MADRUGADA

Articolo di Fulvio Cortese

Orientarsi nel contesto del disordine

È arrivata la bufera
Così cantava Renato Rascel in una famosa canzone composta nel 1939, con tono ironico, dissacrante e brutalmente leggero, in un momento in cui la sensazione che in Europa e nel mondo stesse succedendo qualcosa di grave era avvertita, ma forse – valutando i fatti ex post – con un certo grado di incredulità mista a incoscienza.
Oggi, che tanto tempo è passato dal secondo conflitto mondiale e dalle tragedie individuali e collettive che lo hanno drammaticamente percorso, in un momento in cui, anzi, si celebra l’80° anniversario della fine di quella guerra, viene tuttora facile riprendere i versi di Rascel, e viene facile farlo con una consapevolezza apparentemente più forte.
Perché anche oggi, a valle di importanti crisi economiche e finanziarie, e di una dura crisi pandemica, di fronte all’occupazione dell’Ucraina da parte della Russia, alle scelte europee in tema di riarmo e alla graduale escalation cui è stata sottoposta la sempre calda situazione medio-orientale, sono in tanti a provare un senso di smarrimento, misto a un sentimento di timore, disorientamento, perdita di riferimenti che a lungo si sono ritenuti essenziali e irrinunciabili. E che proprio la cultura politica, istituzionale e giuridica nata nella e dalla seconda guerra mondiale aveva figliato e alimentato con forza: dando vita a un nuovo costituzionalismo, all’internazionalizzazione di alcuni interessi, valori e dispositivi di garanzia (la tutela dei diritti fondamentali, la rule of law, la democrazia come orizzonte imprescindibile e comune…), a esperienze di condivisione comune delle politiche considerate come strumentali allo stabilimento duraturo di questo nuovo assetto (nell’alveo delle Nazioni Unite come di altre organizzazioni, anche “regionali”, quali la Comunità europea prima e l’Unione europea dopo).
In buona sostanza, l’impressione che si stia aprendo una fase di vero e proprio “caos”, con messa in discussione di certezze credute incrollabili (M. Flores, E. Fronza, Caos. La giustizia internazionale sotto attacco, Laterza, Roma-Bari, 2025), è probabilmente assai più densa e diffusa di quanto non lo fossero le preoccupazioni che erano presupposte alle strofe di Renato Rascel. Ed è anche impressione credibile e comprensibile, specie in un contesto in cui: a) le società democratiche più privilegiate sono state sorprese dalla rapida cognizione che il benessere costruito sulle libertà di matrice economica, immaginato dopo il 1989 come oramai definitivo e sempre più saldo, non è per nulla sicuro come si credeva potesse essere; b) la discussione pubblica è a sua volta attraversata, se non fratturata, da polarizzazioni estreme ed emotive; dal tentativo, cioè, di individuare soluzioni semplici e radicali, o di allocare in modo univoco “colpe” o “responsabilità”; e di trascinare, in tal modo, nel vortice anche gli strumenti più certi su cui tutta la tradizione istituzionale e giuridica occidentale si regge.

Fatti e interpretazioni
Questo secondo aspetto è – a giudizio di chi scrive – quello più delicato, poiché allo shock che il primo profilo può generare occorre rispondere in modo accorto e meditato, “pescando” nella “cassetta degli attrezzi” che faticosamente si è allestita nei decenni; e che ci può aiutare, soprattutto, a evitare i pericoli insiti nella pretesa di individuare vie d’uscita fin troppo agevoli per problemi particolarmente complessi. Tutti i fatti, del resto, vanno sempre interpretati.
E di solito hanno spiegazioni o retroterra molto più profondi di quanto si possa ingenuamente ritenere.
È in questo modo, del resto, che si consente una corretta formazione dell’opinione pubblica: una forza tanto potente e virtualmente terribile quanto vitale per il funzionamento degli Stati democratici e per la difesa delle grandi acquisizioni che proprio quegli Stati hanno veicolato nella seconda metà del Novecento.
Possiamo fare subito un paio di esempi di come si può, e si dovrebbe, affrontare un contesto di dibattito poco razionale e del tutto stressato. Vale a dire con lo sforzo di approfondire di più di quanto non si sia abituati a fare.
Ad esempio, come trattare il tema dei dazi introdotti dalla presidenza Trump? È forse un problema esclusivamente economico? O è forse una questione intrinsecamente geopolitica? Naturalmente le due cose c’entrano entrambe, come può c’entrare anche il leaderismo spinto del tycoon. Ma c’è molto dell’altro. In primo luogo, potremmo scoprire che l’imposizione di dazi come mezzo di rafforzamento della dogana è uno dei grandi argomenti che alla metà dell’Ottocento venivano utilizzati in Francia dalle prime formazioni politiche socialiste per sostenere la necessità di garantire le classi lavoratrici interne al Paese. In secondo luogo, però, potremmo anche scoprire che veri dazi non sono, che sono propriamente sanzioni, che una legge degli anni Settanta consente al presidente USA di adottare in situazioni di emergenza e che, come tali, dunque, sono assai contestate e si trovano già all’attenzione della Corte Suprema.
Dunque una questione sociale si intreccia con una questione di rispetto dell’equilibrio tra poteri, secondo una dinamica che non è nuova alla democrazia americana e che si è presentata, in passato, in molte forme differenti. Non cogliere queste prospettive significa perdere di vista l’articolazione generale del caso, le sue radici; quindi, significa accontentarsi di pure esternazioni, di reazioni superficiali, di posizionamenti che non hanno nulla di più serio di quanto si può inscenare nel gioco del Risiko.
Altro esempio: quello di Gaza è un genocidio? La materia è sensibilissima. Anche perché l’evocazione del crimine dei crimini segna sempre il superamento di una soglia e invita a un disconoscimento totale. Certamente, anche sfogliando le pagine accurate del più recente studio di Amnesty International, la ricognizione di molti fatti spinge rapidamente alla conclusione più orribile. Tuttavia, allo stesso tempo, non si può omettere nel discorso che lo snodo più complicato del crimine di genocidio non sono le condotte, ma il cd. “elemento soggettivo”, ossia la prova dell’esistenza di un intento genocidario; e che sul punto la Corte Penale Internazionale ha finora espresso un indirizzo interpretativo specifico, per il quale occorre dimostrare l’esclusività di quell’intento (in poche parole: che a Gaza si è fatto tutto solo e soltanto per quello scopo).
Ma le valutazioni si possono complicare ulteriormente. Come ha annotato Philippe Sands – uno degli internazionalisti, e avvocati, più noti al mondo – da un lato, probabilmente, la tesi della Corte è filologicamente scorretta (almeno riprendendo le riflessioni di Raphael Lemkin, il giurista ebreo polacco che tanto aveva lavorato per l’introduzione del crimine sul piano internazionale, partendo dallo studio del caso armeno e lavorando sulle modalità delle invasioni e occupazioni naziste); dall’altro, alla stessa maniera, dovrebbero individuarsi due “genocidi”, quello perpetrato da Israele e quello perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023 (perché i fattori numerici assoluti non sono rilevanti ai fini dell’accertamento del crimine).
Sicché anche in questa ipotesi, dove lo schieramento pare semplice e immediato, gli elementi da considerare sono molteplici e non sempre corrispondenti.

Importanza e resilienza del diritto
Emerge facilmente, dagli esempi effettuati, che il vero convitato di pietra nei dibattiti è proprio il fattore di cui tanto si lamenta la crisi, il diritto (il diritto in generale, non solo quello internazionale). Che per la verità non è per nulla in crisi. All’opposto, se guardiamo dentro le cose, vediamo il diritto più vivo e vegeto che mai, resiliente, e soprattutto ricco di indicazioni e risorse per comprendere meglio i fenomeni, ma anche per contestualizzarli e tentare di razionalizzarli.
Specialmente, però, dovremmo prendere consapevolezza che il diritto di cui spesso si lamenta la crisi o la “scomparsa” tende in modo troppo semplicistico a coincidere con singole istanze di giustizia, che talvolta corrispondono a precise norme giuridiche, talaltra, invece, e pur legittimamente, coincidono con il grande numero delle più nobili aspirazioni collettive. Ben vengano tali aspirazioni – e ben vengano le espressioni pubbliche, sociali e culturali delle volontà che le animano – ma senza scordare che le aspirazioni non possono cancellare, non devono, cancellare o ridurre la complessità, ma intanto riescono a trovare uno sviluppo concreto in quanto si integrino con l’apporto del pensiero e della tradizione giuridici a tutto tondo. Senza questo “salvagente”, non solo ogni “approdo” è strutturalmente fragile, contingente e insicuro; esso rischia di rivelarsi “irraggiungibile” e di lasciare, così, lo spazio a conflitti deformalizzati e (questi sì) davvero esiziali.

Fulvio Cortese

Fulvio Cortese

Professore ordinario di Diritto amministrativo presso l’Università di Trento.