MELQUÍADES
Se alcuni imprenditori fanno i “francescani” à la Adriano Olivetti
l capitalismo ha preso piede in Cina, India, Brasile, Russia e in quasi tutti i paesi del mondo che sono stati coinvolti nella nuova globalizzazione “americana” avviatasi nel 1990-99. Alcuni hanno mantenuto, in primis la Cina, una forte presenza dello Stato però che controlla i settori strategici dell’economia, per evitare che queste imprese finiscano nelle mani di stranieri o della finanza. La Cina ha un piano quinquennale dove lo Stato indica ai privati dove investire basato sull’Intelligenza Artificiale (Quishi) di grande efficacia e molto diverso dai vecchi e obsoleti piani quinquennali sovietici. In tal senso e, paradossalmente, sin dai tempi di Trump 1 e di Biden lo fanno anche gli Stati Uniti, mentre l’Europa un tempo a capitalismo sociale, vede lo Stato in forte ritirata ed è una delle aree più neoliberiste al mondo.

In Cina l’auto elettrica è stata promossa 15 anni fa da incentivi dello Stato alle imprese private, spinte a costruire un’auto ecologica, piccola, da città, a basso prezzo. Un approccio più intelligente di quello americano/europeo in cui le imprese private (in assenza dello Stato) hanno continuato a puntare su auto grandi, poco ecologiche (tranne Musk) e costose. Per la verità in due emergenze questo meccanismo (denominato Warp Speed) è stato usato anche dagli Stati Uniti, da Roosevelt (per produrre armi nella 2a guerra mondiale) e da Trump per i vaccini. Dimostra che uno Stato può finanziare beni pubblici nell’interesse generale. Per ora si è fatto per armi e vaccini.
Per fortuna stanno crescendo nel mondo imprese private che hanno abbandonato la logica del massimo profitto, con un approccio à la Adriano Olivetti. Imprenditori che decidono che è meglio svolgere una funzione sociale piuttosto che continuare ad arricchirsi o (peggio) passare l’azienda ai figli o ai fondi finanziari, anche perchè una volta su due la distruggono.
Laura Höcherl della società di consulenza tedesca Purpose ha spiegato al 40° anniversario di NaturaSI a Jesolo a fine settembre che tra Europa e Usa sono ormai 200 le aziende che hanno sviluppato questo approccio (come fa da sempre anche NaturaSI).
Rinunciano come imprenditori alla proprietà e creano le condizioni (spesso con una Fondazione) affinché l’azienda sia gestita su basi etiche a favore sia dei lavoratori che dell’ambiente. Una scelta “francescana” si direbbe, di persone, peraltro già ricche, che hanno capito che la qualità della loro vita non migliora accumulando altri soldi, ma mettendo la propria azienda al servizio del mondo e chi ci lavora (Cuccinelli è un altro esempio).
I pericoli maggiori vengono oggi dal cedere l’azienda ai figli (quasi sempre non hanno le qualità dei fondatori) o ai Fondi finanziari, il cui obiettivo è estrarre profitto a breve termine per remunerare azionisti speculativi (privati e banche che investono i nostri risparmi, di cui facciamo finta di non sapere la logica speculativa con la scusa che “non potendo cambiare il mondo, almeno lo sfruttiamo”).
I fondi finanziari hanno una massa enorme di denaro e sono alla caccia di imprese da acquistare, ma non hanno poi la capacità di svilupparle nel lungo termine, in quanto hanno una logica speculativa di massimo profitto a breve. Non sono interessati a pratiche virtuose verso clienti, ambiente e tantomeno per i lavoratori o la ricerca, che sono i fattori che sviluppano l’azienda nel lungo periodo. Spesso vengono smembrate dai fondi finanziari (spezzatino) che sono di fatto i nuovi predatori dell’economia mondiale.
Il caso di Pier Giovanni Capellino dell’azienda Almo Nature è esemplare. Nel 2013 si stanca di fare solo soldi e, colpito dal disastro ambientale, decide di donare la sua impresa ad una Fondazione (di cui è presidente) che avrà il compito di usare parte dei profitti aziendali per “fermare il consumo diretto, il degrado e la frammentazione degli habitat e di collegarli attraverso corridoi ecologici”. La Fondazione Capellino controlla il 100% dell’azienda Almo Nature e sviluppa la “Reintegration Economy”, cioè un’azienda che produce ricchezza, soddisfa i bisogni dei clienti, fa profitti, ma che introduce criteri crescenti di sostenibilità ambientale, salari alla “socialdemocratica“ (egualitari), più alti della media di settore “e comunque che la linea bassa sia di almeno un 30% superiore alle medie su piazza, senza premiare l’apicalità oltre misura (max 5,5 volte il salario più basso)”. Non proprio 1,7 come voleva Lenin nel 2021 ma almeno non le 100 e passa volte che spesso troviamo in aziende multinazionali e banche.
Un’azienda a tutti gli effetti capitalista che però destina il sovrappiù (dopo investimenti, salari, tasse) a progetti che evitano la perdita di biodiversità (50 milioni negli ultimi 6 anni). Non si rinnega il capitalismo, ma sentiamo cosa scrive Capellino: “Cambiarne la natura dal suo interno: il profitto creato non diventa leva finanziaria per produrre ulteriore impatto sulla natura nelle mani di pochi umani bensì ripristino del capitale naturale creatore di lavoro e ricchezza per tutti gli umani ed oltre, spazio vitale (casa) per tutte le specie viventi. Dal punto di vista della giustizia sociale il nostro modello frena/blocca l’accumulo, oggi in atto, della ricchezza (della proprietà del capitale) nelle mani di pochi. Dal punto di vista politico introduce democrazia e multilateralismo, soluzioni/risposta/tentativo per scongiurare il possibile ritorno alle dittature anche dove oggi c’è la democrazia. Dal punto di vista della coerenza (nostra) aver scelto di dare l’esempio e non aver scelto la via politica/ideologica del dire agli altri cosa fare senza prima praticarlo e dimostrarlo in vero. Non siamo Gesuiti, quindi non vogliamo convincere ma dimostrare attraverso l’esempio: se ci sono proposte migliori indicatele, se ci sono punti su cui possiamo migliorare indicateli, diversamente sosteneteci o avversateci dialetticamente ma per dignità non siate indifferenti”.
All’incontro era presente anche Alfredo Lovati, che gestisce una ditta informatica (Beta 80) con 150 dipendenti, con un approccio simile, dove l’obiettivo non è più accumulare il massimo dei profitti ma salvaguardare l’azienda come bene in sé, migliorando la condizione di tutti e dei nuovi assunti in particolare.
Koos Bakker ha raccontato come ha sviluppato modelli gestionali avanzati in cui chi decide sono i lavoratori come co-proprietari che non possono porsi però in un’ottica di interesse solo per loro, in quanto vigila una Fondazione che ha come obiettivo sviluppare non solo l’impresa, ma l’intera società e quindi anche gli interessi di altri che non sono i lavoratori come nuovi assunti, ambiente, cultura, poveri, altre imprese, fornitori e clienti.
Si tratta di imprese che usano il profitto in un circuito virtuoso in funzione degli esseri umani e non viceversa. In senso figurato si tratta di “portare a morire il denaro”, cioè usarlo per far fiorire le persone e non viceversa (aumentarlo per far morire le persone).
E’ una forma di economia nuova, che pur non rinunciando al modello capitalistico, nel senso di valorizzare il capitale, i risparmi, la buona gestione delle fabbriche e servizi a vantaggio di tutti, rifiuta però gli aspetti più perversi della proprietà privata come l’accumulo crescente e l’eredità.
Gli imprenditori che hanno scelto questa strada non sono certo neo francescani, vivono in modo agiato, hanno semplicemente rinunciato ad una logica egoistica di accumulo crescente che, peraltro, tutti gli studi dicono, non incrementa la felicità personale, che deriva dalle relazioni e dalle emozioni che si provano con amici, affetti, creatività, arte e in nessun caso deriva dal possesso di qualcosa. In sostanza scoprono (mi sia consentito l’aforisma) che “l’altruismo è una forma superiore di egoismo”.
Insomma il mondo non sta molto bene, ma la crescita di questo “movimento” dà speranza.
Andrea Gandini
Economista, già docente di economia aziendale, analista del futuro sostenibile. Componente della redazione di Madrugada.
