Istruzione

Alle soglie del 2000 è praticamente d’obbligo, più del solito intendo, guardare al futuro, al futuro dello sviluppo economico.
Il contributo alla teoria dello sviluppo economico più recente ed apprezzabile è offerto dalla teoria della crescita o sviluppo endogeno. Originariamente si ipotizzava che la crescita economica potesse essere spiegata dalla disponibilità ed uso efficiente di due fattori produttivi capitale e lavoro. I diversi livelli di sviluppo raggiunti dai vari paesi non riuscivano però ad essere spiegati dal modello inclusivo di capitale e lavoro.
Una terza dimensione veniva dunque ad aggiungersi: la tecnologia. Il livello della tecnologia veniva però considerato estraneo o più opportunamente esogeno, cioè non legato e spiegato né dal livello di reddito né dalla quantità di capitale e lavoro. In aggiunta a questo, il modello prevedeva una convergenza dei livelli di reddito fortemente aiutata da flussi di capitali dai paesi più sviluppati e ricchi verso i paesi in via di sviluppo. Né la convergenza, né il potente flusso di capitali verso i paesi in via di sviluppo si sono materializzati. Anzi, le disparità di reddito tra diversi paesi si sono accresciute e ben l’85% dei flussi di capitali sono verso i paesi più ricchi.

Sviluppo endogeno

Lo sviluppo teorico degli ultimi 15-20 anni si è concentrato nello spiegare questa mancata convergenza e l’origine della tecnologia. Così, fondamentalmente, nasce la teoria dello sviluppo endogeno. In essa il capitale umano è centrale sia come risorsa aggiuntiva sia come elemento in grado di aggiungere produttività agli altri due fattori. Inoltre il capitale umano non solo è risorsa importante ma viene autoalimentata dalla accresciuta capacità di reddito, diventa dunque endogena e non più estranea e non spiegabile. In ultimo, la mancata convergenza dei livelli di reddito finalmente si spiega: il capitale umano non ha tassi di ritorno decrescenti, bensì crescenti, potenzialmente senza limiti.
Un esempio può forse aiutare meglio la comprensione di quanto detto: se aggiungiamo ad una lavorazione un altro operaio senza aumentare il numero delle macchine, l’apporto dell’operaio stesso non sarà particolarmente significativo. Se aggiungiamo un altro computer la quantità di lavoro che può essere svolto non è certamente pari al doppio di prima. Se invece innalziamo il livello di conoscenza di un lavoratore è possibile che lui/lei operi meglio e che possa passare la sua accresciuta capacità anche ai colleghi che lavorano intorno a lui/lei.

Conoscenza e sviluppo democratico

Quale lezione per il futuro? L’uomo e la donna sono centrali nel concetto di sviluppo: l’istruzione diventa fattore chiave.
Purtuttavia, la letteratura dello sviluppo endogeno ha scoperto che altre variabili sono parimenti importanti. Le istituzioni di un mercato, le regole, i diritti di proprietà, la ridotta incidenza della corruzione, una politica non nemica della crescita, dell’iniziativa privata e del libero scambio di beni, servizi ed idee, la protezione degli incentivi a produrre e a partecipare nel mercato del lavoro.

Come si presenta dunque il mondo in questa nuova ottica? Gli Stati Uniti hanno la proporzione più alta di giovani tra i 18 e 22 anni impegnati in una qualche forma di istruzione post-secondaria, oltre ad avere, probabilmente, il maggiore numero di laureati nel gruppo degli oltre ventiduenni.
Sono pure in grado di attrarre i migliori laureati da un gran numero di paesi, specie da quelli in via di sviluppo. Il ruolo di leader degli gli Stati Uniti, appare difficile da sfidare.

Il modello asiatico sembrava offrire una potente conferma di quanto detto, fino alla recente esplosione della crisi. Segni premonitori già esistevano quando alcuni studi avevano rivelato che la crescita fosse dovuta in gran parte all’accresciuta disponibilità di risorse più che ad un loro miglior utilizzo. In aggiunta, le dure realtà della crescita da sostenere da un punto di vista finanziario, hanno finito col prevalere. L’Asia non può avere completamente perduto quanto di buono aveva fatto in passato ed anzi la crisi sembra spingere i paesi asiatici ad una maggiore trasparenza e apertura delle loro economie.

L’Africa appare riavviarsi verso una spirale violenta di stagnazione economica proprio laddove (forse prematuramente) si sperava di scorgere i germogli dello sviluppo. Purtuttavia un eccessivo pessimismo potrebbe rivelarsi intempestivo. Il SudAfrica, pur alle prese con una transizione sociale, economica e politica tutt’altro che facile e pur registrando livelli di criminalità che non potranno non essere dannosi per lo sviluppo, è un paese che ha superato una straordinaria fase storica. I paesi del nordAfrica (Marocco, Tunisia ed Egitto) promettono di proseguire negli indubbi progressi fatti registrare. L’area francofona del Franco CFA (Costa d’Avorio, Senegal, Cameron tra gli altri) sembra avere reagito nella maniera auspicata, alla svalutazione della moneta del 50% nel 1994.

In America Latina il Brasile potrebbe rialzarsi in fretta e continuare la lunga opera di riequilibrio delle grandi disparità in un contesto democratico e di crescita stabile.

Dunque, come un giovane primo ministro inglese riassumerebbe la principale risposta alle sfide per le prossime generazioni a venire è: istruzione, istruzione, istruzione.
Nel Regno Unito certo, ma anche altrove, a partire dall’Italia per finire a tutti gli altri paesi, emergenti o in via di sviluppo.