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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Guinea

di Alfier Cecilia

Guinea Conacry, fra colpi di Stato militari e moti di orgoglio
In Africa occidentale si trova la Repubblica di Guinea, conosciuta anche come Guinea Conakry, dal nome della sua capitale. Era una colonia francese che ottenne l’indipendenza nel 1958, un anno dopo rispetto alla Costa d’Oro che scelse il nome di Ghana. A guidare la Guinea allora c’era il relativamente giovane leader Ahmed Sékou Touré, che fu presidente fino alla propria morte, sopraggiunta nel 1984. Era esponente di un partito interterritoriale africano chiamato Rassemblement démocratique africain (RDA), che radunava forze nazionaliste progressiste, con simpatie per il Partito comunista francese. Man mano che i paesi convolti raggiungevano l’indipendenza, l’RDA si disgregava, fino a dividersi del tutto nel 1960. All’inizio Sékou si guadagnò la fama di liberatore ed eroe anti-coloniale, fu ricoperto di onorificenze e fu tra i fondatori del Parti Démocratique de Guinée. Ma l’opinione pubblica mutò durante i suoi anni di governo: il presidente, che aveva tolto la Guinea dalle grinfie della Francia, non si rivelò per nulla “démocratique”, anzi represse ogni forma di opposizione anche minima, inoltre la sua politica economica fu un fallimento.
Va detto che le sue idee politico-economiche ebbero una vasta eco nell’Africa degli anni sessanta e settanta. Sékou credeva nella via africana al socialismo, molto in voga nelle ex colonie all’epoca. Anziché scimmiottare il capitalismo occidentale, i paesi africani avrebbero dovuto abbracciare la modernizzazione, facendola andare a braccetto con l’assenza di classi sociali, che da sempre aveva caratterizzato l’Africa. Sékou cercò di fare appello al senso di comunità di ciascun cittadino, ma non fu abbastanza. Questa visione del futuro declinata nel socialismo fu la base del successo di Sékou e di altri tiranni sparsi per il continente, come Julius Nyerere in Tanzania. La morte di Sékou non significò certo un periodo tranquillo per la Guinea. Il Paese fu travolto dalle ondate di violenza e instabilità che, sul finire del 1989, furono provocate da un gruppo nutrito di ribelli liberiani. La Guinea, insieme alla Liberia, alla Sierra Leone e alla Costa d’Avorio, fu risucchiata da una spirale di guerra che durò a intermittenza per almeno quindici anni. Gli anni successivi alla caduta del muro di Berlino furono delicati per l’Africa occidentale.

Una democrazia neonata, un paese segnato dai golpe militari
Anche attualmente non si può dire che la democrazia in Guinea, come in altre parti d’Africa, goda di ottima salute. L’attuale presidente, Mamady Doumbouya, è un ex legionario francese, che si è autoproclamato presidente della Guinea dopo il colpo di Stato militare che lo scorso 5 settembre 2021 ha portato alla destituzione del democraticamente eletto Alpha Condé, classe 1938, il quale fortunatamente ne è uscito vivo. Era in carica dal 2010, quando si tennero le prime vere elezioni democratiche della Guinea. Questi golpe militari sono molto diffusi nel continente, spesso poi i nuovi despoti cercano una conferma popolare, attraverso il voto, più o meno pilotato.
Questo colpo di Stato in Guinea era nell’aria già a fine 2019/ inizio del 2020, quando l’opposizione a Condé decise di boicottare le elezioni. Il clima era teso. Piazze agitate, disordini, risposte violente della polizia per settimane. Le elezioni si tennero a novembre del 2020 e diedero inizio al terzo mandato di Condé, che durerà molto poco, come vedremo. Il percorso verso questa riconferma era stato segnato da violenze e irregolarità di ogni sorta. Lo scontro era anche etnico, visto che il presidente, il governo e i vertici delle forze erano di cultura Malinké, mentre la maggioranza era Peuhl.
I disordini iniziarono quando il presidente Condé annunciò di voler modificare la Costituzione, cosa che riuscì a fare nel marzo 2020 (altrimenti non avrebbe potuto neppure sognare un terzo mandato). Fra le vittime degli scontri il sito Nigrizia ricorda Alpha Souleymane Diallo, 19 anni, ucciso dalla polizia nel novembre 2019 mentre cercava di fuggire dalla repressione. Questa uccisione di un giovanissimo manifestante pacifico ha dato nuova linfa alle proteste. In centinaia hanno mostrato il loro dissenso verso il presidente Condé, portando addosso drappi rossi, il colore dell’opposizione. Il suo tentativo di «modernizzare la Costituzione» (come sosteneva) non è stato gradito.
I Peuhl (o Peuls o in anglosassone Fulani) sono un popolo di pastori seminomadi di fede islamica. Circa quaranta milioni di persone che abitano fra Guinea e Centrafrica. Nella narrazione fatta dai media occidentali, e anche da molti media locali, riguardo alla diffusione del terrorismo jihadista, i principali responsabili sarebbero i Peul, ma non è proprio così. È vero che fu un leader peul, Usman dan Fodio, a scatenare nel 1802 un jihad che infiammò il Sahel, ma bisogna tenere conto della grande varietà all’interno dell’etnia Peuhl. Solo una piccola parte di milioni di individui è stata attratta dall’estremismo, con le sue promesse di sopravvivenza in territori ostili. Come specificato dalla rivista Africa, gli stessi pastori Fulani pagano le conseguenze delle ostilità nel Sahel. A causa della guerra, le grandi mandrie e i cappelli conici dei Peuhl sono scomparsi dal paesaggio. Sono stati vittime di uccisioni e furti di bestiame, oltre che di saccheggi.

Il colpo di Stato più recente
Le proteste di fine 2019 in Guinea sarebbero presto diventate qualcosa di più, proprio in un Paese in cui il processo democratico era appena avviato. I Peuhl hanno pensato a lungo di rovesciare il governo, come aveva già fatto la vicina Guinea Bissau. Ci riuscirono solo più d’un anno dopo. Nel pomeriggio del 5 settembre 2021 un gruppo di forze speciali ha catturato Condé, per poi annunciare la dissoluzione delle istituzioni la mattina successiva, insieme a misure di emergenza, quali coprifuoco su tutto il paese. A seguito dell’ennesimo golpe che ha interrotto il processo democratico, l’esercito guineano è stato sottoposto a pressioni diplomatiche dopo che l’Unione Africana ha sospeso la Guinea, togliendole ogni posto negli organi decisionali.
L’Ecowas (comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale) ha richiesto il «rilascio immediato e incondizionato» di Condé e «l’immediato ritorno all’ordine costituzionale». La situazione si è risolta su binari non propriamente democratici, quando il 1° ottobre 2021 Mamady Doumbouya ha prestato giuramento come presidente a interim.

Il massacro del 28 settembre 2009
La Guinea in un recente passato aveva tentato di tenere il Paese lontano dai colpi di Stato militari. La mattina del 28 settembre 2009 centinaia di migliaia di persone si erano radunate pacificamente allo stadio di Conakry per protestare contro la candidatura alla presidenza di Dadis Camara, all’epoca capo della giunta militare che prendeva le decisioni di potere in Guinea, fu presidente nel 2008-2009, in realtà è giusto chiamarlo “dittatore”. Quel 28 settembre rimane una ferita aperta nella coscienza dello Stato. I soldati aprirono il fuoco sulla folla. Più di 150 morti, gettati in fosse comuni, oltre che scene di stupro di gruppo. Camara, dopo anni di indagini, fu chiamato a processo per responsabilità dirette, ma non pagò mai abbastanza. Ora sembra che viva tranquillo, in esilio in Burkina Faso. Paradossalmente, come racconta Il Post, fece molta più “giustizia” il capo delle sue guardie Abubakar Toumba Diakite quando sparò a Camara un colpo di pistola alla testa, ferendolo gravemente. Successe due mesi dopo il massacro. La vendetta ha certo tempi più rapidi del tribunale. «L’ho fatto perché ci aveva tradito: mi accusava di essere il responsabile del massacro allo stadio, ma la verità è che è stato lui a ordinare il massacro» – ha detto ai giornalisti. Camara aveva una decina di anni fa circa tremila soldati alle sue dipendenze, alcuni mercenari provenienti purtroppo anche dall’Ucraina, un potenziale di minaccia per l’Africa occidentale.

Tredici villaggi contro la Banca Mondiale
Nel 2019 gli abitanti di dodici (e successivamente tredici) comunità, nella regione mineraria di Boké, hanno presentato una denuncia alla Banca Mondiale contro l’espansione della miniera di Sangaredi, accusata d’aver distrutto terreni agricoli ancestrali e inquinato fonti idriche vitali, proprio con l’aiuto di un prestito della BM. La miniera di bauxite priva più di 500 persone della comunità di Hamdallaye dei loro mezzi di sussistenza, ci informa il sito salviamolaforesta.org, dicendo che è stato il governo tedesco a prendere questa decisione. La maggior parte dell’alluminio in Germania, infatti, viene dalla Guinea. Purtroppo non è un caso isolato: molto spesso i Paesi occidentali sfruttano le materie prime dell’Africa senza preoccuparsi delle condizioni di vita delle popolazioni locali. Anche adesso che l’era del colonialismo dovrebbe essere finita. In questo caso, la denuncia è stata presentata contro la Compagnie des Bauxites de Guinée, che nel 2016 ha ricevuto 135 milioni di dollari di prestito, senza nessun riguardo alle condizioni ambientali e sociali.

Cecilia Alfier

componente la redazione di madrugada

laureata in scienze storiche, aspirante giornalista, giocatrice di scacchi da 17 anni e di bocce paralimpiche da 3, vive a Settimo Torinese (To)