastica resta tutta impregnata in questa scossa: più che un oggetto essa è traccia di un movimento».
E che cosa c’è di più mobile dell’oceano? Non esistono cinque oceani, ma uno solo: quando qualcosa ci finisce dentro può viaggiare per tutto il pianeta. Questo è tanto più vero per la plastica che è qualcosa di particolarmente longevo. Per troppi anni nessuno ha saputo – o voluto – pensare al suo fine vita o a ritardarlo il più possibile.
Ma dov’è finita tutta la plastica prodotta finora? Dal 1950 al 2015 sono stati prodotti nel mondo circa 8,3 miliardi di tonnellate di materie plastiche e fibre sintetiche, di cui la metà soltanto negli ultimi 13 anni. Circa il 30% è ancora in uso, il 9% è stato riciclato – raramente più di una volta – poi è finito nel flusso dei materiali avviati direttamente agli inceneritori (12%) o buttati (59%) in discarica/abbandonati nell’ambiente.
Al di là degli indubbi benefici, quindi, l’attuale economia della plastica presenta criticità che potranno solo aggravarsi con il passare degli anni. L’anno scorso la produzione mondiale ha raggiunto i 460 milioni di tonnellate, di cui si calcola che almeno il 10% possa finire in mare: è come se ogni minuto un camion di rifiuti ci svuotasse dentro 300 kg di plastica. Al ritmo di crescita attuale, e in assenza di misure correttive, si prevede che i camion diventeranno due nel 2030 e quattro nel 2050. La natura dispone di meccanismi chimici e biologici per degradare la maggior parte dei materiali, ma fatica a gestirne alcuni tra cui molti materiali plastici.
Il fatto che per molto tempo si sia pensato che l’inquinamento degli oceani fosse causato soprattutto dalle attività marittime – che invece incidono solo per il 20-30% – ha fatto sì che non ci si preoccupasse della parte più consistente che proviene dalla terraferma.

Che cosa succede a un oggetto di plastica quando finisce in mare?
Dipende dalla densità del materiale e anche dalla sua forma: per esempio, il PET delle bottiglie è più denso dell’acqua di mare, quindi dovrebbero andare subito a fondo, ma finché sono piene di aria restano a galla. In ogni caso in acqua nulla resta fermo: i materiali che affondano subito, frammentandosi nel tempo, acquistano maggiore mobilità oppure continuano a spostarsi finché non si incastrano in qualche anfratto. Anche ciò che galleggia può essere riportato dalle correnti sulle coste oppure viaggiare a lungo e magari finire, dopo anni, nelle cosiddette isole di plastica.
Infine possono anche affondare, perché già dopo mezza giornata in acqua microalghe e colonie di batteri iniziano a colonizzare la superficie di ogni oggetto e attirano così altri organismi che possono appesantirlo sino a farlo affondare. Ma non è detto che riesca a raggiungere il fondale, perché quello che c’è attaccato può diventare strada facendo il pranzo o la cena di qualche specie marina che lo alleggerisce del suo fardello (effetto yo-yo).

Le isole che non ci sono
Le correnti superficiali e profonde degli oceani mettono in moto enormi flussi d’acqua, un enorme nastro trasportatore (Global Conveyor Belt) che porta alla formazione di sistemi di correnti a movimento rotatorio (gyre) che favoriscono l’accumulo dei detriti galleggianti. Le sei isole di plastica (due nel Pacifico, due nell’Atlantico, una nell’Oceano Indiano e una nel mare Artico) sono state scoperte tardi, perché si trovano in zone poco pescose e fuori dalle principali rotte di navigazione. I media quasi sempre le associano a masse compatte di rifiuti galleggianti, ma queste foto di grande impatto sono quasi sempre state scattate in prossimità delle coste, nei punti in cui la circolazione delle acque fa convergere i rifiuti.
Se le circostanze lo consentiranno, questi detriti nel tempo potrebbero costituire un serbatoio di materiali per le isole, ma quello che arriverà, dopo anni di permanenza in acqua e sottoposto a maltrattamenti di ogni tipo, sarà frammentato e irriconoscibile. Lo confermano i dati delle spedizioni scientifiche che indicano chiaramente che il 92,4% delle isole di plastica è costituito da frammenti inferiori a 4,75 mm (microplastiche), mentre solo lo 0,2% supera i 20 cm. Ogni progetto di pulizia degli oceani deve tenere presente questo dato.

Quali danni produce la plastica in mare? Che cosa possiamo fare?
Fra tutti i materiali che possono finire in acqua, la plastica è quella in grado di produrre danni in ogni forma e dimensione, perché si conserva a lungo in questo ambiente, in quanto tutti i fattori che ne facilitano la degradazione (calore, componente ultravioletta della luce solare e microrganismi) sono presenti in minore quantità o hanno meno forza rispetto agli ambienti terrestri.
Questo vale anche per le plastiche biodegradabili.
Uno degli aspetti più evidenti dell’inquinamento marino da plastica è l’impatto visivo che non è solo un fatto estetico, ma anche economico: l’industria del turismo ogni anno deve sostenere costi elevati per pulire le aree costiere affinché non perdano la loro attrattiva. Ma questa è solo la punta dell’iceberg, perché ogni oggetto di plastica può trasformarsi in una trappola mortale o diventare un cibo indigesto per qualche specie acquatica. Come rimediare? I media – e non solo – si sono affezionati al progetto Ocean Clean Up presentato nel 2012 da Boyan Slat, uno studente olandese di sedici anni, che ha raccolto con una campagna di crowdfunding i finanziamenti necessari per lo studio e lo sviluppo di un sistema a barriere galleggianti per catturare e raccogliere la plastica che galleggia nell’isola di plastica del Pacifico settentrionale.
Nonostante il riscontro mediatico, ci sono molte ombre sul senso di un’operazione di questo tipo, perché il sistema è progettato per catturare solo oggetti di dimensioni superiori a 1 cm, quindi resteranno fuori tutte le microplastiche che costituiscono più del 90% di tutti i detriti in mare.
Se poi la plastica che galleggia sugli oceani è solo l’1-8% di tutta quella che ci finisce dentro, ha senso spendere cifre astronomiche quando tutto il resto è altrove? Perché, dunque, questo progetto piace così tanto? Perché non dobbiamo fare niente, tanto ci pensano le boe. Non disturba le multinazionali e non mette in questione l’andamento di produzione, gestione e consumo attuali delle materie plastiche.
Si stanno moltiplicando altri progetti più seri di pulizia in mare e sulla terra, ma, nonostante la qualità indubbia di alcune proposte, nessuna da sola può fornire la vera soluzione, che consiste nell’affrontare alla radice le cause dell’inquinamento, prevenendo l’immissione della plastica in mare dalle coste, dai fiumi e dagli ambienti terrestri. Pensare solo a rimuoverla senza cercare anche di bloccare il flusso dei rifiuti sarebbe come asciugare l’acqua dal pavimento senza chiudere il rubinetto della vasca tappata. Inoltre, è più efficace intercettarla prima che inizi a frammentarsi e, soprattutto, prima che abbia prodotto danni all’ambiente. È dunque urgente interrompere questa spirale folle di produzione e spreco di plastica, un materiale fantastico che non va demonizzato, ma che merita di essere gestito in modo più razionale e responsabile.

Il sistema di riciclo, attualità e prospettive
Dal 2025 le discariche dell’Unione Europea non possono più accettare rifiuti di plastica, che dovranno quindi essere bruciati o riciclati. Gli attuali metodi di riciclaggio meccanico sono studiati per conservare la massa e le proprietà fisiche del materiale, tuttavia non possono evitare fenomeni di degradazione in alcuni polimeri. Il recupero è anche complicato dalla varietà delle formulazioni e dalla presenza di additivi e sostanze estranee (metalli, carta, pigmenti, inchiostri, adesivi), che portano a materiali misti di qualità inferiore rispetto a quelli di partenza (riciclo a cascata).
Al momento, sulla base delle tecnologie disponibili, una gestione ideale prevede un livello ottimale di riciclo al massimo del 35-50%. Oltre questa soglia aumentano solo i costi a fronte di vantaggi ambientali limitati.
Ma senza un design di base innovativo, il 30% degli imballaggi di plastica – soprattutto quelli di piccole dimensioni – non sarà mai comunque riutilizzabile o riciclabile. Per almeno il 20%, infine, il riuso costituisce un’opportunità molto interessante anche dal punto di vista economico: occorre potenziare il sistema delle ricariche dei contenitori, la vendita dei principi concentrati da diluire e la pratica del vuoto a rendere. Se si applicasse a tutti i prodotti cosmetici e per la casa, si risparmierebbero ogni anno circa 3 milioni di tonnellate di merci, 8 miliardi di imballaggi e l’80-85% dei costi di trasporto e delle conseguenti immissioni di anidride carbonica nell’atmosfera.
Un’alternativa interessante che si sta sviluppando è il riciclo chimico, che può avvenire per pirolisi (riscaldamento a 400-500°C sotto vuoto per trasformare le plastiche in una miscela di idrocarburi liquidi e gassosi simile al petrolio), idrogenazione (per convertire i polimeri in idrocarburi liquidi); gassificazione (riscaldamento a 800-1400°C in difetto di ossigeno per produrre una miscela di idrogeno e monossido di carbonio utile per la sintesi di prodotti chimici) o chemiolisi (per riportare i polimeri alle materie prime originarie).
È un’azione corale in cui ogni soggetto coinvolto è protagonista, non solo le aziende, gli enti locali e nazionali, le grandi agenzie sovranazionali, ma anche i singoli cittadini, nessuno escluso. C’è lavoro per tutti!

Eleonora Polo

Eleonora Polo

Laureata in Chimica, lavora al CNR e insegna Didattica della Chimica all’Università di Ferrara. All’attività di ricerca affianca un’intensa attività di divulgazione scientifica.