MADRUGADA

Articolo di Monica Lazzaretto

Saper intrecciare crisi, cambiamento e memoria

«Vedrai, vedrai
vedrai che cambierà
forse non sarà domani
ma un bel giorno cambierà
vedrai, vedrai
no, non son finito, sai
non so dirti come e quando
ma un bel giorno cambierà».
[Luigi Tenco]

Scrivo mentre mi trovo nella Casa Maria e Giuseppe Stoppiglia a Rio de Janeiro. Con i ragazzi di Macondo, che hanno fatto un’esperienza di viaggio in Brasile, nei primi giorni di agosto a Petrópolis abbiamo incontrato Leonardo Boff, fondatore e ultimo grande baluardo della teologia della liberazione e della ecoteologia.
Riflettendo con noi sulla situazione contemporanea, ha lucidamente analizzato gli aspetti fondamentali della crisi globale che attanaglia il pianeta e la sua umanità, si è soffermato sull’urgenza di un cambiamento radicale rispettoso dei bisogni di tutti, ma in particolare degli inutili, dei poveri e della madre Terra, la più povera e rapinata nelle sue risorse tra le creature. Ha poi ribadito la necessità di fare memoria della storia e dei suoi insegnamenti, per non perdere di vista il senso, il filo, le fatiche, le esperienze già fatte e gli errori commessi, i tentativi di risposta già provati, le soluzioni buone e cattive, agite e subìte.
Ha infilato queste tre parole: crisi, cambiamento e memoria intrecciandole con continui rimandi, in una circolarità quasi sistemica, a ribadire che nessuno di questi termini può fare a meno dell’altro: la crisi richiede prima o poi il coraggio di fare una scelta e di generare un cambiamento che può avvenire solo sapendo fare anche memoria, conoscendo la storia, ciò che è già stato.
Senza scomodare i massimi sistemi, ma restando ancorati alla storia personale e quotidiana di ognuno, possiamo affermare che capita a tutti, nell’arco del proprio ciclo vitale, di vivere momenti particolarmente delicati, noiosi, inediti, dolorosi, imprevedibili. Inevitabilmente ci si trova nella condizione di dover scegliere se uscire dalla zona di confort, dalla routine che rassicura ed è, in termini di dispendio di energie e fronteggiamento dei rischi, probabilmente più vantaggiosa, oppure osare a cambiare le cose, ad avventurarsi in sentieri nuovi e diversi, pur non sapendo fino in fondo come andrà a finire. A volte queste scelte mettono in gioco parti di noi così profonde da provocare un forte senso di smarrimento, disorientamento, fatica, liberazione, ribellione, certamente crisi. Probabilmente ad attivare il circuito è proprio inizialmente un’esperienza di crisi, di saturazione, di percezione che serve una svolta, un cambio di passo o di direzione.

Crisi
L’etimologia della parola crisi deriva dal greco antico κρίσις, che significa scelta o punto di svolta. Questo termine è stato influenzato dal verbo κρίνω, “krino”, che significa distinguere o giudicare. Originariamente questo termine veniva usato in campo agricolo con riferimento al momento conclusivo della raccolta del grano, quando la granella del frumento veniva separata dalla paglia: si selezionava il raccolto, si teneva solo ciò che era nutriente e poteva essere messo nel granaio, di tutto il resto ci si liberava.
Nell’uso comune il termine crisi ha assunto un’accezione prevalentemente negativa, in quanto tende più a significare il peggioramento, l’esasperazione di una situazione. Se invece riflettiamo sull’etimo della parola, possiamo coglierne anche aspetti positivi: la crisi ci obbliga a rispondere a un bisogno emergente, a un desiderio frustrato, a un’esperienza di fallimento o perdita da riconsiderare. La gestione consapevole della crisi può portare a nuove riflessioni, valutazioni, discernimento, nuova consapevolezza che può permettere una possibile rinascita, una rigenerazione.
E va comunque ricordato – come scrive Jasper – che le crisi, anche se non le riconosciamo, le neghiamo, abilmente le scansiamo, le evitiamo per un po’, comunque arrivano: «La crisi ha il suo momento, non può essere anticipata né saltata. Deve, come tutte le cose della vita, maturare. Non deve apparire necessariamente in modo acuto come una catastrofe, ma può, con un andamento silenzioso, apparentemente senza dare nell’occhio, compiersi per sempre in modo decisivo».
La risoluzione di una crisi, grande o piccola che sia comporta, inevitabilmente, una presa di decisione, una scelta che porterà necessariamente un cambiamento, una trasformazione, un passaggio e, spesso, l’approdo a nuove opportunità, a volte inedite, che richiedono capacità di adattarsi a nuovi contesti e a ulteriori provocazioni e assestamenti.

Cambiamento
L’etimologia della parola cambiamento ci arriva dal latino “cambire”, che significa barattare, alterare o scambiare. Questo termine pare derivare da una radice molto antica proto-indoeuropea “kemb”, che significa piegare o curvare e dal verbo greco “kamptein”, che conferma sempre l’azione di curvare, piegare, girare intorno.
Il suo campo semantico è molto ampio e comprende la trasformazione, il mutamento, la metamorfosi. La Treccani definisce il cambiamento come «atto ed effetto del diventare diverso».
Il cambiamento in sé non è positivo per definizione: può evocare una dimensione evolutiva ma anche un’esperienza difensiva, aggressiva. È una variabile dipendente da sé e dal contesto: per esempio se l’orientamento personale o di una comunità nei confronti del presente e del futuro è fiducioso e propositivo, capace di accogliere il nuovo, la parola cambiamento, sebbene molto inflazionata, svenduta nel mercato dell’accaparramento politico e mediatico, sarà percepita come positiva, efficace, in grado di alimentare speranza e voglia di vivere, di starci. Se invece si è scoraggiati, stanchi, disillusi, realisti, il cambiamento può rappresentare una minaccia, un salto nel vuoto, il rischio della possibile perdita di alcuni privilegi, il peggioramento della propria qualità di vita, una fatica che non si ha più la forza né la voglia di affrontare per sé e, tantomeno, per gli altri.
Raccontava Leonardo Boff, nell’incontro a Petrópolis con i ragazzi di Macondo, che l’esperienza di cambiamento negli equilibri internazionali che stiamo vivendo (nonostante noi, i nostri bisogni, sogni e desideri), cui stiamo assistendo quasi impotenti, non è un cambiamento per il bene ma è un cambiamento malvagio e disumano che usa una violenza inaudita tra il disimpegno politico e l’indifferenza di molti, pianifica genocidi, depreda voracemente la Terra, umilia l’umanità facendola regredire a primitiva ferinità.
Non si riesce quasi più a credere, in questo difficile momento, al cambiamento come una possibile esperienza collettiva, frutto di un processo anche conflittuale ma costante, tenace, verso il miglioramento delle condizioni di vita personali, di tutta l’umanità e della Terra madre. Processo che deve partire dal basso e non dai potenti, da un confronto e una mediazione libera, continua e davvero democratica. E Boff chiedeva: sebbene disillusi, preoccupati e impauriti per questo mondo impazzito alla deriva ecologica e sociale, siamo ancora capaci di cambiamento? Di immaginare un futuro, di sperare ancora testardamente e nonostante tutto? Questo fa la differenza. Assieme dovremo ritrovare e rinsaldarci sulle ragioni della speranza, poche, magari anche solo una, ma condivisa con tutti, per poter immaginare un futuro più dignitoso e umano.
Al globale oppone il bio-regionalismo come misura dell’agire collettivo all’interno di contesti con una storia e una specificità, per permettere cambiamenti in risposta ai bisogni, alle urgenze, alle caratteristiche e ai tempi declinati nel rispetto di ogni comunità.

Memoria
In questa nostra contemporaneità, così impegnativa e sofferente, è fondamentale fare memoria, conoscere la storia, per garantirci anticorpi a narrazioni manipolatorie, persuasive, semplicistiche, sovraniste, che riducono a poche formule sbrigative la complessità del passato e le ragioni della storia. Non è vero che fare memoria, confrontarci con il passato rallenti il cambiamento, faccia di noi dei nostalgici. Fare memoria serve ad arginare gli errori, le sbavature, le ripetizioni inutili di agiti del passato, a rivedere stereotipi e pregiudizi e le certezze più volte affermate, che sono risultati ostacoli al crescere assieme, al rispetto e al riconoscimento tra noi e con la Terra madre. Fare memoria è conoscere le origini, non solo quelle delle civiltà, dei popoli, delle culture ma anche, semplicemente, della nostra famiglia, delle generazioni che ci hanno preceduto che hanno vissuto, lottato, goduto, ottenuto condizioni e benefici di cui noi siamo eredi.
Anche la memoria ha un suo processo adattivo ed è una facoltà, come quella dell’apprendimento, in continuo cambiamento.
Raccogliere e tenere informazioni e ricordi richiede una visione dinamica, la memoria non è un archivio statico, ma un processo che ci consente di adattarci, prendere decisioni, influenza le nostre relazioni, definisce la nostra identità e ha importanti funzionalità predittive.
La storia che la conoscenza e la memoria ci tramandano ha un forte valore di magistero: insegna a non ripetere gli errori, si addentra nel groviglio dei fatti, possibilmente evitando interpretazioni ideologiche, poggiandosi su dati certi e testimonianze, per trovare le cause e gli elementi scatenanti di ciò che succede. E alla storia sarà consegnato anche il nostro presente e i suoi cambiamenti, verrà dato un giudizio, ora ancora nascosto o confuso ai più, saranno individuate responsabilità di ognuno e di tutti.
Meglio stare dalla parte del cambiamento buono, come invita Boff, trovare il coraggio di non tacere e far finta che non ci riguardi, mai come ora va trovato dentro di noi e assieme agli altri il coraggio di compromettersi con le ragioni della nostra umanità e della Terra madre. Nell’accomiatarci dall’incontro questo grande vecchio, con voce profonda, occhi lucidi e un sorriso dolcissimo ha invitato a essere fedeli alla nostra umanità sacra e inviolabile, a saper rispondere all’urgenza della storia, a continuare a sperare e ad agire per un cambiamento buono… per tutti.

Monica Lazzaretto

Monica Lazzaretto

responsabile del centro studi della Cooperativa Olivotti scs presidente di Macondo