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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Benin

di Alfier Cecilia

Un territorio piccolo ma davvero importante
In Africa del Nord, attaccato alla Nigeria, si trova un piccolo Stato, con un lembo di costa sull’Oceano Atlantico meridionale, la Repubblica del Benin, abbreviato in Benin.
Proprio per proteggere il suo pezzo di costa e i suoi corsi d’acqua, il Benin si è unito nel 2018 ad altri paesi dell’Africa Occidentale (Togo, Senegal, Costa d’Avorio, Mauritania e São Tomé e Príncipe) per salvare le spiagge dall’erosione. La Banca Mondiale ha messo a disposizione 220 milioni di dollari per la salvaguardia delle coste e il rimboscamento, ma finora in tutto sono stati protetti solo cinque chilometri di costa. In particolare, in Benin si è intervenuti lungo la sponda meridionale del fiume Mono e alla sua foce. Secondo il sito nigrizia.it, nel 2021 sono arrivati nel Paese altri 24 milioni di finanziamento.

L’arte di recupero: una riflessione sul colonialismo
Lo scultore beninese Romuald Hazoumé ha contribuito molto alla notorietà del suo Paese nel mondo, sebbene raramente il Benin venga nominato nei giornali occidentali. La sua arte parla di tratta degli schiavi, del peso del colonialismo (nel caso del Benin il colonialismo francese), attraverso materiali di “rifiuto”: bidoni, pezzi di legno, utensili in disuso. Nel 2016 espose proprio a Parigi, quasi costringendo i francesi (e, di riflesso, gli europei) a fare i conti con il loro passato di dominatori. Il Benin nel periodo francese era noto col nome di Dahomey. Come quasi tutti i Paesi africani decolonizzati cambiò nome, ispirandosi ad antichi regni, che non avevano nulla da spartire con l’Europa. Del resto, il rapporto fra il paese di Hazoumé e l’Unione Europea non è dei più idilliaci. A novembre 2019 il Benin espulse l’ambasciatore dell’Unione, Oliver Nette, accusato di essere “dannoso”, poiché avrebbe interferito troppo con gli affari interni dello Stato africano.
L’attuale democrazia è in pericolo? Proprio nel 2016 è salito al potere l’imprenditore Patrice Talon, dopo aver vinto le elezioni di marzo. Uno dei suoi primi atti da presidente è stato fondare la Criest (Corte di repressione delle infrazioni economiche e del terrorismo), che servirebbe in verità come organo di controllo dell’opposizione. Da allora parlare di temi sociali e fare opposizione in Benin è diventato sempre più pericoloso. Gli oppositori accusano il presidente di voler imprimere una svolta autoritaria al Paese, dietro lo specchietto delle allodole dello “sviluppo”. Lui per tutta risposta li fa arrestare, con accuse spesso gravi, dal terrorismo al complotto contro l’autorità dello Stato. Questo si traduce in decenni di galera. L’ultima condanna “eccellente” risale al dicembre scorso, quando l’ex ministra della giustizia Reckya Madougou, una degli oppositori più importanti, ha preso ben vent’anni di carcere e una multa di una cifra equivalente a 76.200 euro. La Madougou è sempre stata una donna forte, attiva nella lotta per le pari opportunità e l’educazione politica dei giovani. Questa condanna appare come un mero espediente per toglierla di mezzo dalla sfera pubblica.
Confidiamo nel lavoro dei suoi avvocati.

1989: proteste contro la corruzione
La storia politica del Benin, in modo non dissimile da altri Stati africani, ha conosciuto un alternarsi di instabilità (dodici avvicendamenti ai vertici politici), colpi di Stato e derive autoritarie, talvolta dittatoriali. Uno degli esempi più noti è il gerarca militare, ma anche politico, di matrice socialista marxista, Mathieu Kérékou, che divenne presidente del Benin dal 1972 al 1990 dopo un colpo di Stato e poi dal 1996 al 2006. I cambi di governo del continente africano, spesso, non derivano da ritiri pacifici ed elezioni “normali”. Secondo AGI (Agenzia Italiana) dagli anni Cinquanta a oggi in Africa ci sono stati oltre 200 golpe, molti dei quali orditi e comandati dalle forze armate. Nel caso del Benin fu particolarmente drammatico, perché Kérékou sfruttò a fini personali le casse dello Stato al punto che non vi erano più soldi per pagare insegnanti e dipendenti pubblici. Nel 1988 le banche statali collassarono, per colpa dei mutui concessi sconsideratamente alla cerchia del presidente e per colpa delle compagnie finanziarie fasulle che queste banche avevano contribuito a creare, per un totale di 500 milioni di dollari di buco. Per non dimenticare che nello stesso anno il signor Cissé, il consigliere più fidato di Kérékou, aveva illecitamente trasferito all’estero 370 milioni di dollari. Così, la protesta più importante nella storia del Paese ebbe inizio nel gennaio 1989, a partire da un gruppo di studenti universitari. Presto si unirono anche quei lavoratori che ormai avevano accumulato mesi di stipendi arretrati. Solo la guardia presidenziale rimase fedele al capo. Persino molti soldati, che avrebbero dovuto sedare la rivolta, si unirono ai manifestanti, poiché gli stessi soldati non venivano pagati, spesso e volentieri.
Messo alle strette, il presidente chiese inizialmente aiuto all’occidente per pagare i salari, ottenendo un secco rifiuto. Dopo undici mesi di disordini crescenti, nel dicembre 1989, Kérékou abbandonò l’ideale marxista-leninista e avviò un processo di riforma democratica. La Conferenza Nazionale delle Forze Vive, una delegazione di 488 membri, portò a una nuova Costituzione e alla transizione all’economia di mercato. Era una grande assemblea di personaggi importanti dell’economia, del lavoro, qualche autorità religiosa, che si rivelò invece un boomerang per Kérékou, il quale pensava di avere il pieno controllo degli eventi. Prima la conferenza accusò il suo governo di ogni forma di corruzione immaginabile, poi perse sonoramente le prime elezioni libere nella storia del Benin. Si tennero nel 1991 e vinse con grande margine Soglo, il candidato liberale. Il Benin divenne il primo Stato africano decolonizzato in cui un presidente in carica venne sconfitto democraticamente alle urne e anche il primo in cui un presidente, insediato dai militari, venne destituito in seguito alle iniziative dei civili. Dal 1990, in soli tre anni, la protesta dal Benin si diffuse in tutta l’Africa francofona.
Eppure la stabilità era la “cifra stilistica” del Regno del Benin, predecessore della Repubblica e ben più longevo durò per molti secoli, dal 1180 al 1897, ed è considerato il più stabile degli antichi regni dell’Africa dell’Ovest.

Cecilia Alfier

Jedlaureata in scienze storiche, aspirante giornalista, giocatrice di scacchi da 17 anni e di bocce paralimpiche da 3

componente la redazione di madrugada