Toma, gennaio 1999

Queste note sono rese possibili dallo scambio di idee ed osservazioni con i compagni di viaggio Marina Bertoncin, Dario Croce, Paolo Faggi e Massimo De Marchi.


Il fiume Sourou, che attraversa l’angolo nord-occidentale del Burkina Faso provenendo dal Mali, si allarga per alcuni chilometri insinuando un lungo nastro fluido nella piatta brousse, la monotona savana della fascia saheliano-sudanese. Il regime del Sourou dipende dalle acque di piena del Mouhoun (in precedenza detto Volta nero), che lo risalgono da agosto a dicembre. Il comportamento naturale del fiume, che era appunto cassa di espansione del Mouhoun durante la piena e suo affluente nel periodo di magra, è stato modificato costruendo, a partire dalla fine degli anni ’70, un sistema di dighe a valle che trattengono le acque di piena anche nella stagione di magra, garantendo così una riserva idrica per tutto l’anno.
La valle del Sourou è oggi interessata da progetti di sviluppo irrigui, resi possibili proprio dalla riserva d’acqua del fiume poiché la stagione delle piogge, che inizia verso la fine di giugno, con i suoi 500-600 millimetri di precipitazioni medie annue non è in grado di garantire da sola l’espansione delle aree coltivate. Questi progetti sulla carta investono sia la sponda sinistra che quella destra del fiume, mentre in realtà è solo sulla prima che si può dire avviata l’agricoltura irrigua, volta alla produzione di cotone, riso, mais, ortaggi. Le innovazioni intervenute hanno profondamente inciso le forme tradizionali di vita delle comunità locali, innestando anche movimenti migratori dalle regioni vicine ed in particolare dal sovraffollato plateau Mossi. Il disegno geometrico dei diversi ordini di canali che inquadrano i campi, i cerchi esatti tracciati dai pivots per l’irrigazione a pioggia creano una frattura netta nella brousse e segnalano nel modo più evidente la razionalità della pianificazione, il procedere della modernizzazione.
Ai margini delle aree di progetto continuano a vivere realtà diverse, in rapporto sì con i fermenti di cambiamento della vallata, ma portatrici di una continuità evidente con la territorialità tradizionale.
Rannicchiati sopra minimi rilievi del terreno, che emergono anche al colmo della piena, villaggi di pescatori di etnia Dafing punteggiano la striscia d’acqua, aggrappandosi sul bordo della corrente principale del fiume. Le zone asciutte sono distanti due chilometri o anche più: un mondo d’acqua, di aria umida, perso nel grande secco della savana.
La piroga scivola sulle acque basse spinta dai pali piantati sul fondo dai due pescatori. Tronchi imponenti emergono solitari, i rami tagliati per prendere legna da ardere. Le erbe ondeggiano nell’acqua al procedere della rudimentale imbarcazione. Il profilo basso del villaggio si inizia a vedere solo quando si è ormai vicini e i bambini e le donne con i loro vestiti colorati si assiepano per osservare e salutare i nuovi venuti. Il gruppo degli uomini anziani è seduto sulla riva e ci attende composto. Appoggiate alla sponda una decina di piroghe, alcune scavate in un unico tronco, due-tre semisommerse, adagiate sul fondo, una si stacca dall’isola qualche minuto prima del nostro arrivo. Le case di fango sono lontane dalla riva, basse, strette le une alle altre verso il centro dell’isolotto, con stradine strette, ripide, scavate nella terra, che a volte si allargano in piccoli spiazzi. Da sopra i muri dei piccoli cortili si intravedono donne intente a cucinare sui fuochi o a pulire i pesci piccoli e piatti, ancora vivi, contenuti in capienti cesti. In uno slargo tra le case si trovano tre forni di fango, ognuno coperto da un largo vaso di terracotta: nella bocca ardente dell’unico forno acceso entra la cima di un tronco intero. Gli spazi di riunione sono lungo le rive, in particolare dalla parte opposta rispetto al nostro approdo, verso la corrente del fiume, dove è il “porto” con il maggior numero di piroghe e le reti stese sopra alcuni pali. Qui si trovano anche i due soli alberi e soprattutto la moschea, anch’essa in mattoni di fango, con però i segni evidenti di una volontà di abbellimento, di distinzione rispetto agli edifici privati. Un’anatra appena cacciata è abbandonata per terra, con un filo di sangue che macchia le piume. Il battere ritmico delle donne sui mortai di legno per il riso si spande nell’imbrunire. All’interno dei cortili, come sopra alcune piroghe, si scorgono biciclette, legame evidente con la realtà di terra, con le strade costruite dal progetto. In alto sopra le case, si elevano due antenne: altro segno della modernità, pur se nella sera che cala le uniche luci sono quelle dei fuochi tra le mura di fango. Nel buio ormai denso la nostra piroga si stacca dall’isola e si inoltra sulle acque scure: i rumori del villaggio, le grida di addio che giungono dalla sponda sono l’ultimo segno di vita prima del lungo silenzio, rotto solo dallo sciabordio dello scafo nell’acqua immobile, mentre slittiamo via sul riflesso delle stelle più luminose.
L’approdo alla riva ci riconsegna alla realtà della pianificazione. Da lontano giunge il rumore del gruppo elettrogeno che illumina la sede del progetto.
Ciò che si vede parla di modernizzazione: le maglie regolari dei 500 ettari del progetto di Niassan, realizzato da una ditta romana con fondi della Comunità europea; le stazioni di pompaggio che alimentano la rete irrigua; le vie larghe in terra battuta; i fuoristrada giapponesi dei funzionari; le decorticatrici del riso di provenienza italiana; le costruzioni in cemento del progetto; i condizionatori d’aria appesi all’esterno delle case; il distributore di carburante; i fax e i computer degli uffici… Dietro gli oggetti materiali si muove il nuovo ordine territoriale, con le sue parole-chiave: sfruttare le risorse, analizzare i terreni, programmare la produzione, spianare, suddividere, impiantare, costruire, stabilire le colture e il calendario agricolo, organizzare i turni per l’acqua, commercializzare e pubblicizzare il prodotto, facilitare il credito agricolo, organizzare l’accesso al mercato e la distribuzione, sviluppare l’imprenditoria privata, attirare capitali, garantire la redditività degli investimenti, formare le competenze, estendere la scolarizzazione primaria, sapere – saper fare – saper essere, far circolare le informazioni, creare il consenso sociale, eleggere i rappresentanti, decentrare i poteri, favorire la partecipazione, attivare le commissioni tecniche, diffondere le innovazioni, scrivere rapporti, chiedere fondi, definire gli obiettivi, scegliere i mezzi, verificare i risultati. Il progetto di sviluppo inserisce la valle del Sourou in una rete globale di relazioni: i fondi giungono dall’Europa o dal Giappone, si teme la concorrenza del riso asiatico, i funzionari si formano nelle università occidentali… Appena fuori dalle aree irrigue del progetto, il sapere tradizionale consiglia ancora di coltivare sullo stesso campo sia riso che mais, in modo tale da garantire un minimo di produzione pur in condizioni di grande variabilità climatica. Il progetto si impone sui vincoli naturali attraverso la costruzione di una complessa struttura di accumulazione e distribuzione dell’acqua, la tradizione aggira i vincoli estendendo i margini di flessibilità, di adattabilità delle strategie riproduttive. Al di là dell’impatto forte, dell’evidenza immediata delle strutture irrigue, in tante occasioni è possibile leggere la sottile compenetrazione fra tradizione ed innovazione.
Sulla via principale del centro del progetto, un cacciatore di Toma porta al mercato, appeso alla sua bicicletta, un canestro di anatre affumicate.

Andrea Pase
Geografo, ricercatore
Università degli Studi di Padova